Proemio dell’Iliade

Testo

Μνιν ἄειδε, θε, || Πηληϊάδεω Ἀχιλος

οὐλομένην, ἣ μυρί’ || Ἀχαιοῖς λγε᾿ ἔθηκε,

πολλὰς δ᾿ φθίμους || ψυχς Ἄϊδι προΐαψεν

ρώων, αὐτοὺς || δὲ ἑλώρια τεῦχε κύνεσσιν

οἰωνοῖσί τε πσι, || Δις δ᾿ ἐτελείετο βουλή,

ξ οὗ δ τὰ πρτα || διαστήτην ἐρίσαντε

τρεΐδης τε ἄναξ || ἀνδρν καὶ δος Ἀχιλλεύς.

Traduzione letteraria

L’ira narra, dea, del Pelide Achille,

funesta, la quale causò infiniti lutti agli Achei,

numerose anime salde nell’Ade gettò

di eroi, le rese bottino per i cani

e per tutti gli uccelli, si compiva il volere di Zeus,

da cui per la prima volta si divisero contendendo

sia l’Atreide re di popoli sia il divo Achille.

Commento filologico

Μῆνιν = il termine è posto al principio del primo verso, in posizione enfatica ad esprimere il tema su cui si imposterà l’intero poema: l’ira che si cova nel petto, non lo scoppio di rabbia improvviso quale il χόλος.

ἄειδε = forma distratta del verbo ἄδω, imperativo seconda persona singolare presente attivo.

θεὰ = termine anellenico, un vocalismo eolico  in quanto presentante α pura che, nel dialetto ionico, è sempre impura. Si tratta di un riferimento ad una particolare musa nonché la testimonianza che Omero, rispetto ad Esiodo, possedeva una consapevolezza di essere poeta assai minore, soprattutto nell’Iliade dove il poeta stesso è ancora un vaso da riempire, uno strumento attraverso cui le muse parlano e cantano. Esse sono generalmente citate in gruppo e il loro numero specifico (60) verrà citato soltanto in Od. XXIV, dove si narra siano figlie di Zeus e Μνημοσύνη, la quale partorì sul monte Pieria (in Macedonia); vennero successivamente condotte sull’Eliconia (presso il confine tra Beozia e Focide) da Apollo, il quale le avrebbe istruite ciascuna in un determinato campo artistico (presiede all’έπος e alla narrazione Calliope).

Πηληϊάδεω = caratteristico genitivo omerico singolare della prima declinazione, invero il patronimico formulare dovrebbe presentare la forma in εο ma, a causa di metatesi quantitativa, la o si allunga e il sostantivo successivo, Ἀχιλῆος, perde una λ. I due termini formano un caratteristico patronimico formulare e lo iato εω è mutato in un dittongo per opera di una sinizesi, cosicché l’ictus cada su entrambe le vocali.

οὐλομένην = participio aoristo secondo medio, femminile singolare accusativo (riferito a Μῆνιν); notare la presenza dell’allungamento, simbolo che la lingua si adatta alle esigenze metriche e l’esametro alla lingua stessa. Sempre riferendosi a Μῆνιν, notare inoltre come il termine sia posto a capo del verso in posizione enfatica, a descrivere gli effetti dell’ira funesta.

= il pronome relativo introduce due subordinate: regge ἔθηκε e προΐαψεν. Originariamente si verificava un particolare fenomeno, la psilosi, ossia l’assenza di aspirazione: in origine difatti articoli, pronomi relativi, possessivi e talvolta anche personali erano fusi dentro un’unica struttura. Si notano già tuttavia talune differenziazioni nella lingua arcaica (come in Od. I, v.4). L’assenza dello spirito aspro verrà revisionata, secoli successivi, dai filologi alessandrini, i quali inseriranno il medesimo spirito aspro nei vocaboli aventi un corrispondente nel dialetto attico.

Ἀχαιοῖς = il termine, un dativo maschile plurale della seconda declinazione, traduce le popolazioni achee le quali combatterono contro i Troiani; altri termini adoperati nella kunstsprache per definire le popolazioni greche sono Αργείοι (Argivi) o Δαναοί (Danai).

ἄλγε᾿(α) = forma distratta, ossia una fase intermedia precedente la contrazione (generalmente evitata, quando capita segue le regole del dialetto attico eccetto εο ed εου che contraggono in ευ).

ψυχὰς = in epoca arcaica il termine ψυχή non indicava l’anima bensì il “soffio vitale”, che usciva dal corpo attraverso le ferite o la bocca prima di dirigersi verso l’Ade.

κύνεσσιν = tipico dativo omerico della terza declinazione, usato per il plurale (da κύων, κυνός).

οἰωνοῖσί = dativo epico (in quanto adoperato nella Kunstsprache, la lingua d’arte omerica) o lungo.

ἐξ οὗ = pronome relativo introducente una relativa impropria temporale.

Ἀτρεΐδης = tipico patronimico formulare, con cui si indica il padre, dei fratelli Menelao ed Agamennone, Atreo.

ἄναξ = il termine deriva dal ϝάναξ miceneo (wa.na.ka nella lingua sillabica micenea) con cui si indicava il signore di palazzo, al quale era subordinata la figura del βασιλεύς, il signore minore; con questo termine si indicano gli altri principi greci, ad Agamennone subordinati, benché si ribellino frequentemente alla sua autorità, cosicché ἄναξ assuma un valore dal potere più simbolico che effettivo. L’espressione formulare “re di popoli” torna costante nella descrizione di Agamennone.