In mutande ma vivi
Il ritorno di Ferrara nel mondo della comunicazione
Quasi in contrapposizione alle manifestazioni nonché alle proteste riguardo agli avvenimenti del caso Ruby, è parsa ricomporsi una voce favorevole alle posizioni del Cavaliere, le quali rievocassero un “antico impeto” insito nel movimento che sfociò a fondare Forza Italia: Giuliano Ferrara, a seguito del clamoroso fallimento elettorale durante le elezioni nel 2008, si riassesta dal colpo, tenendo al teatro Dal Verme a Milano, il 12 febbraio (un giorno, notare bene, precedente la protesta femminile contro l’indecenza compenetrante l’Italia) una Conferenza intitolata “In mutande ma vivi – contro il neopuritanesimo ipocrita”. Tale convegno pro Berlusconi non rappresenterebbe altro che una sorta di contromanifestazione verso il popolo viola il quale, radunate 10 mila persone presso il Palasharp una settimana antecedente, ha ribadito la propria risolutezza nel voler ottenere le dimissioni del Presidente del consiglio. Nel mirino di Giuliano Ferrara, come facilmente intuibile, anche le continue contestazioni dell’opposizione nonché l’opera dei magistrati in Italia, tacciate di “moralismo vero” nonché bieca ipocrisia: oltre ad aver usufruito dell’occasione per ribadire le proprie opinioni in precedenza sostenute (“si alle puttane no all’aborto”), il direttore de “Il Foglio” ha declamato ripetute incitazioni quali non cedere di fronte alle demonizzazioni attuate dagli avversari, un partecipe sostegno sul terreno della libertà, su cui è necessario resistere, la trasformazione di un uomo in bersaglio di giudici, moralisti nonché puritani, l’ottica secondo la quale la telefonata in questura non sarebbe stata altro che un errore e la trasformazione di tale “cortesia” nell’intrufolamento all’interno delle vite altrui. In conclusione un richiamo alla situazione politica del ’94, dove Berlusconi era ancora l’uomo “capace di rilanciare questo Paese nel segno della libertà”, sostenuto dagli Italiani per stimolare la crescita economica della nazione e per tagliare le tasse. La conferenza (a cui hanno partecipato quasi esclusivamente i sostenitori del Popolo delle libertà, tra cui, sul palco del teatro, Alessandro Sallusti, direttore de “Il Giornale”), si conclude tra gli applausi dei 1.500 presenti per il promotore del movimento “libera mutanda in libero Stato”: durante l’evento infatti sono state appese dietro il palco alcune fila di mutande, a ribadire il significato dell’incontro.
Qualora sia concesso esprimere una opinione, senza valutare quanto tale evento rappresenti una pagliacciata di dimensioni sproporzionate, vorrei adoperare questo esempio per disegnare una bozza del rapporto tra Giustizia e istituzioni moderno: se fino a qualche secolo scorso l’istituzione era considerata quasi inviolabile dai sudditi (si consideri la sacralità della Chiesa cattolica, dei re taumaturghi, della Res Publica piuttosto che la ferrea lealtà di Socrate alle Leggi della propria città), per l’uomo contemporaneo in dosi quasi eccessive, massimamente dagli anni ’80 verso il futuro la frattura tra collettività ed individuo ha raggiunto livelli esorbitanti, sovente risoluti in favore della libertà nonché della proprietà del privato (fattore il quale si è osservato, proprio in codesti decenni, stravolgere l’equilibrio della società). Resistono indiscutibilmente modelli di Stati assoluti disseminati nel mondo, per quanto la maggioranza tra questi (con rarissime eccezioni) mantengano il guinzaglio di multinazionali, banche piuttosto che qualsivoglia ente economico (quindi privato), desiderosi di eseguire la volontà del profitto. Simili mutazioni hanno stravolto pure la Giustizia: di fronte ad un prototipo di essere umano il quale riponga le proprie ambizioni, le proprie aspirazioni, i propri obiettivi esclusivamente verso il guadagno personale, che si raffiguri come un idiota (dalla radice ιδιοs, in opinione degli Ateniesi vissuti nel V secolo a.C. colui il quale agisce unicamente in base al proprio interesse, trascurando la vita pubblica), la medesima Giustizia non potrebbe altro che essere adocchiata, sotto l’ottica di un tale uomo, intralciante e futile. Nei migliori rapporti fra individuo e legalità, la devozione nei confronti della rettitudine di comportamenti pubblici (e non soltanto) si riduce ad una profonda vacuità, nel rispetto (prettamente formale) di un’istituzione la quale si inserisce comunque dentro il contesto di un sistema assai distante dalla ricerca del giusto. Nella cultura globalizzata venuta a dominare, la marcata corrispondenza tra il cittadino e l’istituzione si è svincolata da qualsiasi forma di empatia, migrando verso l’esclusivo progresso del singolo, non della collettività, in particolar modo verso il progresso tecnologico (dunque ad un ennesimo sviluppo economico), mentre il precedente referente culturale si è dissipato nell’inarrestabile avanzata della modernità.
Percorrendo un’analisi deduttiva, quest’aspetto non stonerebbe affatto assieme alla solita melodia in cui il nostro Presidente del consiglio accusa i magistrati di essere a sua volta ingiustamente accusato; naturalmente tale atteggiamento, assunto dai vertici del nostro Stato, contribuisce notevolmente a diffondere una cultura dove il cittadino si reputi autorizzato ad atteggiarsi da idiota (rimembrate la precedente etimologia). Sebbene questa cultura ovviamente non sia scaturita da un unico singolo uomo, costui ha indubbiamente contribuito ad infiltrare una mentalità che demolisse un sistema di valori collettivi oramai decrepito, il quale non risultava altro che il collante di una sincera coesione fra la società e l’ente privato.
Qualunque sia la nostra opinione, non temete: Giuliano Ferrara sta effettuando alcune trattative, assieme a Mauro Masi, direttore generale della Rai, e Mauro Mazza, direttore di Raiuno, a proposito di segnare il proprio ritorno pure nel mondo televisivo, ogni sera terminato il Tg1 delle 20.00, in sostituzione al programma, un tempo condotto da Enzo Biagi, “Il Fatto”, a cui subentrerebbe la vecchia rubrica del direttore de “Il Foglio”, andata in onda dal 1988 sino al 1994 (anno in cui Berlusconi entrò in politica), “Radio Londra”.
Fonti:
Corriere della Sera
Il Sole 24 Ore
Giuliana Cordero, “Le leggi sorelle”





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