10 anni dopo: c’è ancora speranza?
11 settembre 2011. Sono ormai dieci anni che la guerra al terrorismo internazionale, guidato da Al Qaeda, si protrae senza una conclusione. Si sperava che la morte di Bin Laden, accolta da molti con orribili parole di giubilo, segnasse la vendetta finale dell’attentato contro il World Trade Center, invece in Afghanistan la caccia ai talebani continua a mietere vittime, tra i soldati (molti dei quali si tolgono la vita, una volta rientrati in patria) e i civili. Ma non è solo questa guerra a sconvolgere il mondo: in Somalia, Etiopia, Congo, Sudan, piuttosto che in Mali, Niger e in tutta l’Africa Subsahariana le violenze e gli atti disumani sembrano non avere fine: la crudeltà umana raggiunge apici terribili, il reclutamento dei bambini è cosa pressoché ordinaria; scontri etnici a non finire, esecuzioni di massa di interi villaggi, il tutto troppo poco ricordato dalle persone. E le persecuzioni religiose: in Cina, in India e in Pakistan uomini e donne vengono scacciati dalle loro case, assassinate, rinchiuse in campi di prigionia o torturate perché con la loro fede “danneggiano” la società. E c’è sempre il conflitto tra Israele e Palestinesi. Ma la guerra più devastante non si combatte con armi e con sanguinose atrocità: dal 2007 l’intera economia globale assiste a una crisi continua e senza soluzioni; la stessa America non è riuscita ad arginare i danni provocati dalla caduta dei suoi colossi finanziari, tra cui la grande Lehman Brothers, le cui azioni, fino a poco prima della disfatta, valevano più dell’oro, e anche il presidente Barack Obama, in cui erano riposti l’entusiasmo e le speranze degli Americani (e non solo), si è dovuto scontrare con una realtà troppo difficile da domare.
E adesso anche l’Europa è sull’orlo del baratro: in questi mesi difficili che vedono il crollo della Grecia, un paese a cui erano rivolte le aspettative di tutti, l’indebolimento della Spagna e dell’Irlanda e l’incognita rappresentata dall’Italia, si continua a invocare un governo centrale più forte e una politica unitaria, così da trasformare -come dice Mario Mauro- l’Unione Europea negli Stati Uniti d’Europa, ma allo stesso tempo si dibatte sulla reale efficacia della moneta unica e se non sia meglio dividere le economie nazionali le une dalle altre.
E il nostro bel paese, in affanno nell’arginare le speculazioni che misteriosi manovratori internazionali attuano, così da arricchire se stessi indebolendo l’Italia. La nostra classe politica con difficoltà è stata in grado di affrontare la situazione, continuando a correggere una manovra economica che (come è inevitabile che fosse) ha scontentato un po’ tutti, ma che è comunque stata promossa dalla UE. Opposizione e governo sembrano, stando ai media, incapaci di collaborare; il presidente della repubblica li continua a richiamare alla cooperazione. I problemi nazionali vengono mostrati come legati e circoscritti al nostro presidente del consiglio e alle sue singolari attività, piuttosto che a un intero sistema in bilico.
E infine ci siamo noi. Istintivamente ci verrebbe da prendercela con un mondo che risulta andare sempre peggio e che ci spinge a perdere ogni speranza per il nostro futuro; ma, nonostante sui giornali si legga di un mondo sempre più corrotto dalla violenza e dalla menzogna, nelle mie esperienze vedo persone con voglia di fare e con capacità di costruire, con rispetto verso il pensiero e la religione dell’altro, che esprimono il desiderio di aiutarsi a vicenda, senza profitti.
La società e il mondo possono migliorare, ma i primi che devono cambiare siamo noi, nel nostro quotidiano, abbandonando ogni posizione ideologica e irragionevole (specie nei momenti di difficoltà come questi) e assumendo una mente aperta verso gli avvenimenti e disponibile al diverso: perché le forze che cambiano il mondo sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo.
Immagini di © Nicola Montefusco – All rights reserved





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