I problemi di una “guerra formato Powerpoint”

Alcune cose non sono bullet-izzabili

Il generale Stanley A. McChrystal, comandante delle forze NATO in Afghanistan fino al 23 giugno 2010, durante una conferenza avvenuta il 27 aprile ha mostrato uno schema costruito con Powerpoint, che descrive tutte le variabili della guerra che si stava e che si sta tuttora conducendo. L’intero uditorio è rimasto allibito dall’enorme quantità di informazioni lì contenute, e il generale ha commentato: «Quando capiremo questa slide, avremo vinto la guerra» (“When we understand that slide, we’ll have won the war”).

La frase ha avuto l’effetto primario di scatenare una risata tra i presenti, e quello secondario di innescare una riflessione sull’uso di Powerpoint (e in generale delle tecnologie) nell’esercito statunitense.

Per illustrare una questione complessa l’Esercito americano (come qualsiasi altra organizzazione) si affida spesso alle presentazioni, con la conseguenza che gli ufficiali americani trascorrono la maggior parte del loro tempo a preparare ppt. Il colonnello Lawrence Sellin ha confessato che «Ogni giorno è scandito dal ‘ritmo di battaglia’, una serie di briefings di Powerpoint e di congressi con presentazioni di Powerpoint».

Il vero problema che bisogna tenere in considerazione non riguarda l’onta di sentirsi chiamare “Powerpoint Ranger”, ovvero l’ultimo dei vari epiteti ideati dalle malelingue, piuttosto la riflessione su ciò che accade al nostro pensiero e alle nostre idee, se incapsulate attraverso un mezzo elettronico che necessita di una concisione a volte eccessiva. L’informazione contenuta nelle presentazioni è di per sé insufficiente per un’assimilazione efficace dell’argomento, dunque deve essere necessariamente completata dalla componente “vocale”: questo raddoppia il carico di lavoro sulle spalle di chi prepara il ppt, ma comprime anche il tempo dedicato alle decisioni nello spazio di una riunione. Gli ufficiali si illudono così di poter prendere un maggior numero di decisioni e si occupano di questioni che invece sottraggono tempo, prezioso invece per prendersi cura delle questioni di loro esclusiva competenza.

Bisogna anche tenere in considerazione che noi, messi nelle loro condizioni, rinunceremmo molto difficilmente a Powerpoint. Le tecnologie significano troppo per noi, anche se sappiamo benissimo che un MacBook non aumenta la nostra intelligenza o la nostra capacità di problem-solving. In guerra, poi, la tecnologia è un fattore che influisce relativamente: in questo era un maestro Polibio, avendo intuito che l’ineliminabile fattore del caso può cancellare qualsiasi vantaggio tecnologico. Esso non è determinante quanto le istituzioni politiche, le condizioni sociali e culturali: sono queste a determinare la forza di una società.

La sintesi deve essere moderata, altrimenti porta alla perdita del quadro generale della situazione; la sintesi, per dirla secondo Nicola Zotti (il più grande politologo italiano, da un lavoro del quale ho tratto parte dell’articolo), «è utile quando aiuta a focalizzare il proprio pensiero, non quando lo inaridisce fino a renderlo incomprensibile». Una bellissima frase del generale di brigata Herbert McMaster, che perderebbe tutta la sua efficacia se tradotta in italiano, spiega perfettamente il concetto: «Some problems in the world are not bullet-izable».

FONTI

Per la slide di McChrystal, per la sua dichiarazione e per quella di McMaster: www.theaustralian.com.au

Per i “Powerpoint Rangers”: www.wired.com

Per la dichiarazione di Sellin: www.gen.com

Per Nicola Zotti: www.warfare.it