Seneca: linguaggio dell’interiorità e linguaggio della predicazione

Fu Seneca, uomo di corte e uomo politico, a diffondere a Roma il linguaggio dell’interiorità: me prius scrutor, deinde hunc mundum (Ep.65,15). Si potrebbe dire che in questo messaggio sta il programma di tutta la sua filosofia. E lo diffondeva presso un popolo, a cui, come forse troppo spesso era ed è stato detto, l’interiorità riflessiva. Forse  Quinto Sestio, filosofo pitagoreggiante, alla cui scuola Seneca imparò a interrogare animum suum (De ira, 3,36,1), a far l’esame di coscienza, aveva trattato dell’uomo e dei suoi rapporti  con se stesso: ma la sua opera, oggi perduta, era in greco. Dunque fu opera di Seneca inventare il linguaggio latino dell’interiorità. E lo creò attingendo alla lingua giuridica: Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi (Ep.1,1);vindicare significa rivendicare legalmente il possesso di qualcosa, implica dunque il concetto di liberazione. Seneca fa suo il verbo introducendolo con una solennità oracolare: ita fac.- La conseguenza di ciò è lo stabile possesso di sé, suum esse, che è anch’esso di origine giuridica, trasferito da Seneca alla sfera morale; così come l’opposizione suum esse/alienum esse.- Ha detto A. Traina: “Lo stile senecano riflette…un doppio e opposto movimento: dall’esterno all’interno, verso la solitaria libertà dell’io; ma anche dall’interno verso l’esterno, verso la liberazione dell’umanità: linguaggio dell’interiorità il primo, linguaggio della predicazione il secondo” (Lo stile drammatico del filosofo Seneca). Dunque Seneca, il sapiens è anche humani generis pedagogus (Ep.,89,13): egli si fa divulgatore di una filosofia utile a tutto il genere umano e può dire di sé: postero rum negotium ago, “lavoro per quelli che verranno”(Ep. 8,2).