Un incontro con la signora Segre

Il 12 aprile il nostro istituto ha ricevuto l’onore di accogliere una superstite, la quale ha trascorso al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau quasi un anno e mezzo della sua vita.

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Nonna di tre nipoti, ha deciso di sospingersi oltre il silenzio dei fantasmi per descrivere questa raccapricciante esperienza anche a noi, nipoti ideali, durante queste due ore.

Il testo che riproponiamo riassume le vicende narrate nel corso dell’assemblea ma, ovviamente, appare privo di quella carica emotiva contenuta dentro una testimonianza diretta.

L’infanzia

La vicenda risale al tempo della seconda elementare, frequentata in via Ruffini. Appartenente ad una famiglia ebraica laica, la protagonista percepiva una sostanziale eguaglianza affianco alle altre bambine, una condizione destinata tuttavia ad alterarsi durante la fatidica estate del 1938, quando vennero emanate le leggi razziali. Si decretò infatti che ogni cittadino italiano ebreo fosse espulso dagli impieghi pubblici, venendo così a comporsi un gruppo sociale declassato a secondo rango: tali provvedimenti costarono l’espulsione della giovane Segre dalla sua scuola. Avendo perso la madre, il compito di annunciare questa espulsione spettò al padre: la giovane bambina sarebbe stata assalita, per la prima volta, da quei molteplici “perché” che l’avrebbero perseguitata durante tutta la vita. Iscritta ad una scuola privata, per anni avrebbe incontrato le precedenti compagne. Inevitabilmente, qualcosa era mutato: l’indifferenza, un male peggiore persino della violenza stessa, flagellava le persone denigrate dalle leggi razziali isolandole all’esterno della società, rendendole trasparenti, impercettibili, inesistenti. Verso la Segre soltanto due compagne si dimostrarono vere “Amiche”; le altre, nel pacato velo dell’indifferenza, conclusasi la guerra, avrebbero esposto giustificazioni di ogni genere ma gli amici, individui capaci di recare aiuto, avendo corso ardui pericoli come la fucilazione, si distinguono dal branco proprio durante le situazioni critiche. Soltanto costoro avrebbero remato contro l’enorme assenso di cui il fascismo godeva.

Una vita segregata

Il clima di famiglia fu repentinamente infestato dal timore della polizia e dell’apparato repressivo dello Stato: era manifesto stessero avvenendo perquisizioni nonché soprusi compiuti soltanto su particolari individui. Allo scoppio della guerra, all’età di dodici anni, la signora Segre sfollò assieme alla famiglia in una villetta presso Berigo, un villaggio dove l’unica scuola presente era pubblica, fattore il quale costò, per la giovane ragazza, l’impossibilità di proseguire gli studi. Frattanto, i messaggi criptati degli alleati esprimevano una situazione bellica disastrosa, dove l’esercito nazista sembrava invincibile davanti a qualsivoglia esercito avversario. Otto settembre 1943: la Germania soccorre il regime fascista, cosicché le leggi razziali si frammischino a quelle di Norimberga: mediante lo zelo di prefetti e questori italiani, al fine di facilitare la deportazione gli ufficiali tedeschi ottengono i documenti dei cittadini di razza ebrea, condannati per essere stati concepiti al mondo. In tale situazione, tuttavia, il padre della Segre intraprese un’audace decisione: il rifiuto di fuggire abbandonando i propri genitori. Per non metterla in pericolo, si separò dalla figlia, appena tredicenne, affidandola ad un amico, il quale la separò dalle braccia paterne e la condusse tra le montagne, dove sarebbe stata al sicuro ma, inevitabilmente, colma di una profonda malinconia. Dopo aver trascorso alcuni mesi a Castellanza, i nonni ottennero un permesso di residenza nei pressi del lago di Como in quanto troppo anziani per rappresentare una minaccia: una spudorata menzogna, invero, da parte delle autorità, in quanto successivamente sarebbero stati deportati al campo di Fossoli, gasati e, infine, bruciati. Ritornata più tardi assieme al padre, con altri due compagni ricevette un permesso di soggiorno dalla Svizzera: l’esperienza di vagare sulle montagne seguendo i contrabbandieri, in aperto sprezzo del pericolo, rappresentò un esiguo periodo di felicità, durante cui questa ragazza si sentì quasi un’eroina.

Nel momento in cui il gruppo stava varcando la soglia del confine, un ufficiale svizzero, appartenente al cantone tedesco, sbarrò loro la strada, li ricacciò donde erano provenuti e, fatidicamente, ne decretò la morte. Nessuno spese una supplica né una lacrima, neppure in seguito alla cattura da parte dei finanzieri italiani, cattura da cui sarebbe esordita l’interminabile prigionia: da tale esperienza sorge un’immensa tristezza che avrebbe sollecitato di nuovo i continui “perché” da parte della giovane Segre.

Dapprima venne racchiusa nel carcere femminile di Varese, in seguito a Como; le celle si presentavano prive di riscaldamento nonché tappezzate di muschio lungo le pareti. Sarebbe stata infine trasferita per quaranta giorni circa a Milano, presso il carcere di San Vittore, vicino a quel medesimo quartiere dove da bambina frequentava le sue compagne. Si ritrovava così internata in un carcere da cui scorgeva quella piazza Aquileia dove un tempo transitava libera con la sua bicicletta. Qui ai prigionieri Giudei veniva adibita un’ala particolare, segregata dal corpo centrale; avrebbe perlomeno condiviso la sua cella col padre che, dopo esser stato oggetto di feroci interrogatori da parte della Gestapo, era costretto ad essere accudito da sua figlia. Questa prigionia venne infine interrotta dall’arrivo di un ufficiale tedesco il quale, elencati press’a poco seicento nomi, decretò definitivamente i loro destini.

Il viaggio

Senza meta né bagagli, frammisti uomini e donne, giovani e anziani, debilitati e sani, vennero caricati su alcuni camion, trasportati sino alla Stazione Centrale e, infine, scaricati al binario 21, dal quale partivano vagoni assegnati a merci e/o bestiame; in nessuna occasione nessuno tentò di bloccare quelle fila di morte. Immaginatevi di rimanere un’intera settimana serrati dentro un carro bestiame insieme a cinquanta/sessanta persone, condividendo solamente un secchio, un cumulo di paglia, fame, freddo e sete. Sebbene dapprincipio vi fossero gemiti e paure, proprio all’interno di tale situazione intervenne una sorta di miracolo, di potenza interiore quale la fede: all’apice di tanta disperazione infatti, alcuni rabbini tra i prigionieri si radunarono in cerchio a pregare, lodando Dio, pregando per i destini altrui. Gli ultimi due giorni vennero trapassati dal silenzio assordante, quasi a indicare la quiete precedente la tempesta. Giunti presso la stazione artificiale del campo di Auschwitz Birkenau, subentrò invece il rumore assordante degli assassini, l’ipocrita sorriso dell’ufficiale che, con tono tranquillo e pacato, rassicurava le sorti di seicento persone, di cui soltanto venti sarebbero sopravvissute. Gli ultimi, ignari saluti fra trenta ragazze, selezionate per trascorrere una vita ripugnante, e coloro destinati ad una morte rapida e fatale vide scissi definitivamente la nostra protagonista e suo padre. Chi risultava in grado di lavorare e logorarsi nel campo di concentramento riceveva l’unica motivazione per una vita indefinibile come tale, i deboli andavano distrutti. Di tale orrenda verità la Segre fu informata non appena giunse alla prima baracca del campo di Birkenau da ragazze francesi “veterane” (una città di 60.000 donne). Venne denudata assieme alle altre ragazze di fronte ai ghigni sprezzanti delle SS, ridotta nella propria personalità ad una mera matricola: la rassegnazione, davanti all’evidenza degli orrori, venne subita con l’olezzo dolciastro della carne bruciata, proveniente dai forni crematori, il quale attraversava l’intero campo di concentramento. Si biforcava una duplice scelta: o rifugiarsi nel ricordo oppure imparare a sopravvivere in un inferno generato dagli uomini, a comprendere il tedesco, a tollerare il freddo e l’inedia, ad adattarsi psicologicamente a vivere alla stregua di animali.

La vita all’interno del campo

Riguardo alle mansioni da svolgere, venne assegnata ad una fabbrica di munizioni (appartenente probabilmente ad un marchio, tuttora esistente sul mercato come produttore di automobili), un lavoro, per quanto duro, migliore rispetto a quelli all’aperto, dove il rischio di perire era elevatissimo. Prima di recarsi al campo di Auschwitz era tuttavia necessario subire un’altra pena: settecento ragazze, in marcia verso il dolore, quasi ogni mattina infatti si imbattevano in un gruppo di giovani in bicicletta della cosiddetta “hitlerjugend”, la gioventù hitleriana, sostenuti nella loro grassa arroganza dal manicotto con la croce uncinata. Da questo incontro non provenivano altro che insulti e violenze psicologiche di qualsivoglia genere ma, raggiunta l’età matura, Liliana Segre avrebbe compreso attraverso un percorso di profonda riflessione, comprensione e pietà quanto le vittime, in realtà, fossero costoro, quanto sfortunati si ritrovassero, in tale stato, i carnefici rispetto alle vittime.

Il vitto consisteva in una zuppa da mangiare senza cucchiaio, contenuta in una scodella da condividere tra cinque o sei individui. In seguito riprendeva il lavoro finché, conclusasi la giornata lavorativa, si ritornava al campo. La fame ti obnubila il cervello, provoca dolori allo stomaco come quelli di un tumore: ecco perché qualunque alimento diveniva mangiabile, anche se marcio. Quando talvolta veniva distribuita una misera fetta di un materiale ignoto spacciato per salsiccia, un cucchiaio di marmellata o margarina, una sorta di parallelepipedo di pane nero, la fame sopprimeva ogni ribrezzo. Durante la notte si trascorreva il sonno in alcuni giacigli, completamente vestiti, allo scopo di evitare il furto degli abiti: le scarpe sotto la testa, orribili insetti girovaganti, le dita a tappare le orecchie cosicché non si udisse l’acuto fischio dei treni, carichi di nuovi venturi torturati.

Un’altra esperienza rievocata nell’incontro: la visita medica, un bivio il quale poteva condurre alla sopravvivenza piuttosto che al decesso nei forni. Gruppi, file di sessanta scheletri si dirigevano verso l’ufficiale medico che avrebbe determinato le loro sorti, analizzando il loro stato di salute (dunque la validità delle capacità produttive). Assunto un volto indifferente, la Segre si trova a sfilare davanti al medico, il quale le pone il dito sopra la cicatrice dovuta ad un’operazione di appendicite: il terrore della morte si tramuta in gioia nel momento in cui il dottore rimprovera il chirurgo che aveva operato un intervento con tale incompetenza. Non le intaccò l’animo il fatto che altre persone sarebbero state condannate, il suo destino, in quell’istante, era vivere.

Janine

La mansione svolta presso la fabbrica di munizioni veniva adempita in una divisione del lavoro condivisa assieme ad una ragazza francese la quale, recatile i blocchi di ferro, provvedeva a sezionare il materiale tramite apposite macchine. Proprio tali macchine sarebbero risultate responsabili nel tranciarle due falangi: sebbene tale sventura decretasse l’annientamento della sua compagna, l’istinto di sopravvivenza aveva infuso nella giovane Segre una sorta di egoismo, di feroce attaccamento alla stessa vita provocato dalla macchina di abbrutimento umano del lager, trasformandola in una sorta di lupa affamata. Oggi, anche grazie alla testimonianza della signora Segre, a quella giovane ragazza francese, sui vent’anni circa, dagli occhi azzurri e le chiome bionde, colpevole soltanto di essere nata, è stata dedicata una borsa di studio “Janine vive, tu voltati”.

La marcia

Incombeva l’anno ’45, gli spari e i fragori della guerra si appropinquavano: queste donne, tenute all’oscuro sugli esiti del conflitto, reputavano che il Terzo Reich sbaragliasse ancora ogni nazione avversaria. Nell’istante in cui l’armata sovietica penetrò nel Lager, citando un’espressione di Primo Levi, si sprigionò “lo stupore del male altrui”. La signora Segre tuttavia, durante la conquista russa della Polonia, fu costretta accanto alle sue compagne alla “marcia della morte”, patendo il freddo e gli stenti dell’inverno e della fame, dirette da Colonia verso la Germania. All’età di quattordici anni imparò la potenza della tenacia, unica garante della sopravvivenza, e il suo condizionamento sul destino degli uomini. Contemporaneamente l’inedia induceva costantemente a sopprimere qualunque senso di repulsione, a sfamarsi con cibo reperito nei letamai, con le bucce crude di patate, con torsoli di cavoli. Giunte a Ravensburk, proseguirono sino a Malchow, un campo di concentramento dedito all’esclusivo contenimento dei prigionieri ma, oltre quei recinti di filo spinato, si spalancava la libertà e l’erba rigogliosa della primavera: quel campo di concentramento sarebbe presto divenuto il simbolo della porta chiusa, la cui prigionia è impercettibile nel momento che appare aperta, così come la fame non è percepibile con lo stomaco pieno, il dolore con la gioia, la fatica con l’ozio.

Verso la libertà

Per quanto le SS tentassero di mascherare l’arrivo degli alleati, a Malchow si avvertiva già un cambiamento incombente. Queste ragazze avrebbero presto incontrato un gruppo di detenuti francesi, prigionieri di guerra catturati dall’esercito nazista: proprio da costoro sarebbe scaturita una pietà, un’umanità conosciuta soltanto tra i prigionieri di San Vittore. Si rivelava lo stupore dei francesi nel comprendere che questi esseri, questi scheletri che si ritrovavano di fronte erano ragazze. Le rincuorarono, le esortarono a resistere: la guerra si stava concludendo, le sofferenze si accingevano a terminare con essa! I persecutori infatti si stavano mobilitando nel cancellare il maggior numero possibile di tracce, l’urgenza li spinse a spalancare incondizionatamente i cancelli, davanti alla cui apertura incominciò una nuova marcia, non più la marcia di gennaio, non più la marcia della sopravvivenza bensì la marcia verso la libertà. Nulla apparve più assurdo che osservare spietati carnefici mescolarsi assieme a civili, tentare di dissolversi nell’anonimato, calarsi le braghe militari e indossare vestiti borghesi. Nel momento in cui il comandante delle SS, occultatosi nella massa, nel fuggire gettò ai piedi della Segre la pistola, essa venne afferrata da un istinto che la chiamava alla vendetta ma chi sceglie la vita non può privare gli altri della propria: da quell’istante sarebbe divenuta una donna in lotta per la pace e la libertà.