Falsi colossi
Quest’estate certamente non si è configurata quale un periodo di tranquillità e serenità, dimenandosi tra le borse impazzite nonché l’incalzante urgenza di manovre tanto celeri quanto esasperate: in Europa in particolare abbiamo assistito alla peggior ricaduta a W, in grado di aver accresciuto lo spread borsistico tra i vari membri della Comunità europea nonché averci permesso di intravedere la possibilità di esonerare altre nazioni (Spagna e Italia) dal sostegno finanziario da versare alla Grecia. Se l’Europa tuttavia pare stramazzare nella confusione e tra i tumulti, nel distante oriente la situazione non si presenta assai migliore.
Sin dall’alba degli anni settanta infatti, ossia dal tramonto del periodo keynesiano in occidente, l’area estremo – orientale ha scorto un’impennata economica la quale, attraverso tre decenni, ha sublimato paesi contadini quasi agresti verso nazioni economicamente preponderanti sul mercato globale nonché tecnologicamente all’avanguardia. Considerando a misura d’esempio le “quattro tigri asiatiche”, ossia Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan assieme a Singapore, i quali negli anni ’80 sembravano in procinto di predominare attraverso la propria tecnologia, l’occidente ha cominciato a temere la “avanzata” di tale continente quale una infingarda minaccia mediante la quale subentrava un nuovo concorrente nel controllo (militare, economico?) del pianeta. Dobbiamo forse menzionare quanto, nella cultura di quegli anni ottanta, siano apparsi i manga, i Pokemon, i robot giganti, tutti prodotti del Sol Levante, mentre la Cina rimaneva ancora distante dal proprio odierno rango di superpotenza? Giunti nel III millennio, tale minaccia invece si è verificata concretizzarsi in maggior misura proprio nei panni della mastodontica Cina, l’attuale locomotore della produzione industriale, nella medesima maniera in cui tale ruolo venne giocato dall’Inghilterra nel secolo XIX, dagli Usa durante la prima metà del secolo breve piuttosto che dalla folgore della Germania nazionalsocialista, tanto da manifestarsi, talvolta, una vera e propria “sindrome cinese”, vale a dire il timore rivolto contro tutto ciò che rappresenta codesta avanzata economica, conseguentemente anche politica; personalmente ritengo assurdo scovare tale “minaccia”nei ristoranti cinesi piuttosto che nelle Chinatown dal momento in cui, appena il consumatore acquista un bene, questo proviene nella maggioranza delle ipotesi dalla stessa Cina ma, valutando le credenze comuni, si intende facilmente quanto l’apparenza nonché la credenza rappresentino il principale strumento d’analisi.
Eppure, analizzando strettamente le meccaniche economiche, osserveremo solamente quanto tale successo cinese sia derivato proprio dai provvedimenti ultra- liberisti di Mr. Reagan nonché Miss Thatcher: l’associarsi di tali politiche liberistiche assieme all’apertura sul mercato di una nazione immersa dentro una realtà collettivistica per opera di Deng Xiaoping, la disponibilità quindi di milioni di masse agricole (sfruttabili) hanno storicamente scaturito la formula di combinazione perfetta. Se numerose nazioni di rango secondario, catalogate dentro il cosiddetto “terzo mondo” hanno scorto una notevole impennata negli ultimi decenni, ciò è dovuto proprio per causa del loro immensurabile bacino di manodopera gratuita, disponibile a venire sfruttata al fine di garantirsi appena il necessario per vivere; possono mutare gli scenari storici nonché globali, tecnologici piuttosto che economici ma le dinamiche sociali, scosse nonché stravolte dai ruggiti del mercato, rimangono tali e quali (qualora comparassimo lo slancio dell’età vittoriana all’attuale emergere dell’Oriente). L’apertura al mercato cinese pertanto ha implicato non soltanto l’incentivazione alle aziende transnazionali a trasferirsi dove la concorrenza estera permettesse maggiori profitti, bensì lo sviluppo di aziende locali potenzialmente competenti. Nulla di cui meravigliarsi, all’interno del fenomeno della globalizzazione rientra pure il commistionarsi di enti economici nonché finanziari di molteplici nazioni: come le industrie (originariamente) occidentali traslocarono (e traslocano tuttora) le proprie filiere, il mercato cinese si riversa nelle aree di consumo (prevalentemente dislocate nel primo mondo, dove i guadagni risultano maggiori), tutto si frammischia in una scandita quanto labilmente elastica divisione del lavoro internazionale.
Se il miracolo economico tuttavia ha potenziato nonché arricchito una classe dirigente e un ceto medio ammontanti complessivamente 300 milioni, dobbiamo considerare quanto esigua si sia venuta a ridistribuire la ricchezza dentro una nazione composta da quasi un miliardo e mezzo di abitanti ma, come precedentemente affermato, le dinamiche sociali si ripetono e, nel capitalismo, non vige spazio alcuno alla ridistribuzione della ricchezza[1], fattore il quale connette la propulsiva economia cinese al mercato di massa occidentale. Ebbene, la crisi la quale ha percosso tali mesi ha nettamente dimostrato come la Cina, davanti al suo splendore, soffra quasi con la medesima intensità di questa crisi in rapporto ad altri stati sovrani: mentre l’inflazione schizza al +6,5%, dilaga frattanto pure lo spettro della recessione mondiale. Afferma Xi Jinping, capo della Segreteria del Partito comunista cinese: la Cina e gli Stati Uniti condividono ancora più interessi comuni e sostengono insieme le responsabilità più comuni. Rafforzare le relazioni cino-americane non solo serve ai due Paesi, ma anche al mondo intero”.
Contemporaneamente, il crollo borsistico delle nazioni occidentali ha infiacchito il mercato d’acquirenza relativo ai T- bond (treasury bond [2]) occidentali, sfregiando l’immagine della classe dirigente cinese agli occhi di consumatori, banche e imprese: qualora si realizzi un crollo dell’export, la situazione in oriente potrebbe tradursi in rivolte sociali incontrollabili, dal momento in cui, a protestare, oltre alla classe dirigente si accosterebbero anche le masse proletarie (se la situazione in Inghilterra è degenerata in tale maniera durante l’agosto 2011 per la reazione del sottoproletariato alla povertà, figurarsi in Cina!). Eppure tale dato dimostra un altro fattore, quanto parimenti l’oriente dipenda dall’occidente: arginandoci nel settore dell’economia reale, l’economia degli Stati occidentali si fonda per il 70% sui consumi dei beni provenienti dalle nazioni di recente industrializzazione, le quali di contraccambio necessitano di smerciare le stesse merci prodotte nei propri confini. Oramai il destino del mondo non verrà determinato affatto da un popolo sovrano né da alcuna superpotenza: nell’era della liquidità l’unico, reale padrone rimane il mercato; da esso vengono stabilite le vite di miliardi di individui, i destini di centinaia di nazioni, quasi fosse il ministro di Dio nella ridistribuzione della ricchezza (Similemente a li splendor mondani/ordinò general ministra e duce/che permutasse a tempo li ben vani/di gente in gente e d’uno in altro sangue,/oltre la difension d’i senni umani; Inferno, canto VII).
Complesso nonché inquietante da disegnare il futuro, il quale non parrebbe prospettarsi roseo in nessun angolo del globo. Secondo personale proiezione, il medesimo acceleratore attraverso cui la Repubblica Popolare Cinese si è sospinta a divenire il centro di riferimento produttivo globale causerà la sua stessa frattura. La struttura di potere politico infatti la quale ha incentivato a partire dagli anni ottanta il miracolo economico trapela ciascun sintomo di una nazione in decadenza: da un punto di vista culturale, a seguito della demolizione causato dall’ultimo tragico atto della rivoluzione maoista, si è costantemente inclinata verso un orientamento prettamente da “consumo di massa” quale viene trasportato dalle sedimenta della globalizzazione, per noi, uomini contemporanei, un banale adeguamento insito nonché implicito nella modernizzazione. Socialmente, discutiamo di un paese sorretto dalla medesima despotica nonché intransigente casta politica, protesa esclusivamente al tasso di sviluppo ma assolutamente indifferente verso la popolazione: scrive Federico Rampini “Balzato (il miracolo economico) dal comunismo al capitalismo alla velocità della luce, questo paese ha ripudiato in modo drastico tutte le politiche egualitarie di cui era il simbolo. E´ una Cina senza Welfare, una società più simile al modello americano che al nostro. Qui lo Stato-minimo non garantisce quasi nulla, tutti i servizi si pagano e si pagano cari. Compresi i più essenziali: l´istruzione, la salute, la pensione”. Non discutiamo nemmeno dell’organizzazione giuridica, nel momento in cui il governo di Pechino ha dichiarato di voler “Legalizzare le scomparse dei dissidenti”. Socialmente ed etnicamente, una nazione di tale impostazione non possiede le chiavi di alcun futuro: dobbiamo ancora ricordare la strage di Tienanmen, alla quale hanno ancora echeggiato le rivolte in Tibet? Una possibile ipotesi potrebbe essere rappresentata dalla colossale frattura di un gigante in molteplici satelliti, proprio sotto il peso dello sviluppo economico nonché di ogni effetto collaterale da esso derivante (ipotesi oltretutto storicamente verificatasi nella stessa Cina in epoca antica). Durante tale periodo storico (affermato a seguito del 1991), sta avvenendo la dimostrazione di quanto lo Stato sia divenuta una sovrastruttura, in quanto il suo ruolo di mediatore (o, se ne valutassimo il “comportamento”, di impositore) tra società ed economia è collassato proprio per causa del dominio del mercato, anzi è bruciato a divenire intralciante; il proprio ruolo, persistito nei millenni, non è divenuto oramai necessario. Come scrive Hobsbawm: “il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato di staterelli nani o un mondo del tutto privo di Stati” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, cap. IX par. 4 pag. 331).
Per ulteriori informazioni:
L’articolo di Rampini
L’articolo sui provvedimenti giuridici in Cina riguardo ai diritti umani
Note:
1) Unica eccezione il periodo keynesiano negli anni sessanta, dove non è affatto intervenuta alcuna mano invisibile bensì il ruolo dello Stato di negoziatore tra società ed economia nonché moderato pianificatore.
2) Titoli di Stato





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