L’Italia? Di fronte al caso Ruby rimane passiva
Non credo ci sia bisogno di raccontare per esteso tutte le vicende legate al caso Ruby. I giornali sono pieni di brani tratti dalle intercettazioni telefoniche o dagli atti processuali, nei telegiornali e nella trasmissioni di approfondimento non si parla d’altro. L’attenzione del paese sembra essere puntata all’unanimità sulla questione, tutti ne parlano con commenti più o meno sarcastici o disgustati ma raramente indignati o arrabbiati. Si riesce perfino a scherzarci su – e com’è noto, per scherzare su qualsiasi cosa bisogna aver raggiunto un certo distacco da essa. È come se quasi nessuno si rendesse pienamente conto della gravità della situazione; non c’è una società civile unita, una forte opinione pubblica a chiedere le dimissioni di un premier che ha compromesso in tal modo la sua posizione. Al loro posto solo voci isolate, disincantate, rassegnate. Tutto questo è in un certo senso agghiacciante. Viene quasi spontaneo fare un paragone con quanto accadde nei prima anni Novanta: il tentativo parlamentare di salvare Craxi provocò un ampio moto di indignazione e sdegno collettivi che portò al crollo della Prima repubblica.
Oggi è sinceramente impossibile immaginarsi qualcosa di simile. Eppure la situazione è altrettanto grave, non solo per le accuse rivolte al premier, ma anche per alcune sue dichiarazioni di stampo autoritario: “I magistrati” ha infatti affermato Berlusconi nella conferenza stampa del 19 gennaio “hanno usato una procedura irrituale e violenta, indegna di uno Stato di diritto e che non può rimanere senza un’adeguata punizione”. Vorrei porre l’accento sulla parola “punizione”, che lo stesso Presidente del Consiglio ha scelto di sostituire a “reazione”, come era stato scritto originariamente nel discorso.
Sono proprio gli italiani a sembrare incapaci di una reazione, o meglio di una punizione, che sarebbe quanto mai meritata. Come scrisse infatti Massimo d’Azeglio già alle origini dello stato italiano: “Pensano di poter riformare l’Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna che gli Italiani riformino se stessi”.
Fonti: La Repubblica.





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