Introduzione all’Eneide
Augustum laudare a parentibus. Mito e storia.
Il commentatore di Virgilio, Servio (V secolo d.C.), con una semplificazione chiara e a tutt’oggi accettabile, dichiarava che due erano gli obiettivi del poema epici virgiliano: “Augustum laudare a parenti bus” e “imitari Homerum”. Occupiamoci del primo: la lode di Augusto doveva essere, per così dire, proiettata indietro nei secoli, in un passato mitico-eroico, onde evitare una sfacciata adulazione cortigiana del presente, per non far diventare l’”Eneide” un poema encomiastico. E così le vicende contemporanee sono concentrate in “excursus” profetici: la solenne promessa di Giove nel II libro; la rassegna degli eroi nel libro VI; lo scudo di Enea con gli eventi in esso effigiati nel libro VIII. L’attenzione è prevalentemente concentrata sull’elemento mitico e sposta ai margini quello celebrativo; la storia viene, in un certo senso, inglobata e assorbita nel mito, e tuttavia è sempre presente nella narrazione e costituisce una sorta di filo rosso che conduce il lettore da Enea fino ad Augusto, dal tempo remoto al tempo presente. In tal modo il poema evita la sfacciata connotazione di adulazione partigiana del presente e nello stesso tempo assume quel taglio provvidenzialistico che è una delle sue caratteristiche. Non è un caso che al centro dello scudo di Enea sia raffigurata la battaglia di Azio: Augusto, per Virgilio, è colui che ha salvato Roma dal caos e dalle guerre civili e vi ha portato pace e prosperità: rendendolo discendente di Enea, a sua volta figlio di Venere, Virgilio collega Augusto alle origini divine di Roma. Ha notato A. La Penna: “il salvatore di Roma, della repubblica, dell’Italia è il salvatore di tutta l’umanità: Virgilio eredita saldamente il concetto di ecumenicità dell’impero e afferma più chiaramente degli altri poeti contemporanei quello di eternità di Roma e del suo dominio”: insomma Augusto eredita e sintetizza nella sua figura tutta la grande tradizione del res publica romana; per questo l’opera di Virgilio può definirsi poema nazionale romano. Si noti,infine,che le origini di Roma derivassero profughi troiani risaliva a una o più leggende che, dopo i poemi omerici, si formarono intorno alle migrazioni di popolazioni orientali verso occidente: la matrice di tali leggende era sicuramente greca. Quel che è certo è che lo storico greco-siculo Timeo di Taormina già la conosceva nel IV secolo e che nel III a.C. i Romani facevano valere le loro origini troiane. La leggenda era popolare a tal punto che quasi tutti gli storici latini avevano trattato delle origini troiane di Roma: Nevio ed Ennio soprattutto.
Imitari Homerum
Era questo, secondo Servio, il secondo grande obiettivo di Virgilio. La nuova epica virgiliana, infatti, non si proponeva di continuare la vecchia epica romana, ma di “sostituirla”. D’altra parte la formazione alessandrina, con il suo culto per la “brevitas”, faceva sì che Virgilio guardasse con grande interesse anche alle “Argonautiche” di Apollonio Rodio (III secolo; e la figura di Didone risente del modello della Medea del poeta greco): il poema di Apollonio era in 4 libri; l’”Iliade” e l’”Odissea” in 24: Virgilio scelse una via di mezzo: 12 libri.
I primi sei costituiscono quella che suole chiamarsi parte “odissiaca” dell’”Eneide” (il viaggio avventuroso di Enea da Cartagine alle sponde del Lazio, con una retrospettiva sugli avvenimenti che avevano portato l’eroe da Troia a Cartagine (si pensi all’”ultima notte di Troia” nel II libro); gli altri sei libri costituiscono la parte “iliadica”: narrano della guerra che si concluderà solo con la morte di Turno. Come si vede, l’ordine dei poemi omerici è rovesciato: prima l’avventura, poi la guerra. Ma le avventure di Odisseo erano parte di un “nòstos” , di un ritorno dell’eroe alla sua amata Itaca; quello di Enea è un viaggio verso l’ignoto, che porterà alla fondazione di una città ; la guerra di Troia, nell’”Iliade”, era una guerra di distruzione, quella di Enea ha come obiettiva il contrario, la costruzione di una nuova città, che sarà l’antenata della grande Roma; l’”Iliade” si concludeva con la disfatta dei Troiani; l’”Eneide”, in un certo senso, li riscatta e li risarcisce della patria distrutta. Dunque Virgilio opera un’abile manipolazione del materiale epico omerico nella quale si potrebbero individuare 4 livelli:
- La contaminatio dei due poemi omerici, di cui abbiamo appena parlato;
- La continuazione: infatti le avventure di Enea costituiscono il prosieguo dell’”Iliade” (nel II libro dell’”Eneide” è narrata l’ultima notte di Troia, che nell’”Iliade” veniva solo intravista a livello profetico);
- La ripetizione: la guerra nel Lazio è vista come una ripetizione della guerra di Troia, ma ora sono i Troiani a vincere; Enea uccide Turno come Achille uccide Ettore; Pallante richiama la figura di Patroclo; Enea alla corte di Didone racconta facendo uso del flash-back, come Odissea alla corte dei Feaci, e si potrebbe continuare;
- Il superamento e la sintesi: la ripetizione costituisce però anche un superamento dell’esemplare omerico: nel senso che,pur attraverso morti, lutti,dolori, la guerra alla fine non porterà alla distruzione, ma alla nascita di una nuova città; e, in conclusione,Enea sintetizzerà in sé l’immagine del vincitore Achille e quella di Odisseo che, dopo tante prove, conquista finalmente la patria e la pace.
In Omero storia e mito coincidevano; in Virgilio la storia è ormai staccata dal mito; in Omero le immagini appaiono,per così dire,concluse in se stesse; quelle di Virgilio sono sfumate; in Omero il punto di vista è uno solo, la prospettiva è univoca perché viene a coincidere con la verità stessa; Virgilio vede intorno a sé un mondo complesso e sfaccettato, ove non è più possibile un solo punto di vista: infatti il testo virgiliano è policentrico; l’oggettività omerica si frantuma in una drammatica pluralità di punti di vista: alla verità dominante e unica dei poemi omerici si sostituiscono verità parziali.
Ha notato G.B.Conte: “Per Virgilio, ritrovare Omero voleva dire innanzitutto ritrovare il codice epico stesso; ma l’ambizione non era di imitarlo nel senso di farne un doppio, bensì di riformularlo in modo che la nuova opera sostituisse –nei bisogni del tempo presente- l’opera di Omero. Ecco perché l’intertestualità che lega l’”Eneide” ai poemi omerici è strutturale, congenita al suo concepimento, coesistente con la sua stessa composizione”. Lo stesso critico distingue fra un Modello-Esemplare (cioè un Omero insuperabile, che poteva solo essere imitato) e un Modello-Codice (un Omero che è guida alla composizione, “occhio che guarda omericamente fatti nuovi”).
Oggettività e soggettività
L’”Eneide” è la storia di un viaggio-missione voluto dal Fato, che presiede appunto ad azioni e avvenimenti predestinati, e Virgilio ne è il portavoce e il garante: in questo senso, l”Eneide”, coerentemente con l’antica epica romana, è un poema nazionale, un elemento di coesione in cui si riconosce un’intera nazione. Questa costituisce, per così dire, la “linea oggettiva” del poema; tuttavia, accanto ad essa, esiste senza dubbio una “linea soggettiva”. Infatti,sotto la linea oggettiva, rappresentata dal Fato, (e di cui il poeta è il portavoce), si muovono personaggi che si pongono in contrasto con questa linea: e la narrazione ne rappresenta i sentimenti, le tonalità emotive, le sofferenze. Virgilio infrange così i canoni dell’epica classica, alterna oggettività e soggettività. Dice sempre Conte: “Virgilio chiede molto ai suoi lettori. Essi devono apprezzare la necessità fatale della vittoria, e insieme non dimenticare le ragioni degli sconfitti; guardare il mondo da una prospettiva superiore (Giove, il Fato, il narratore onnisciente),e insieme assistere e partecipare alle sofferenze degli individui; accettare l’oggettività epica, che contempla dall’alto il ciclo provvidenziale della storia, e insieme la soggettività tragica, che riflette e mette a confronto ragioni personali e verità relative”. “Per esempio, Virgilio da una parte, accetta l’opposizione tradizionale Cartaginesi contro Roma, che si tramutava in un’opposizione cosmico-divina era diventata Giunone contro Giove; accetta questi accoppiamenti obbligati; d’altra parte, complica gli schemi fissi: Didone (voglio dire il suo amore e la sua storia personale, le sue ragioni e i suoi sentimenti) forza quella che era una contrapposizione troppo semplice, cieca. Il punto di vista personale di Didone porta in evidenza una verità che altrimenti sarebbe rimaste soffocata. La funzione antagonistica rappresentata da Giunone e dal nemico popolo cartaginese, si rifrange in una serie di eventi personali: l’ostilità antiromana della dea avrà come ‘imprevista’ conseguenza che la sua rappresentante umana, Didone, debba per prima essere vittima degli intrighi divini. Riformulando il modello in chiave drammatica, il linguaggio dei sentimenti fiancheggia e àltera il linguaggio della narrazione. Per Virgilio Didone non è solo colei che sancisce l’inimicizia eterna fra i due popoli: il poeta le riconosce il diritto di patire fino all’estremo per lo sconvolgimento e la distruzione del proprio mondo personale. Il linguaggio tragico, l’esempio euripideo della Medea e dell’Ippolito (la passione di Fedra), sono entrati nel testo epico virgiliano e lo hanno contaminato con registri diversi. Come si sa, nel linguaggio del dramma il punto di vista individuale pervade la struttura stessa del discorso: il testo drammatico, per la sua forma costitutiva, è deputato al dispiegarsi di ragioni molteplici, al contrasto interpersonale, al confronto di singole verità. I grandi poeti drammatici avevano inventato l’arte di dare libertà alle voci degli altri; Virgilio, epico sentimentale, imparò da loro come si potesse concedere un qualche spazio a quelle voci singole, a farsene testimone. I lettori dell’Eneide, moderni lettori cui era ormai negato il mondo ingenuo dell’epica omerica, dovevano fare propri i nuovi diritti della ragione critica e della libertà morale: essi, al pari del nuovo poeta epico, erano indotti a tentare una sintesi di ingenuità e di sentimento, a farsi anche riflessivi. Ammesse all’ascolto, le voci diverse si contendono la ‘verità’ del testo, rendendola ogni volta relativa e compenetrandola di soggettività. Ecco allora che nell’Eneide , a formare il quadro ideologico di riferimento, vengono a concorrere molte ragioni parziali, che insidiano –e di fatto compromettono- il punto di vista univoco e fisso dell’epica romana tradizionale. Le opposizioni impersonali (Cartagine-Roma o Italici-Troiani) si fanno personali (Didone-Enea, Turno-Enea), e si riducono al contrasto di singoli punti di vista, ciascuno non falso del tutto, forse anche relativamente vero, nel proprio orizzonte. Questo è il policentrismo dell’Eneide: è anzitutto conquista della complessità contro la visione semplice del poema epico tradizionale, è superamento dell’oggettività che appiattisce il mondo in una visione monistica.” (G. B. Conte, L’epica del sentimento, Torino 2002).
La soggettività di cui si è parlato si può esprimere sia attraverso il commento diretto dell’autore, sia dal punto di vista del personaggio. La soggettività del poeta che interviene nel testo è definita dalla critica sympatheia; la soggettività che risulta dall’immedesimazione fra personaggio e autore è definita empatheia: questa determina la soggettività dei personaggi, moltiplica i punti di vista, arricchisce l’epos di connotazioni patetiche e problematiche; la sympatheia è invece l’intervento fondato sull’onniscienza dell’autore-narratore; essa salva l’unità epica, fa sì che il narratore individui il provvidenzialismo che presiede agli avvenimenti. Quanto sì è detto è chiamato da G.B. Conte il paradosso virgiliano: un’epica drammatica e sentimentale (in “Virgilio: l’epica del sentimento”, Einaudi, Torno 2002).
ENEA
Ciò che si è detto finora vale a maggior ragione per il protagonista del poema, Enea: egli è personaggio governato da un doppio statuto letterario: l’eroe depositario della volontà del Fato e il personaggio dubbioso e angosciato; l’uomo che guarda al futuro e alla sua missione divina, destinata a far nascere una nuova città e l’uomo che si interroga sul dolore degli uomini e ne condivide le sofferenze. Come del resto tutti gli altri personaggi, Enea ha un punto di vista personale, ma è anche esecutore della volontà del Fato, che soffoca le ragioni dei singoli, e dunque anche quelle di Enea. In definitiva si potrebbe affermare che egli è personaggio in quanto è un uomo che soffre, pensa, è spesso dubbioso, possiede una sua verità, che è relativa; ma è anche protagonista, in quanto è portatore di una verità oggettiva, assoluta, che coincide con il Fato.
La cosiddetta pietas di Enea (Enea è pius, epiteto usatissimo) è religiosità, fides che regola i rapporti con gli dei e con gli uomini; è humanitas, è misericordia: in questo caso, slitta fuori dall’ambito dei legami di sangue e di affinità per collocarsi nel campo del rispetto e della pietà davanti alla sofferenza dell’essere umano messo a prova dalla violenza della Storia.





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