In Italia uno spaghetto da 366 euro – Così si rovina il turismo del Paese dell’arte

È ormai tempo di vacanze estive e sicuramente qualcuno starà scegliendo un luogo dove trascorrerle oppure farvi passare qualche giorno, magari giusto il tempo di nuotare nel mare della Toscana o passeggiare tra le vette della Valle d’Aosta, visitare qualche museo, qualche sito turistico anche restando a Milano. Tutti desideriamo comunque considerare le attrazioni che l’Italia offre per distrarci dall’impegno scolastico, meglio senza spendere troppo e con almeno una minima qualità garantita. Ci troviamo a pensare al fatto che il nostro Paese non ha risorse naturali su cui fare affidamento, petrolio e carbone o oro e pietre preziose, ma che l’unica fonte di sostentamento è effettivamente il settore turistico; pensiamo che la nostra economia si regge grazie ai monumenti antichi, alle opere artistiche e letterarie, il paesaggio e le tradizioni popolari, dunque ci aspetteremmo di trovare ovunque un ottimo rapporto qualità-prezzo, una buona organizzazione, i primi requisiti per far sì che un sistema come il nostro sopravviva e cresca di giorno in giorno. E invece no.

Uno spaghetto all’aragosta, al ristorante La Scogliera alla Maddalena, costa 366 euro.

Il turismo italiano ha cominciato a crollare già prima della crisi, anche se l’Italia conta più siti Unesco di Usa e Regno Unito messi assieme, ma questa è solo un’aggravante che inchioda i nostri governanti alle loro responsabilità e al loro fallimento. Un dossier Pwc –PricewaterhouseCoopers, la più grande società di analisi del mondo per volume di affari, afferma che lo sfruttamento degli stessi siti è nettamente inferiore a quello di molti altri Paesi –fatta 100 per l’Italia, la Cina sta a 270, la Francia a 190 e il Regno Unito a 180. Personalmente, lo ritengo un fatto umiliante. E suicida, per uno Stato che non possiede altre carte da giocare.

Il problema è nel denaro che si spende a vuoto. Ad esempio il sito www.yidalinihao.com, il portale aperto dal governo italiano per promuovere il turismo dalla Cina perché, come ha affermato il vicecapo dell’Ufficio nazionale turistico cinese, la promozione dei viaggi in Italia dalla Cina è inferiore a quella dei Paesi Bassi, è costato parecchio ma le immagini che qualificano il nostro Paese sono una Ferrari, una moto Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto di Parma. In mezzo si vede anche Bologna. E la musica nei video non è tratta da artisti italiani come Puccini o Verdi, ma da Schnittke, Mozart e Grieg, con un nesso che ancora si stenta a comprendere.

Il romanziere veneto Giuseppe Berto, che esaltò la bellezza di Capo Vaticano (Comune di Ricadi, in Calabria), rimarrebbe angosciato davanti alle gigantesche abitazioni hollywoodiane, alle palazzine senza intonaco e al tremendo abusivismo che spaventa il procuratore Mario Spagnuolo, occupato a tempo pieno a denunciare e perseguire abusi. A Pompei invece chi li subisce sono i mosaici: l’ultimo mosaicista è andato in pensione da decenni e il commissario passa il tempo che dovrebbe dedicare ai restauri a comprare bottiglie di vino tipico a 55 euro l’una, a suo dire per il bene del commercio, e ne spende 103mila per censire una cinquantina di cani randagi, una netta minoranza di quelli che ancora scorrazzano liberamente tra i siti mentre i guardiani si lamentano del troppo impiego, sebbene risulti che alcuni siano pagati senza lavorare. Sembra assurdo, ma non lo è davvero quando si viene a sapere che il tempio di Apollo a Selinunte è ingabbiato da undici anni dalle impalcature solo perché nessuno ha voglia di smontarle.

Oggi l’Italia, il Paese dell’arte, potrebbe essere migliore, senza un sito (www.italia.it) al 184.594° posto tra i più visitati del pianeta “e probabilmente anche più ricca”, come affermano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in Vandali, “ma la cattiva politica non ha mai voluto sentire. È troppo occupata in altre faccende. Troppo occupata a conservare i propri privilegi per conservare il nostro patrimonio, le nostre bellezze, i nostri tesori.”