Il maremoto che ha devastato il Giappone

È impressionante annotare quanto l’opera dell’uomo, apparentemente tanto incontrastabile e irrefrenabile, si dimostri invece un’incredibile inezia nel momento in cui le forze della natura scatenano la loro immane violenza. Tale forse è la causa di tanto stupore, generatosi in tutto il mondo, nell’osservare una delle nazioni più avanzate nonché industrializzate piegata sotto l’urto del maremoto: il primo ministro afferma che l’evento catastrofico rallenterà notevolmente la fievole ripresa economica verso cui il Sol Levante sembrava in procinto di dirigersi; l’imperatore definisce la calamità, abbattutasi sulla prospera isola, come la maggiore difficoltà nazionale a seguito delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki. I danni risultano notevoli: talune fonti, relative al 12 marzo, riportavano 574 deceduti, altre sorpassavano i mille, benché entrambe concordassero su un indubbio aumento; il giorno successivo se ne calcolavano già 1.600, oltre ai 10.000 dispersi. Le immagini raffigurano uno scenario quasi apocalittico, dove abitazioni spazzate dalla furia delle acque, campi allagati, barche fluttuanti attraverso le strade, treni trasportati dalle impetuose correnti si sono estesi per oltre 300 Km2 lungo la costa nord-orientale del paese. Piuttosto che uno tsunami, il cataclisma si raffigura come un onda nera propagatasi lungo centinaia di chilometri, intenta a travolgere qualsivoglia oggetto gli si ponga innanzi.

Affianco di tali disastri, l’allarme nucleare proveniente dalla centrale di Fukushima: l’impianto (per quanto Chicco Testa abbia assicurato, durante una puntata della trasmissione “Otto e Mezzo”, rientrasse nella categoria dei reattori di seconda generazione) era stato catalogato tra i venticinque più sicuri al mondo (considerate in Giappone ne vigono soltanto quindici) ma nonostante ciò le onde, dalla mole superiore ad ogni barriera architettonica, hanno danneggiato il sistema di refrigerazione del nocciolo, cosicché l’aumento della pressione all’interno del primo reattore, dentro la gabbia esterna di contenimento, ha provocato una tale esplosione da sprigionare un’agghiacciante nuvola grigio-bianca. Nei giorni seguenti tre persone, estratte a caso nei pressi dell’area, vennero esaminate nonché ricoverate d’urgenza, senza valutare alcuno tra costoro in condizioni di salute. Vennero successivamente diagnosticati come contaminati numerosi individui e, malgrado le autorità giapponesi abbiano dapprincipio rassicurato la popolazione nonché la stampa internazionale a proposito di eventuali fughe radioattive, la scala di rischio, atta a valutare quanto ingenti risultino codesti disastri, si è collocata dapprima su una posizione di 4 su 7, successivamente è stata valutata attorno al quinto grado e, nel massimo della crisi, verso il sesto. Il problema si articola ulteriormente dal momento in cui, qualora le barre d’uranio ubicate nel secondo reattore si fondano, si prevede uno sprigionamento radioattivo alquanto affine all’evento di Cernobyl (toccando il settimo grado). È stato ipotizzato da parte dei tecnici, al fine di contenere l’emissione radioattiva, un sarcofago di cemento, proprio in analogia con la soluzione adottata riguardo all’incidente precedentemente citato, il quale involucri l’intero reattore (inevitabilmente grazie al sacrificio di taluni eroi, propensi a donare la loro vita). Un’altra problematica, di non indifferente rilievo, la costante sollecitudine a mantenere elevato il livello dell’acqua all’interno delle vasche, dove sono conservate le barre di uranio: a tale scopo sono intervenuti gli idranti dei pompieri nonché gli elicotteri dell’esercito, “bombardando” il reattore con tonnellate di massa d’acqua. Oltre a tale complicazione tecnica, il rischio di un’ulteriore interruzione della fornitura elettrica, senza la quale le operazioni di raffreddamento potrebbero nuovamente interrompersi, fenomeno puntualmente verificatosi a seguito dell’esplosione del terzo reattore, dovuta probabilmente ad una scossa sismica: le cause della fuoriuscita (una nube nera) rimangono oscure, mentre il ripristino di elettricità si è puramente limitato agli impianti di illuminazione. Il sistema di refrigerazione invece è rimasto spento, in quanto troppo azzardato una sua eventuale attivazione, benché il reattore sia stato bombardato d’acqua, per l’ennesima volta, dagli elicotteri: come effetto tuttavia una pioggia radioattiva, il cui rischio di contaminazione coinvolge la rete idraulica di Tokyo assieme alle acque, altamente inquinate, contenute nel secondo reattore. Le autorità assicurano tuttavia, per coloro superiori ai dodici anni, l’assenza di alcun pericolo ma, a tale punto, persino la TEPCO, l’azienda a cui era affidata la sicurezza, ha allarmato riguardo a un livello di radiazioni, sempre nelle vasche del secondo reattore, di dieci milioni di volte sopra la norma, correggendosi successivamente attorno alla modesta cifra di centomila. Verso qualsivoglia esito si dirigerà la faccenda, è alquanto scontato nonché confermato l’impianto verrà smantellato.

Contemporaneamente anche nella nostra nazione si è ridestato, dopo mesi di demagogia preelettorale durante il 2008 nonché anni di silenzio assoluto, la questione sullo sfruttamento di codesta fonte di energia (ma dobbiamo perdonare l’universo dei politici e, soprattutto, della stampa, tanto impegnata a descrivere accuratamente ogni singolo dettaglio del Ruby-gate). Il dibattito si è infervorato da ambo gli schieramenti, accendendosi sui noti argomenti: le scorie radioattive, la convenienza di tale conversione energetica ma, in codesto periodo, il problema della sicurezza sembra assumere parecchio rilievo. Davanti alla catastrofe degli eventi, di fronte all’appropinquarsi del referendum tuttavia, il ministro dello sviluppo Romani ha optato verso posizioni meno determinate, per concentrarsi invece su “una responsabile pausa di riflessione, come fatta da altri Paesi europei”. A congedo la moratoria del 22 marzo, la quale rinvia future decisioni nonché legislazioni sul tema per la durata di un anno: quali circostanze migliori, da parte del governo, per moderare il proprio programma elettorale!

Quanto accaduto, forse, appare eclatante proprio perché il cataclisma ha oltrepassato nonché sbriciolato ogni certezza entro cui l’uomo si fosse percepito indomabile, inarrestabile, invincibile di fronte alle forze della natura; la situazione si propone in maniera differente da Cernobyl, dove la causa dell’incidente era correlata ad un guasto di un macchinario, pertanto ad un errore esclusivamente umano. Qui l’unica, reale causa dell’incidente è risultata un imprevisto oltre ogni probabilità di previsione nonché azione, l’inarrestabilità di un universo che l’uomo, attraverso la propria tecnologia, reputava aver domato nonché legittimato a poter essere interamente sfruttato. Eppure proprio tali situazioni sventrano tutta la fiducia, tutta l’arroganza, tutte le certezze assodate dalla rivoluzione industriale verso il futuro. Allora noi, figli della modernità, persisteremo a percorrere la strada impostaci dalla nostra civiltà industriale, ignorando i pericoli in essa contenuti? A trascurare le conseguenze di questo immane sfruttamento, necessitante di un consumo altrettanto massiccio? A moltiplicare esponenzialmente il bisogno di produrre senza calcolare i limiti materiali del nostro pianeta né considerare la miseria sparpagliata da questo sistema? Anche sulla base di tale futile considerazione, esaminiamo se l’unica via percorribile sia rappresentata dalla scissione dell’atomo, l’incremento forzato della produzione di energia (e di qualsivoglia altra merce) oppure affrontare qualche strada alternativa a questo nostro sistema produttivo contemporaneo.

Fonti: corriere.it; repubblica.it;