Gli scrittori di satire

Gli scrittori di satire prima di Orazio

Di coloro che furono i primi scrittori di “saturae” non sappiamo nulla o quasi: di Pacuvio abbiamo poche notizie,di Nevio altrettanto; qualcosa di più sappiamo di Ennio, che si deve considerare il capostipite della satira letteraria. Nei suoi frammenti, come ha notato il Labate, “ritroviamo alcuni alcuni elementi che saranno importanti nei suoi successori: la presenza del poeta in prima persona,l’autobiografia,l’osservazione della società contemporanea,la riflessione morale, la favola esopica, l’aneddoto, il dialogo”. Certo, il linguaggio era ancora epico-tragico; bisognerà dunque aspettare Lucilio, uno dei maggiori protagonisti della cultura del suo secolo,unanimemente riconosciuto dagli antiche come ”inventor”della satira, per avere le idee più chiare,vista anche la maggior quantità di frammenti rimastici. Per Lucilio la poesia è una scelta di vita, perciò i suoi versi, come egli stesso afferma, nascono “ex praecordiis”, dall’intimo del suo animo. Intimo amico di Lelio e Scipione Emiliano, fece parte di quell’ambiente politico culturale con un rapporto da pari a pari: dunque ricchezza e posizione politica gli garantirono una libertà di giudizio e di pensiero imprescindibile per uno scrittore di satire rivolte ai contemporanei. Traendo spunto dalla commedia attica antica, chiamò, per nome i contemporanei messi alla berlina, che non di rado erano personaggi in vista: la cultura di Lucilio era razionalistica,educata allo scetticismo equilibrato dell’Accademia ateniese e dunque sulle orme di Panezio; egli dunque tende a dissacrare le superstizioni popolari su demoni e vampiri, ma anche le “favole” dei poeti, ponendo al centro del suo discorso l’attualità politica. Un posto centrale,nell’opera di Lucilio, doveva avere la morale: il frammento più lungo che ci è giunto è un elogio della “virtus”, intesa,secondo l’ideologia paneziana,come teoresi (capacità di distinguere il bene dal male, il giusto, l’onesto, ecc.) e come prassi (impegno politico attivo). Altro elemento tipicamente luciliano è la dissacrazione del mito,attraverso un abile e scanzonato gioco linguistico; né mancava la satira odeporica e gastronomica (la prima,ripresa da Orazio, nella narrazione del viaggio a Brindisi; la seconda, da Petronio, nella Cena di Trimalcione, che costituisce la parte centrale del “Satyricon”,il primo romanzo latino,misto di prosa e versi).

Un tipo di satira, almeno formalmente diversa da quella introdotta da Ennio e Lucilio,fu quella di Marco Terenzio Varrone Reatino, del quale ci rimangono solo 600 frammenti dei 150 libri delle “Saturae Menippeae”. Già il titolo richiama il filosofo e letterato cinico Menippo di Gàdara, probabilmente “inventor” dello “spoudaiogheloion”, il genere serio-comico (ne abbiamo parlato sopra). La satira di Menippo mescolava prosa e versi, seguendo la tradizione cinica;contestava lo stato, la famiglia, la proprietà privata in nome del semplice concetto di “physis”, “natura”, di fronte valla quale tutti gli uomini sono uguali. Varrone adottò gli aspetti tecnici e formali della satira menippea (spoudogheloion,prosimetrum,tono mordace), ma rifiutò i contenuti: il poeta latino era in fondo un aristocratico conservatore di , ancorato al concetto di “mos maiorum”stampo catoniano. La perdita dell’opera di Varrone, non ci permette di fare molte ipotesi,tuttavia le tematiche che risultano evidenti sono la satire contro il primo triumvirato, “il mostro a tre teste”, la paura del conservatore per tutto ciò che poteva rappresentare il “nuovo” in politica e cultura, l’elogio dei piaceri della buona tavola, il senso della misura, il tema del vino.

Orazio e Lucilio

Contemporaneamente alla composizione degli “Epodi”, Orazio scrisse due libri di “Satire”, il primo,contenente 10 componimenti,fu pubblicato nel 35; il secondo, comprendente 8 componimenti, nel 31. Il titolo originale era Sermones, “conversazioni”. Entrambi i libri erano dedicati a Mecenate, e ciò la dice lunga sulla progressiva accettazione del regime augusteo da parte di Orazio. Il poeta di Venosa si richiama esplicitamente a Lucilio,che considera “inventor” della “satura”: “inventor” perché caratteristica della sua satira erano l’aggressività e la mordacità,che Orazio,sorvolando sulle differenze notevoli,accomuna a quelle della commedia greca antica; perché Lucilio usava l’esametro, come Orazio (anche se il primo vi arrivò dopo diverse sperimentazioni); rimprovera a Lucilio, come è noto di essere “lutulentus”,”limaccioso”. Ma leggiamo il brano della satira I,4 vv.1-11, che è una vera e propria dichiarazione di poetica: “I poeti Eupoli,Cratino e Aristofane, altri che sono i rappresentanti della commedia antica, se c’era uno degno di essere messo alla berlina perché malvagio e ladro, perché adultero o assassino o per altri aspetti infame, lo bollavano con grande franchezza. Da questi dipende Lucilio, questi seguì,mutando solo i piedi e il metro,arguto, di odorato fine, ma duro nel comporre i suoi versi. Infatti ebbe questo difetto:nello spazio di un’ora,come se fosse una bella prodezza,dettava spesso duecento versi con la massima disinvoltura; poiché scorreva limaccioso, vi era qualcosa che avresti voluto toglier via; era verboso e pigro a sopportare la fatica di scrivere, di scrivere bene: infatti della quantità non ne faccio alcun conto…”. Ora, al di là dei “rimproveri a livello stilistico” (la mancanza di “labor limae”, di “brevitas”), bisogna tener conto che, nel clima progressiste e libertario del Circolo degli Scipioni, Lucilio poteva sferrare attacchi “ad personam”, o addirittura contestare i “primores”; Orazio,invece,non si assume mai il ruolo di pubblico censore; in lui prevale l’approfondimento morale; come ha ben notato Labate, “invece di attaccare le persone nei loro vizi, Orazio attacca i vizi nelle persone”.Come ha notato La Penna, “la risposta che egli può dare non è di carattere sociale o politico, ma solo intellettualistico ed etico (per meglio dire, improntata a una morale intellettualistica)”. Sulle “Satire” di Orazio ha scritto una pagina illuminante Luca Canali (“La satira di Orazio,aristocrazia del banale”, in “Identikit dei padri antichi”, Milano 1976): “La polemica contro il rigorismo giudicante,l’ostentazione di un’umiltà di natali che sublima i meriti di chi ha saputo divenire amico dei potenti e aristocratico spregiatore del “vulgus”…il senso della propria misura non epica e non eroica, la capacità non sempre esplicita –ma almeno sottointesa nell’indulgenza del satireggiare- di comprendere le ragioni degli altri: sono senza dubbio i cardini dei “Sermones” –che ci ostiniamo a chiamare “satire”-….il sommesso e raffinato Orazio, al contrario di Lucilio ed altri, è un fustigatore di costumi senza frusta, un condottiero di concetti pugnaci vanificati da una sonnolenza post-prandiale, un innamorato della solitudine agreste a patto di partecipare a urbani conviti, un censore di vizi cittadini in proporzione della fresca aria mattutina respirata in campagna” : un ritratto perfetto della moderazione, ma anche delle contraddizioni di questo poeta angosciato, sempre in cerca di un equilibrio precario.

 

Metriotes e Autarkeia

Le satire di Orazio si possono dividere in due tipologie: satire di carattere narrativo e rappresentativo (centrate sul racconto di un episodio o di un avvenimento) e satire di carattere diatribico (centrate sul momento riflessivo e argomentativo,spesso sviluppate attraverso dialoghi,discussioni,aneddoti esemplari). Ma come si pone Orazio davanti ai difetti e ai vizi degli uomini? Afferma La Penna che l’atteggiamento di Orazio di fronte al vizio “è,in fondo,socratico (anche se manca la consapevolezza intellettuale di Socrate): gli uomini deviano dal giusto mezzo perché,nella loro stoltezza, non lo conoscono; ma possono essere portati, più con l’ironia giocosa che con l’invettiva e l’acredine, a conoscere la verità e a correggersi”; è stato aggiunto (W.S.Anderson, “The Roman Socrates:Horace and his Satires”) che “Orazio creò un autore di satire, lo speaker nei suoi “Sermones”: una delle più grandi realizzazioni della poesia oraziana…sebbene egli fosse molto giovane, ci dà l’impressione di essere un uomo anziano, che possiede la saggezza dell’esperienza, serenamente al di sopra degli impulsi materialistici che muovono i suoi simili, capace anche di un’autoironia che soltanto il più perfetto autocontrollo e la più profonda autoanalisi può permettere”. – In ogni caso la ricerca morale è l’elemento portante della satira oraziana: e la morale oraziana contiene in sé materiali filosofici di lunga tradizione,di cui spesso è difficile definire l’appartenenza alle diverse scuole: epicurea,stoica,cinica,peripatetica; infatti,soprattutto in campo etico,lo scambio fra i vari concetti era diventato una norma. Tuttavia la ricerca oraziana tende costantemente a due obiettivi precisi: metriòtes e autàrcheia. La morale del “giusto mezzo”, “metriòtes”, “mesòtes” era stato formulato nei termini più coerenti dalla scuola aristotelica, ma non era appannaggio esclusivo di essa. La ricerca della moderazione apparteneva al più antico patrimonio della saggezza greca e non contrastava con l’indubbio colorito epicureo del pensiero oraziano: è sufficiente leggere la lettera a Meneceo di Epicuro per rendersene conto. – Anche sull’autàrcheia convergono diverse tradizioni filosofiche che si preoccupavano di garantire all’individuo l’indipendenza dal mondo esterno, tuttavia, in questo caso, il concetto appare più facilmente riconducibile a Epicuro, che considerava l’eleutherìa (“libertà”) come il frutto più maturo dell’”autàrcheia (“indipendenza assoluta”, il bastare completamente a se stessi). Solo diventando autosufficienti nel modo più assoluto e completo si può affermare veramente di essere liberi dal mondo esterno e pronti ad accettare i mutamenti della sorte. Certo è che nelle sue forme estreme di libertà interiore, l’”autàrcheia” si ricollega alla tradizione cinico-stoica, ma quella oraziana va ricollegata piuttosto alla morale epicurea, che poneva la felicità nella soddisfazione dei bisogni, ma attraverso la limitazione dei bisogni naturali e necessari. Né va dimenticato che questi concetti non erano estranei al patrimonio dell’antica saggezza italica, quasi personificata dal padre, il cui insegnamento ebbe un peso più notevole di quanto si possa credere nella formazione della morale oraziana. Di derivazione epicurea risulta anche il concetto di philìa (amicizia),che tanta parte aveva nella filosofia e nella pratica dei seguaci del Giardino.- Orazio,insomma, elabora una morale mondana,fondata sulla libertà interiore,che non ha uno sbocco trascendente, o almeno non lo considera essenziale: ha voluto integrarla in una società retta dalle classi agiate, proprietarie, ma ha anche sentito, nei momenti di inquietudine,che questa integrazione era impossibile senza sacrificare o mistificare la libertà interiore (cfr. La Penna,” Orazio e la morale mondana europea”).