Gli impressionisti a Milano

Inaugurata il 2 marzo, è stata allestita a Palazzo Reale, grazie al contributo della collezione privata di Sterling e Francine Clark, un’esposizione la quale esibisse, attraverso la focalizzazione di temi ricorrenti, un fugace ma inquadrato sguardo sull’arte impressionista, ossia la magia nella percezione di un istante: tale proposito spronò l’artista “fuori salone” a lanciare un movimento artistico innovativo, anticonformista, dirompente verso le fondamenta dell’arte moderna.

I ritratti nonché i paesaggi della “Clark collection” raggruppano 73 quadri tra i migliori maestri dell’attimo fuggente quali Monet e Renoir, le cui opere vengono definite da Carlo Argan “un insieme di appunti da letture fatte”; Renoir in persona ci fornisce una definizione di quadro impressionista come “una cosa amabile, gioiosa e bella, sì bella!”. L’intento della mostra invero tende a scrutare, mediante un percorso obliquo, lo sguardo degli Stati Uniti, una nazione estranea alla maggioranza dei movimenti d’avanguardia, verso un’Europa intenta a profonde trasformazioni culturali (non casualmente le tele provengono da una tra le maggiori collezioni private impressioniste statunitensi).

Dapprincipio vengono illustrati alcuni aspetti basilari di tale campo artistico, colmo di idee di suggestioni, emozioni intrise di luce nonché colori, quasi una letteratura dei paesaggi dietro cui si celava la complessità della medesima personalità umana, un approccio verso la realtà tramite una forza espressiva ritenuta, durante la seconda metà dell’800, a dir poco scandalosa; questo approccio viene rielaborato all’interno di una linea interpretativa altrettanto innovativa (scorgibile dentro le pose piuttosto che gli atteggiamenti del soggetti ritratti), influenzata senza alcun dubbio dall’invenzione dell’apparecchio fotografico. Grazie a tale innovazione tecnica, si manifesta un’identità di movimento, una sorta di moto di pensiero, la condizione di un uomo che si libera con sensibile eleganza.

Si consideri tuttavia quanto l’800 rappresenti un secolo di intense mutazioni artistiche, correlate però ad una radicale nonché definitiva rivoluzione economica a cui conseguono ristrutturazioni politiche, sociali e culturali: i pittori francesi si dimostreranno perfettamente all’avanguardia. La pittura si imposterà sui meccanismi delle incessanti, infinite variazioni del moderno, il quale apparirà insito nei soggetti, nella cattura di luci ed ombre, i fugaci effetti di una trasposizione su tela “en plen air”. I gusti di Sterling e Francine Clark dunque raccolsero, durante un lavoro di approssimativamente cinquant’anni, paesaggi punteggiati dalla luce solare, ritratti e nudi di giovani fanciulle nonché il tema, ricorrente lungo tutta l’arte, della natura morta (nel provvedere a tali esigenze si presentano, dentro la collezione, ben trentanove opere di Renoir).

Si viveva un rifiuto della “grande maniera”, dei vecchi soggetti, nasceva il desiderio di fondare una nuova pittura la quale comprendesse un lavoro, un’organizzazione di un movimento dalla precisa fisionomia, coordinato e indipendente, cosicché repentinamente un gruppo di noti artisti si presenta, esterno all’ambiente dei saloon, determinato a promuovere, vendere, divulgare la propria arte, ospitato ad esempio da studi fotografici piuttosto che altri ambienti ferventi di innovazione.

Si prosegue nel percorso dell’esposizione attraverso una serie di pannelli esplicativi, esibenti un inquadramento storico della Francia (a partire dal 1830 sino agli arbori del Secolo Breve) schematizzato mediante una precisa linea temporale; all’interno di ogni anno una particolare raffigurazione di un quadro impressionista.

Si procederà dunque alla prima sala, dove vengono illustrate le biografie di codesti autori, i quali percorreranno l’intera mostra: si individuano le nozioni biografiche di pittori quali Sisley, i precedentemente citati Monet e Renoir, Pizzarro. Come caratteristica peculiare di tale stile, un occhio allenato è colpito immediatamente dall’enorme gamma di pennellate adottate dagli artisti contemporanei, in frattura con l’antecedente conformismo: si varia da sfondi ancora nitidi sino a spatolate, superfici vagheggianti le campiture di Gauguin, emergenti tendenze puntiniste, le caratteristiche macchie fugaci, tratti lineari piuttosto che ondulatori: è inevitabile scrutare l’imponderabile introflettersi verso il novecento. Secondo i gusti della critica ottocentesca le opere luminose apparivano sgradevoli nonché volgari; venivano assai predilette le penombre degli ambienti accademici e degli atelier schermati dai raggi solari. L’invenzione della macchina fotografica stravolse tale concezione, evidenziando quanto fosse la luce stessa a comporre l’immagine. Da tale capovolgimento nasce la tendenza, il desiderio di erompere dagli algidi studi accademici verso ambienti all’aperto nonché innovatori, quali lo studio fotografico di Gaspard-Félix Tournachon (altrimenti conosciuto sotto lo pseudonimo di Nadar).

L’etimologia del termine “impressionismo”, è piuttosto noto, deriva dal fatidico aprile 1884, durante l’esposizione del poc’anzi citato Nadar nello studio in via Boulevard des Capucines, dove si ospitava una congregazione di pittori proclamatisi “indipendenti” dalle istituzioni accademiche, dentro cui si iscrisse pure Monet assieme a suo fratello. Proprio costui domandò quale titolo assegnare al quadro rappresentante la veduta del porto di Le Havre all’alba, allorché l’artista rispose distrattamente di denominarlo banalmente impressione: tale espressione probabilmente si protendeva a indicare nonché definire l’immediatezza, la fugacità delle sensazioni di un’immagine colta al volo dalla realtà. Il titolo dell’opera tuttavia, davanti al critico d’arte, si ritorse contro l’opera stessa, venendo focalizzata la medesima impressione quale “un pasticcio senza senso, folle, grottesco”: proprio tale critica avrebbe attribuito al movimento l’appellativo di cui tuttora si fregia.

La decisione di intraprendere una pittura all’aria aperta, tramite cavalletti, tele nonché colori ad olio dentro il tubetto, tanto rappresentava una radicale innovazione tecnica quanto apportava notevoli complicazioni, una scelta adottata invano sia dai precedenti vedutisti settecenteschi sia dai romantici inglesi. Grazie all’autorità di un illustre maestro quale Corot nonché l’ospitalità di Theodore Rousseau, la critica ed il pubblico si diressero contemporaneamente ad un maggior apprezzamento di una pittura “nel cuore della natura”: dapprima comparvero i maestosi alberi della foresta presso Barbarizon, successivamente le forme dei paesaggi mirarono a divenire ampie, articolate, sensibili alle variazioni di luce sino a comporsi dentro un clima, un’atmosfera inclini alla sensibilità emotive a contatto con il mondo naturalistico.

La storia della Francia osservò costantemente la capitale Parigi in qualità di perno centrale rispetto all’intera nazione, fattore il quale garantì assolutamente la nascita nonché lo sviluppo del movimento, grazie agli stimoli necessari, agli impulsi di rinnovamento, all’incontro e al circolo di idee offerti dalla città, controbilanciato tuttavia dai classici valori della provincia e della campagna, il desiderio di evadere verso i calmi orizzonti della natura sino ad instaurare un dialogo tra la moderna metropoli e la campagna.

Altro grande protagonista dell’arte appartenente al “Lungo Ottocento” il mare, un antidoto alla vita parigina. Trascrisse il poeta maledetto Baudelaire nel 1857 “Uomo libero, sempre ti sarà caro il mare. Il mare è il tuo specchio”. Un precursore dell’interesse verso tale paesaggio Jongkind, pittore olandese il quale, attraverso i ritratti delle coste nella propria nazione, aggiornò profondamente la tradizione pittorica marina, di cui si percepiranno alcune tracce pure nei quadri di Monet, cresciuto in Normandia, ergo a stretto contatto con l’infinita varietà luminosa dell’elemento acqua.

Ma oltre quella azzurra distesa invalicabile impelleva l’ardore di comparare la propria arte, la propria cultura assieme ad ulteriori nazioni e pittori, panorami, luci, sensazioni radicalmente differenti: numerosi artisti impressionisti quali Renoir intrapresero viaggi da Parigi verso Venezia, Napoli, Roma; Sisley ritrovò le proprie origini inglesi sul Tamigi. Appare innegabile trascurare il ruolo della Francia, al tramonto del XIX secolo, quale indiscussa potenza coloniale cosicché, tra le immagini dell’esotico Mediterraneo, si instauri la curiosità del pittore.

Con particolare intensità, la seconda metà di codesto secolo venne definita dagli storici “l’età delle certezze” condotte dall’immensurabile progresso tecnologico, scandite dalle mastodontiche esposizioni universali, evidenziato da marcati piani di rinnovamento urbano, confermato dalla capillare diffusione di industrie nonché trasporti, a imporre un senso di perpetuo sviluppo. Sin dagli esordi del secolo, l’arte assume l’incarico di identificare non un mutamento esclusivamente relativo alla tecnica pittorica, bensì descrittivo nei costumi, negli atteggiamenti, nelle tanto menzionate ambientazioni nonché nei panorami. Viene concesso miglior risalto, maggior spazio a ragazze le quali siano in grado di raffigurare la modernità all’interno di un’interpretazione intima, riscontrabile dentro le opere di Renoir, oppure, nel messaggio di Toulouse Lautrec, colte in un’incantata solitudine.

Un aspetto di evidente risalto infatti, carpito dalla e nell’arte moderna, si concorda assieme la sostanziale indifferenza del soggetto ritratto: il quadro non è da valutare sul principio dell’oggetto rappresentato, siccome i temi della vita quotidiana, considerati di rango inferiore rispetto a quelli “alti”, sui quali si riscontrava la tradizione di quasi ogni campo artistico, assumono maggior valenza connettendosi ad elementi (sottovalutati) appartenenti alla medesima tradizione : la figura umana, la natura dei corpi si presentano in qualità sublime come metro di giudizio dell’intera arte occidentale. Negli impressionisti la sensibilità, la stessa immediatezza non emergono affatto nel nudo, quanto insite dentro l’attimo fuggente, inserite all’interno di uno stile impeccabile nonché altamente raffinato, elaborato e concepito.

Il volto, rappresentate la porzione del nostro essere insito nella fisicità, non divenne principale oggetto di interesse da parte di ogni artista, in quanto si proponevano loro temi più allettanti quali i paesaggi, sebbene taluni artisti afferrarono l’opportunità di indagare l’espressione nonché i sentimenti delle donne e degli uomini dal volto stesso, naturalmente mediante la tecnica dell’impressione: una scelta certamente motivata e sospinta dallo sviluppo della fotografia, dunque dal decadimento della tradizionale ritrattistica, rivolgentesi invece, proprio dall’arte impressionista, verso la volontà di riflettere uno stato d’animo preciso (citiamo costantemente Renoir ma anche Degas). Di altrettanto rilievo, affianco i ritratti di personaggi noti, pure le figure “senza storia” quali la Carmen di Toulouse Lautrec piuttosto che la bambina in preghiera di Gauguin.

La finalità degli impressionisti tuttavia è offrire serenità ai visori, fornire l’istante del sorriso, illustrare con disinvoltura nonché semplicità i piaceri nobili, composti e genuini dell’esistenza: le ballerine di Degas, una serata a teatro, un mazzo di rose profumate, scene di cui protagonisti le ragazze nella scoperta delle piccole gioie del mondo, mentre i piaceri più maturi, quali le corse all’ippodromo piuttosto che la ricerca di una vecchia stampa, vengono destinati agli uomini. Insomma, un “quadro” di situazioni perennemente differenti e distinte, col fine di ricordare attraverso la pittura la varietà delle passioni e l’infinita bellezza della vita.