La guerra contro il Tempo – Ricordando Levi e osservando l’Africa

Appena ho letto l’argomento mensile del nostro giornale, non posso nascondere di essere rimasta a bocca aperta e non solo per il fatto che mancavano solamente quattro giorni alla consegna dell’articolo. Proprio per quest’ultima ragione, però, ho subito aperto una pagina di Office Word, tenendola sospesa per fare delle ricerche su Internet; ma neanche un’ombra lontana per uno spunto di idea si faceva strada nella mia testa dopo quasi venti minuti che cercavo l’ispirazione in quella fantastica invenzione chiamata Google. Sono andata sul sito di Licia Troisi, nel quale ho trovato la traccia per il mio primo vero articolo, sulla cronaca nera per quelli che ricordano, ma l’ultima data era la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio. Sono passata allora a digitare alcune parole chiave sul motore di ricerca, ma, anche così, nulla. Il solito panico da pagina bianca, mi sono detta, prima o poi qualche riga da scrivere arriverà. Ho chiuso Internet, e il cursore di Office ha ricominciato a pulsare con un movimento ipnotizzante. Allora ho dato uno sguardo alla libreria che avevo appena messo a posto, coprendomi dalla testa ai piedi di polvere nata da anni di rimandi, e mi è tornata in mente un’immagine: una copertina azzurra, rigida, con una foto grigia che ritrae dei soldati con mantello e caschetto, in una trincea. Il libro si chiama “I racconti di guerra”, di Mario Rigoni Stern; accanto ad esso un volumetto più piccolo, di un bianco ingiallito, a caratteri neri di una vecchia macchina da scrivere. Credo che tutti abbiate sentito parlare di “Se questo è un uomo”, di Primo Levi. Lo prendo; comincia così: “Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi [...]”  Lui dice per fortuna; ottimista in quei tempi bui, anche se l’ottimismo aveva perso il proprio totale significato. Eppure, penso, le sue parole non sono altro che l’ombra sbiadita di ciò che ha realmente passato, in un periodo in cui né il singolo né la moltitudine aveva più nome, ma solo un numero tatuato sul braccio sinistro. Senza retorica, spogliando la cronaca, l’autore non cerca di commemorare se stesso, non i suoi compagni, non l’astio o la paura e il dubbio, ma la tremenda realtà celata dietro i fili spinati che, pur così sottili, riuscivano a porre un confine netto e insuperabile col mondo libero. È un messaggio morale e civile che aleggia tutt’oggi su ciascuno di noi, da quella volta in cui il 20 luglio 2000 il Parlamento instituì la legge n.211, secondo cui “la Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Ma non basta questo. No, perché ci sono ancora persecuzioni in atto, altre che invece si sono concluse ma non hanno una giornata per essere ricordate: forse sono troppe nella storia. Le foibe, ad esempio, tragedia passata ma pur sempre troppo attuale per essere dimenticata; o in Africa, più precisamente in Zimbabwe, il Presidente (o dittatore?) Mugabe ha perseguitato e cacciato miriadi di persone dal Paese con la sola accusa di essere poveri, costringendoli ora ad emigrare in Sudafrica. Si potrebbe dire allora, come afferma Manzoni, che la storia non è che un ripresentarsi degli stessi eventi, una guerra illustre contro il Tempo, richiamati in vita e di nuovo schierati in battaglia. Dunque, dato che non abbiamo il potere di fermare le ingiustizie, le morti innocenti, le persecuzioni, facciamo sì che questa giornata, il 27 gennaio 2011, Giornata della Memoria, possa ricordare non solo le vittime d’Italia, non solo gli Ebrei, ma tutti coloro che sono stati, sono o saranno perseguitati e oppressi da chi forse ha dimenticato cosa vuol dire essere umani.