L’anomalia dell’estrema destra

È inutile affermare che oramai, eccetto alcune ridotte frange estremiste, l’intera società occidentale ripudi il nazismo, il fascismo nonché tutti quei movimenti reazionari che si affermarono negli anni ’30 e pervasero principalmente l’Europa. Gli stessi odierni movimenti nostalgici, esaltando i regimi totalitari appartenenti ad un “glorioso” passato piuttosto che i loro carismatici condottieri, si scindono inconsapevolmente su numerosi, principali assi ideologici: taluni giungono a negare l’olocausto, altri ripropongono le tesi razziali come argomento centrale, altri ancora invece si schierano su posizioni esclusivamente nazionaliste, frequentemente accompagnate da programmi vicini ad un aspetto sociale assai ricalcato sugli intenti popolari di estrema sinistra, senza però accennare alla questione della razza né sfociare nella xenofobia più bieca. Altrettanto inutile affermare che il fenomeno dell’estrema destra si è sprigionato nel proprio carattere più cruento e autentico soltanto nei decenni intercorsi fra le due guerre, in quanto svincolato da ogni potere che non fosse gestito da un comandante assoluto piuttosto che dalla sempre presente schiera di gerarchi; ognuno dei movimenti successivi, al contrario, si è sempre ritrovato indotto in situazioni nelle quali v’era sempre un interesse superiore a controllarli per sfruttarne eventualmente la carica distruttiva: si pensi ai movimenti sociali di ispirazione fascista, al MSI o a nuovi movimenti quali i naziskin, tutte pallide tracce di un antico passato, piuttosto che a Pinochet, un fantoccio retto dalla classe dirigente cilena nonché dall’imperialismo statunitense, o alle brigate nere, pedoni ordinati durante gli anni di piombo sulla scacchiera politica italiana, governati da un re la cui identità rimane ancora avvolta nel mistero. L’estrema destra pertanto, a differenza degli altri attuali principali schieramenti politici, si apre ad una vasta gamma di correnti, talvolta persino opposte tra loro. Tale differenza fondamentale venne probabilmente a scaturirsi dall’assenza di un preciso filosofo/pensatore di riferimento: l’estrema sinistra infatti propugnò sempre il pensiero ben allineato, preciso nonché inquadrato di Marx e di Engel piuttosto che le utopistiche concezioni di Bakunin, certamente differenti dal socialismo scientifico dei precedenti filosofi ma parallelamente così proiettate nella medesima (vana) realizzazione del trionfo proletario, la destra liberista invece elaborò ciascuna delle proprie formule economico-politiche riferendosi alle teorie di Adam Smith, faro per ogni pensatore, economo, uomo di politica o affari appartenente a tale corrente, mentre al centro di questi due fuochi incrociati le posizioni dei socialdemocratici, i quali optarono maggiormente su un equilibrio tra società e mercato con la mediazione dello stato, una sorta di terza via ideata concretamente per la prima volta dall’economista John Maynard Keynes. I militanti di estrema destra tuttavia non furono mai capaci (e forse non gli interessava nemmeno) di collocare il pensiero di un preciso filosofo come pilastro centrale per un’ideologia compatta (qualcuno concepirebbe di intrecciare lo stato assoluto di Hegel assieme all’ultraindividualismo nietzschiano, due pensieri nettamente in contrasto sin da quando i due filosofi in persona erano ancora vivi? Ebbene, il confuso pensiero di estrema destra è riuscito nell’impresa!). Non è un caso che il primo, reale movimento di questa corrente politica non fu ideato o attuato da un (inesistente) pensatore, bensì da un tale Benito Mussolini, il quale in seguito avrebbe posto egli stesso le fondamenta del futuro stato fascista, differendo così da ogni precedente schieramento politico la cui azione fu concepita o addirittura organizzata dagli stessi filosofi: è sufficiente rimembrare le continue (in)citazioni di Marx alla rivoluzione piuttosto che l’analisi di Smith sulla nascente economia di mercato, accompagnata dalla conseguente strutturazione di un modello ideale di società capitalista. L’estrema destra si raffigurerebbe dunque come una posizione ideologica intensamente anomala, almeno quanto il periodo in cui conobbe la maggior egemonia e il più acceso consenso. Il profondo sbilanciamento economico, sociale e politico conseguito alla prima guerra mondiale nonché alla rivoluzione russa, infatti, aveva già innestato uno scenario globale stravolto rispetto ai tradizionali schemi, i quali si riferivano ad un liberismo che aveva dominato da circa un secolo l’Europa e si era in seguito espanso sull’intero globo, tramite l’imperialismo delle nazioni industrializzate, a portare la “civiltà”. Il frantumarsi di tali schemi rappresentò anzitutto la frattura ideologica di quel liberismo borghese, ormai spazzato via dalla guerra, sino a raggiungere una profonda crisi di coscienza dell’uomo il quale, fino a poco tempo addietro, si reputava invincibile ed inarrestabile di fronte all’immensurabile progresso tecnologico nonché economico sviluppato nell’arco di un secolo. Affianco a tale crisi vigeva l’incombente difficoltà economica che colpì numerosi settori dell’industria, gravemente intralciati dalla questione della riconversione produttiva, l’ingente spesa dovuta a quattro anni di completo logoramento nonché gli stravolgimenti sociali ed economici causati dalla guerra, una situazione che mise in serio pericolo il fragile stato italiano, senza calcolare i numerosi tumulti della protesta operaia immersi in questo contesto dove il tracollo era prossimo, un assortimento di fattori che assettarono una realtà talmente precaria da poter essere riparata esclusivamente da una forza altrettanto anomala ma potenzialmente risolutiva quale il fascismo. Dopo la completa disfatta nel primo conflitto mondiale, l’accordo di Versailles e lo smembramento dell’impero prussiano (dunque di quella granitica identità nazionale in seno al popolo tedesco), la repubblica di Weimar, attraversando non soltanto un ricatto economico estremamente gravoso da parte delle nazioni vincitrici (132 miliardi di marchi d’oro) e un conseguente tracollo dovuto all’inflazione attraverso cui la Germania sperava di sdebitarsi, ma anche una profonda umiliazione nazionale davanti alla sconfitta e alle accuse di esser l’unica, reale causa della guerra, fu definitivamente abbattuta dalla crisi economica di Wall Street, in cui si illuminò la completa decadenza della fede e del sistema liberista. Quando perciò la magnificenza dell’uomo moderno venne a spomparsi,  il suo sistema fu prossimo a crollare, l’arrogante mentalità del progresso e del mercato si pronunciò a dissiparsi, l’irrazionalità dell’antisemitismo, dell’ennesima guerra mondiale, dei lager e del totalitarismo apparve in tutta la propria minacciosa nonché terrificante imponenza. Con l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania, il susseguente risultato fu il sorgere di dittature sparse in tutta Europa (Spagna, Bulgaria, Ungheria) nonché le violente mire espansionistiche condotte dal Terzo Reich. Risulta dunque impensabile concepire, analizzare piuttosto che condannare ciascuno di quei regimi che devastarono l’Europa nonché la loro ideologia senza considerare la realtà storica in cui tali movimenti fecero la loro prima apparsa: non comprendo pertanto per quale motivo codesto essere venga tanto demonizzato mentre il sistema tutt’ora vigente, dopo aver predisposto l’ambiente in cui tale bestia si sarebbe nutrita, oltre ad aver tentato di sfruttarla a proprio vantaggio contro le forze socialiste, sia adocchiato con maggior benevolenza (per non arrivare addirittura a reputarlo ininfluente in tali avvenimenti storici), e non venga a sfregiarsi della scia di danni di cui, primo fra tutti, fu causa.

Fonti: Eric J. Hobsbawm “Il secolo breve”