Tags

Related Posts

Share This

La macabra allegria del giornalismo

Esistevano i gialli, una volta. Agatha Christie, ricordate?, una geniale scrittrice che verrà adorata nei secoli a venire come lo è stata finora. Una scrittrice che mi ha fatto scoprire l’oscuro fascino delle pagine macchiate dalle parole “omicidio” e “cadavere”, che ha affascinato miliardi di lettori grazie al desiderio di rivalsa, all’odio, alla passione che caratterizzano i suoi personaggi. Ora guardo i suoi testi, in alto, sullo scaffale della mia libreria, accanto ai thriller di Will Lavender, James Patterson e Elly Griffiths, Steve Mosby e Terry Goodking, ricordando che ciascuno dei quali ha una storia da raccontare che ha aspettato di essere letta. Storie di uomini forse simili agli eroi tragici greci, che sono spinti dalla follia a compiere atti inumani. Eppure c’è chi ha il coraggio di compierle, queste azioni, nettamente fuori dal discorso mitologico, ed esiste chi ne fa politica pur non essendo un’autorità né avendo nulla a che fare con esse.

Avrete sentito parlare del caso Scazzi. Sicuramente, perché ormai è impossibile tenersene fuori: la notizia ti azzanna al collo appena accendi la radio, la televisione, o semplicemente ti connetti ad Internet. La cronaca nera, inutile nasconderlo ancora, affascina. È una macabra allegria quella coperta dalle parole dei giornali, sempre più incapaci di occuparsi d’altro e sempre più invadenti.

A ‘Chi l’ha Visto’, il ritrovamento in diretta di Sarah con la madre che proprio in quei momenti era intervistata e che, sotto gli occhi avidi di troppi spettatori, ha ricevuto la notizia del rinvenimento del cadavere. “Siamo al limite della parodia”, afferma Licia Troisi, nota scrittrice fantasy, “I giornali ci inzuppano il pane da giorni, sbattendo una notizia di cronaca, efferata quanto pare, ma comunque, Dio mio – quante donne sono vittime di violenza in famiglia? quante vengono uccise da parenti? – sono tutti lì pronti a deprecare l’interesse morboso dei loro lettori, interesse che loro stessi hanno stimolato.”

L’invadenza dei giornalisti sta diventando tanto ossessiva quanto il desiderio di sapere, conoscere in che stato venne ritrovato il corpo esanime –violentato, abbandonato-, in che modo reagirà la madre ad una tale notizia, seguendo indagini che dovrebbero avere più riservatezza. È questione di rispetto, un sentimento umano che dovrebbe nascere spontaneo a chiunque, quella per cui l’inquadratura sul puro e vero dolore, lo zoom sulla lacrima e le parole di chi non sa nulla e non ha nulla a che fare con la sofferenza di altri dovrebbero essere archiviate e poi eliminate.

Prima c’era più discrezione. Non si andava apertamente a parlare della morte, del sangue e degli stupri come facciamo ora, i giornali non insistevano sul chiedersi se la cugina di Sarah la tenesse ferma o solo osservasse. “Dicono sia diritto di informazione.” Afferma Licia Troisi. “Ci invitano a tirar fuori il gusto per il sangue e la morte, ci dicono che non è male frugare nella vita di una famiglia alla ricerca del particolare scabroso. È drammatizzazione della vita, e dunque finzione, lurida parodia giocata intorno ad un cadavere.”

Ecco qual è la vera differenza tra un libro e un quotidiano. Un libro è fatto per affascinarci, legarci a sé in modo indissolubile, è scritto per aprire una finestra su un mondo immaginario nel quale la finzione è presentata come realtà, nel quale noi possiamo sfogare la nostra voglia di analizzare la vita altrui, commentarla, interessarci con macabra allegria ai delitti che vi sono descritti senza il rischio di ledere alla personalità di nessuno. Un quotidiano è fatto di informazione e di verità, di fatti non ordinari che meritano di essere descritti, è volto al rispetto per il singolo e non alla sua oppressione, non è composto da chiacchiere ossessive ma da oggettività.

La famiglia di Sarah, o di chiunque altro, non merita di ricordare ogni giorno la propria sofferenza a causa di insulse interviste per essere abbandonata, un giorno, simile a “una cosa posata in un angolo e dimenticata”, come affermerebbe Ungaretti. E dunque ritorni il rispetto, ritorni quell’umanità dimenticata, coperta dall’inchiostro che sembra distruggere gli animi umani sempre più confusi tra allegra finzione e macabra realtà.