Da Google ai polli

Cosa divide USA e Cina?

Uno scontro tra giganti

Tutti avranno saputo della recente controversia tra Pechino e Washington riguardo allarecente vicenda di Google. Tutti sanno della rivalità di fondo tra i due Stati. E’ noto che la questione del Tibet e di Taiwan fomenta la tensione diplomatica tra le due nazioni. Ma sono anche altre le questioni in ballo, riguardo a diritti umani e interessi economici.

Le spine nel fianco dell’ex impero celeste: Xinjiang e Tibet

Xinjiang

Lo Xinjiang è una regione autonoma situata nell’estremo nord-ovest della Cina. Essa ospita una cospicua percentuale di abitanti di etnia Uygur e Kazakh che però è in drastico calo, a causa della politica di immigrazione di cinesi Han e di concessione di privilegi politici ed economici a questi ultimi. A Urumqi, capoluogo della regione, circa il 40% della popolazione è Uigura, contro il 46% stimato nel 2002: ma il massiccio intervento del Governo cinese rischia di far sparire persino le tracce della cultura e delle tradizioni di questa minoranza turcofona. Infatti il Partito Comunista Cinese ha istituito la Xinjiang Production and Construction Corps, con l’intento di radere letteralmente al suolo gli edifici di città come Urumqi e Kashgar per edificare palazzi anonimi e omologhi a quelli che stanno sorgendo in quasi tutti i maggiori centri urbani in Cina. Le tensioni tra autoctoni e Han sono sfociate in una guerriglia urbana tra i due gruppi etnici dal 5 luglio 2009, con rappresaglie, incendi e 197 morti, come riporta l’agenzia Xinhua (Nuova Cina), molti di più secondo il World Uyghur Congress: almeno 600. Gli scontri poi si sono protratti, con ulteriori morti e feriti, ma la censura cinese sta tentando di oscurare le informazioni provenienti dalla regione bloccando le connessioni a internet e l’invio di sms, blocco parzialmente revocato di recente; ripristinati gli sms per le categorie dirigenti, mentre gli abitanti devono sottostare a una rigida limitazione: un massimo di 20 messaggi al giorno verso residenti in Cina; è stato ripristinato l’accesso a 27 siti internet, tutti rigorosamente nazionali. Dopo gli avvenimenti di luglio è stato bloccato anche l’accesso ai social network come Facebook e Twitter, poiché, secondo fonti non ufficiali, il governo riteneva che i “facinorosi” orchestrassero le sommosse per mezzo di video e post che venivano diffusi su questi siti. Sono state condannate a morte in totale 26 persone, per lo più uiguri, per “delitti di estrema gravità, come riferisce Ma Xinchun, direttore dell’Ufficio stampa di Urumqi.

Gli Uiguri considerano i cinesi come degli invasori, poiché nel 1949 la regione fu annessa alla Repubblica Popolare Cinese per opera di Mao Zedong, dopo aver sperimentato per breve tempo l’indipendenza nel corso degli anni Trenta-Quaranta del Novecento (Prima e Seconda Repubblica del Turkestan Orientale), in seguito dapprima alla riuscita ribellione contro il signore della guerra di etnia Han, Sheng Shicai, poi grazie all’aiuto sovietico.

L’associazione Human Rights Watch denuncia che Pechino ha intenzione di adottare il medesimo sistema che ha messo in atto in Tibet: massicci investimenti, sfruttamento delle risorse minerarie locali, soprattutto petrolifere, “sinizzazione” della regione. Il Governo intende “accelerare lo sviluppo economico e promuoverne l’ordine la stabilità interni”, come rivela Zhou Yongkan, responsabile del Partito comunista dello Xinjiang per la sicurezza interna.

 

Tibet

La situazione della Regione Autonoma del Tibet è, per certi versi, analoga a quella dello Xinjiang, ma deve essere sottolineata una sostanziale differenza: mentre i tibetani possono identificarsi con un leader simbolico, il Dalai Lama, gli uiguri non hanno nessuna figura di riferimento e scivolano nell’indifferenza mostrata dagli occidentali verso il mondo islamico. In seguito agli scontri di marzo 2008 (vedi articolo sull’Urlo, anno II numero III), è stato deciso di bloccare l’accesso a YouTube, a causa dei filmati che documentavano gli interventi delle forze dell’ordine.

Di recente si è sentito parlare dell’incontro tra il Dalai Lama e il presidente USA Barack Obama. Immediatamente il governo cinese, per mezzo di alcuni portavoce, ha dichiarato il proprio dissenso riguardo all’eventualità, diventata ormai un rendez-vous confermato, che l’ “istigatore” venga ricevuto alla Casa Bianca. Sembrava così promettente la visita di Obama a Pechino avvenuta solo pochi mesi prima: eppure le aspre battute scambiate tra Hillary Clinton e il Pcc riguardo diritti umani, questione iraniana e censura sembrano mettere in pericolo l’amicizia diplomatica tra i due Stati. Il Governo cinese aveva recentemente ribadito il suo rifiuto a qualsiasi concessione sulla sovranità cinese “nazionale e territoriale” sul Tibet. L’idea di “un alto grado di autonomia (per il Tibet) costituisce una violazione della Costituzione cinese”, si legge in un comunicato del Partito Comunista Cinese (Pcc), diffuso dall’agenzia Xinhua. L’incontro di Washington è visto come “un’intrusione negli affari interni della Cina”, mentre il governo tibetano in esilio a Dharamsala auspica che gli Stati Uniti possano “facilitare un dialogo corretto e onesto tra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese”. Pechino minaccia: “ci saranno serie conseguenze nei rapporti tra Cina e Stati Uniti se il dalai Lama verrà ricevuto dal Presidente Obama”. Domenico Losurdo, insegnante di Storia della filosofia all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, scrive: “L’incontro tra queste due anime gemelle era inevitabile: a venti anni di distanza l’uno dall’altro (1989 e 2009) hanno ricevuto entrambi il Premio Nobel per la pace […] Il 1989 era l’anno in cui gli Usa conseguivano il trionfo nella guerra fredda e si apprestavano a smembrare l’Unione Sovietica, la Jugoslavia e – così essi speravano – anche la Cina. In queste condizioni ad essere incoronato come campione della pace non poteva che essere il monaco intrigante che già da trent’anni, incoraggiato e finanziato dalla Cia, si batteva per staccare dalla Cina un quarto del suo territorio (il Grande Tibet). Nel 2009 la situazione era cambiata in modo radicale: i dirigenti di Pechino erano riusciti ad evitare la tragedia che si voleva infliggere al loro paese; [...] un quinto della popolazione mondiale aveva conosciuto uno sviluppo prodigioso, mentre chiari risultavano il declino e il discredito che colpivano la superpotenza solitaria che nel 1989 aveva creduto di avere il mondo nelle sue mani. Nelle condizioni che si erano venute a creare nel 2009, il Premio Nobel per la pace incoronava colui che [...] era chiamato a ridare lustro all’imperialismo Usa. […] le concessioni sono formali e mirano soltanto a isolare il più possibile la Cina, il paese che rischia di mettere in discussione l’egemonia planetaria di Washington. [...] E’ a questo punto che annuncia il suo arrivo a Washington una vecchia conoscenza della politica di contenimento e di smembramento della Cina. Ecco entrare di nuovo in scena al momento opportuno Sua Santità che, prima ancora di mettere piede negli Usa, benedice da lontano il mercante di cannoni che siede alla Casa Bianca. Ma il Dalai Lama non è universalmente noto come il campione della non-violenza? […] Sua Santità era immerso in un’aura sacra, mentre a lungo, dopo la sua fuga dalla Cina nel 1959, ha continuato a promuovere nel Tibet una rivolta armata, alimentata dalle massicce risorse finanziarie, dalla poderosa macchina organizzativa e multimediale e dall’immenso arsenale degli Usa, e tuttavia fallita a causa del mancato appoggio da parte della popolazione tibetana. […] Ora il Dalai Lama e Obama si incontrano. […] Questo incontro tra i due Premi Nobel della menzogna sarà assai affettuoso come solo può esserlo un incontro tra due personalità legate tra di loro da affinità elettive. Ma esso non promette nulla di buono per la causa della pace”.

 

Il caso di Google

Il colosso americano di Mountain View aveva minacciato di abbandonare il mercato cinese dopo che gli account Gmail di alcune personalità ritenute pericolose dal Pcc avevano subito il furto di dati sensibili ad opera di hacker dagli occhi a mandorla. Ma questa è stata soltanto la scusa occasionale per rivelare una realtà più complessa: quella della censura cinese. Google e altri motori di ricerca avevano dovuto adattarsi ai filtri imposti dal Ministero dell’Informazione cinese, escludendo automaticamente l’accesso a siti pornografici o che fossero in contrasto con la linea ideologica nazionale, come per esempio Youtube, Facebook e Twitter, dove erano comparsi incitazioni all’indipendenza di Tibet e Xinjiang, oppure di siti che sostenessero la necessità di difendere i diritti civili. Dunque, nonostante i rappresentanti di Google avessero smentito l’intenzione di lasciare la Cina, da quando sono avvenute le intrusioni “piratesche” sono stati eliminati tutti i filtri imposti dal governo: la conseguenza potrebbe essere l’oscuramento totale del sito.

“Noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet, le imprese straniere sono le benvenute, a patto che agiscano in accordo con la legge cinese, la quale vieta qualsiasi cyber attacco”: con queste parole la portavoce governativa Jang Yu ha risposto a Google. Qualcuno precisa: “se voi aveste non due figli ma venti, non sentireste il bisogno di stabilire delle regole più rigide?” Dura la critica degli Stati Uniti: Obama si dichiara “convinto sostenitore della libertà di Internet”, mentre il Segretario di Stato Hillary Clinton nel corso dell’intervento su “Internet Freedom” tenuto al New Museum di Washington dichiara di voler promuovere la libertà online contro ogni forma di censura, annunciando una serie di misure per limitarla ed invitando la Cina ad aprire un’inchiesta “minuziosa e trasparente” riguardo al caso Google. La replica del Governo cinese non si è fatta attendere: definendo l’intervento come “dannoso ai rapporti bilaterali” tra le due nazioni, chiedendo agli USA di “rispettare i fatti e smettere di utilizzare la cosiddetta libertà su internet per formulare accuse senza fondamento. Internet in Cina è aperta e siamo il Paese più attivo nello sviluppo della rete”. Infatti l’utenza cinese, con i suoi 348 milioni di naviganti, ha superato quella statunitense. Tuttavia, poche ore dopo la comparsa sui blog cinesi di alcuni commenti entusiasti in seguito al discorso della Clinton, i medesimi sono stati cancellati. Gli Stati Uniti hanno deciso di investire i fondi che il Congresso aveva messo a disposizione due anni fa per aiutare chi protesta nei Paesi autoritari. Ma il New York Times sottolinea: “Il tentativo di dare un supporto finanziario a determinati servizi online fa venire in mente i programmi anticomunisti della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sostenevano progetti come Radio Free Europe”

 

Taiwan

In seguito alla decisione americana di vendere armi a Taiwan per un totale di 6 miliardi di dollari, il Ministro degli Esteri Yang Jiechi nel corso della conferenza per la sicurezza a Monaco di Baviera ha affermato che la vendita di armi a Taiwan rappresenta una violazione del codice di condotta tra le Nazioni. “Saremo costretti a reagire”, aggiunge. Pechino ha già annunciato che i rapporti militari bilaterali verranno sospesi. Obama ha scelto la linea dura e sfida il Governo cinese. Secondo alcuni sta tentando di circondare il gigante asiatico per frenare il suo sviluppo economico dirompente, che presto supererà quello dell’America stessa. A questo proposito, sempre Domenico Losurdo, commenta: “Non c’è area del mondo in cui non si siano accentuati il militarismo e la politica di guerra degli Usa. [...] In Africa, col pretesto di combattere il «terrorismo», gli Usa rafforzano in tutti i modi il loro dispositivo militare: il suo compito reale è di rendere il più difficile possibile l’approvigionamento di energia e di materie prime di cui la Cina ha bisogno, in modo da poterla strangolare al momento opportuno. Nella stessa Europa, Obama non ha affatto rinunciato all’espansione della Nato a Est e all’indebolimento della Russia; […] E’ soprattutto significativo quello che avviene nello stretto di Taiwan. La situazione stava migliorando nettamente: tra la Cina continentale e l’isola i contatti e gli scambi sono ripresi e si stanno sviluppando; si sono ristabiliti anche i rapporti tra Partito Comunista Cinese e Guomingdao. Con la nuova vendita di armi Obama vuole conseguire un obiettivo ben preciso: se proprio non si può smembrare il grande paese asiatico, almeno bisogna impedirne la riunificazione pacifica”.

L’intervento completo del filosofo si trova sul sito voltairenet.org.

 

La guerra dei polli

Quella dei polli non è altro che una scusa che i Cinesi stanno adoperando per avvertire la comunità internazionale dei danni economici che ha intenzione di infliggere, poiché sono i protagonisti della Ripresa economica. La Cina infatti ha imposto dei dazi sulle ali e zampe di pollo provenienti dagli Stati Uniti, tasse che entreranno in vigore il 13 febbraio, il giorno prima del Capodanno cinese. I produttori cinesi infatti sostengono che il prezzo in Cina, pur essendo ora 27 volte più alto che negli Usa, resta troppo basso. La disputa sui polli si aggiunge alla disfida tra i due giganti sulla svalutazione del renminbi. Insomma: ogni scusa è buona per inasprire le accuse reciproche.

 

Fonti:
Ansa, Euronews, Asianews, Internazionale, Repubblica, Corriere della Sera, VoltaireNet, La Stampa, Il Manifesto, Radio Cina Internazionale, Reuters, New York Times, China Daily, Asia Times