Gli idilli bucolici di Teocrito

Premessa: il “corpus” teocriteo.

La tradizione manoscritta ci ha conservato un “corpus” teocriteo che comprende 30 idilli. Il termine “idillio” (da eidullion, “bozzetto”, “quadretto”) è un diminutivo di eidos (“genere”, “tipo”, “forma”, “aspetto”), così come epillion è un diminutivo di epos. Questo termine indicava inizialmente, con molta probabilità, un breve componimento di carattere descrittivo, oppure dotato di una sua forma caratteristica (le operette contenute nel “corpus”, infatti, secondo il canone callimacheo della poikilìa- varietas, trattano argomenti diversi).- Solo in seguito la parola “idillio” assunse il significato di componimento di carattere pastorale, in cui parlano, cantano, agiscono guardiani di pecore, buoi e capre. E se Callimaco si deve considerare l’inventore dell’epillio (mi riferisco all’Ecale), Teocrito, fu considerato, fin dall’antichità, il creatore dell’idillio, un genere destinato ad avere un’enorme fortuna, da Virgilio a Leopardi, ma anche nella letteratura europea. – Ma torniamo al corpus. In esso è confluito senza dubbio materiale non teocriteo; dei 30 “idilli” tramandati solo 22 sono considerati autentici dalla critica moderna, mentre gli altri devono essere attribuiti ad imitatore contemporanei o più tardi. Sono sicuramente spuri gli idilli VIII,IX,XIX,XX,XXI,XXIII,XXV,XXVII. – Da un punto di vista tematico, gli idilli possono essere così divisi:

-IDILLI BUCOLICI O BOUKOLIKA’: 1,3,4,5,6,7,10,11.

-MIMI URBANI O MìMOI: 2,14,15

-EPILLI O EPYLLIA: 13,22,24,26

-ENCOMI ESAMETRICI: 16,17

-EPITALAMI, CANTI NUZIALI: 18

-PAIDIKA’ O CANTI D’AMORE EFEBICO: 12,29,30

-“LA CONOCCHIA”, poesia dedicatoria: 28.

Una caratteristica di Teocrito, come si può vedere, è l’intensa sperimentazione formale, che costituisce la parte dotta ed erudita della sua opera. Il metro è di norma l’esametro di stampo epico, ma gli ultimi tre carmi della raccolta sono in metri lirici. Questi si differenziano dal resto anche perché viene usato il dialetto eolico, il carme XII è in ionico e le poesie bucoliche sono in dorico, mentre nelle altre opere sono mescolati secondo varie proporzioni elementi dorici ed epici, con occasionali forme eoliche. Una eccezionale sperimentazione linguistica.

Probabilmente Teocrito non fu, come Callimaco, editore di se stesso. Una prima indicazione sulla trasmissione dei testi teocritei è quella riferita dal grammatico Artemidoro (II-I secolo a.C.), il quale, secondo Wilamowitz, fu autore di una raccolta di vari poeti bucolici. Già la raccolta di Artemidoro pare includesse sia un mimo urbano (idillio II), sia uno spurio (idillio VII), dato che Virgilio, il quale probabilmente lesse Teocrito nell’edizione di Artemidoro, imitò nelle sue “Bucoliche” entrambi i testi.

Gli idilli bucolici

Passiamo ora alla trattazione degli “idilli bucolici” propriamente detti. Abbiamo già detto poco più sopra quali sono. Fin dall’antichità Teocrito fu considerato l’iniziatore della poesia bucolica, cioè di quel genere letterario che sceglie i suoi personaggi fra i pastori e la gente dei campi, ha come argomento la vita agreste e come sfondo la natura. Questa tradizione, tuttavia, appare in Teocrito già consolidata e gli studiosi hanno perciò ipotizzato una fase precedente che noi non conosciamo. Solo due fatti si possono considerare abbastanza sicuri: questa poesia nacque in ambiente popolare e di tale origine conserva alcuni aspetti, sebbene ormai riassorbiti nell’ambito della raffinatissima cultura di Teocrito; inoltre essa rispecchia una tradizione che vide la sua nascita e il suo primo sviluppo in ambito siciliano, fra le popolazioni delle colonie doriche di Sicilia, la patria di Teocrito. Prenderemo in considerazione tre esempi di poesia bucolica.

Idillio I: Tirsi o la canzone. E’ uno dei componimenti più celebri e imitati di Teocrito. I protagonisti sono due: un capraio, di cui non si fa il nome, e il pastore Tirsi, al quale viene chiesto di rievocare con un canto la morte di Dafni, il semidio siciliano inventore della poesia bucolica, carissimo a Pan, che gli aveva insegnato la musica. La saga di Dafni, una saga locale siciliana, narrava la passione e la morte di questo giovane, condannato da Afrodite a morire consunto dalla malattia d’amore. E allo sventurato Dafni il conterraneo Teocrito aprì la via di una fortuna destinata a durare a lungo, che vide in lui la figura simbolica e antonomastica della poesia bucolica. – Come premio del canto, Tirsi avrà una capra con i suoi due gemelli e una coppa a due manici, che il poeta descrive con cura, offrendo così un esempio di èkphrasis tipicamente ellenistico. Tirsi inizia il canto: Dafni, consunto da una pena d’amore, è ormai vicino alla morte. Tutto il mondo agreste è addolorato per la morte di Dafni: i pastori, i bovari suoi amici e anche gli dèi: suo padre Hermes, Priapo e la stessa Afrodite, che tuttavia ricorda al morente come un tempo egli abbia osato sfidare Eros, meritando la sofferenza che ora lo consuma. Ma Dafni rinfaccia ad Afrodite i suoi amori con Anchise e con Adone e le ricorda anche la ferita che ricevette da Diomede, mentre era scesa in battaglia a difendere i Troiani (chiaro riferimento a Iliade,V,330-362); allora avrebbe dovuto dimostrare la sua potenza, affrontando un grande eroe, non ora, tormentando un povero bovaro. Le ultime parole di Dafni sono un saluto al sereno mondo campestre da cui sta per distaccarsi per sempre; egli lo rievoca in tutta la sua bellezza, con amore e nostalgia. Teocrito fu veramente il creatore di un paesaggio immortale. Come ha scritto V. Gigante Lanzara (Teocrito, “Idilli”, Milano 1992), “Il contatto di Teocrito con la natura è di una prorompente sensualità in cui coesistono lo slancio delle sensazioni primitive e il languore dell’appagamento. La natura fertile e benigna è la fonte di sussistenza per uomini e animali, generosa di frutti ed erbe. E’ la terra ricca di umori vitali, di varietà di piante, di alberi dalla vasta chioma che offrono ombra. La natura mediterranea, non solo la Sicilia, ma anche le terre assolute del Bruzzio, Crotone e Sibari, è distesa di pascoli e boscaglie, rigoglio di pecore grasse e agili giovenche, erbe odorose con cui fare un giaciglio nelle sere d’estate, brezza che rinfresca nella calura, raggio di sole che scalda le membra….La natura è la costante della cifra teocritea più attraente e personale”. Queste considerazioni della studiosa valgono per tutto il paesaggio bucolico teocriteo. Non sembra dunque un caso che questo idillio fu messo all’inizio della silloge: oltre all’ambientazione e alla cura per i dettagli paesaggistici, oltre ai personaggi, non meno tipici della poesia bucolica sono il discorso diretto, l’uso del ritornello (ephymnion) che richiama le origini popolari e l’eco di formule sacrali che dovevano essere presenti negli antichi idilli che non possediamo, il premio per il canto (anche se qui non si tratta, come di solito, di una gara fra pastori). – “Con una geniale invenzione di struttura è lo stesso Teocrito a dare al suo personaggio il carattere di un mito poetico: Dafni non è il protagonista diretto dell’idillio, ma vi entra come argomento del canto innalzato da Tirsi: la sua storia è già esemplare come materia di poesia, e nobilita il nuovo genere con la mitologia delle sue stesse origini, in quanto è appunto il canto di Dafni a offrirne l’archetipo” (D. Del Corno, “Antologia della lett. greca”, Milano 1991). Con un altro stratagemma, Teocrito non parla della storia d’amore di Dafni né sappiamo il perché dell’ira di Afrodite: insomma, ignoriamo completamente gli antefatti, assistiamo solo a un finale, disperato, struggente canto d’amore, un amore che uccide. – Veniamo infine alla descrizione della coppa. Scrive Ch. R. Beye (“Letteratura e pubblico nella Grecia antica”, Roma-Bari, Laterza,1979): “…l’ekphrasis, che gli antichi amavano particolarmente, come poesia e come tecnica verbale è l’equivalente del canto su Dafni, che è assai più semplice verbalmente, avendo fra l’altro un ritornello e costituendo una semplice cantilena. Poi le immagini della coppa illuminano il sentimento prevalente del canto su Dafni. Questi si strugge d’amore, ma vi rinuncia e muore dicendo addio al paesaggio, agli animali, all’amore. Il tono è di nostalgico desiderio, e la coppa lo sottolinea. Essa reca raffigurate tre scene: una fanciulla tra due corteggiatori; un vecchio che pesca; un giovane che si costruisce una gabbietta per i grilli molestato da due volpi, in caccia l’una dell’uva, l’altra della sua colazione al sacco. Ognuna di queste scene ha a che fare con l’appetito, la ricerca. Il significato è che il desiderio è una costante in ogni età dell’uomo, e quindi anche degli animali. Anche il capraio desidera il canto, e Teocrito ha reso la coppa così bella che Tirsi e noi la desideriamo. Teocrito ha ignorato volutamente il senso della proporzione dell’età classica. La descrizione della coppa, relativamente più breve e strutturalmente meno significativa del canto su Dafni, grazie alla ricchezza della descrizione teocritea, diventa il punto focale da cui emana il significato che ci guida a comprendere la poesia nel suo complesso”.

Idillio VII: Le Talisie

La passione per lo sperimentalismo letterario, che è una connotazione tipica della letteratura alessandrina, indusse Teocrito a intersecare nelle Talisie il tema bucolico con un’allegoria autobiografica, in cui si riflettono le convinzioni stesse della sua poetica. Il racconto in prima persona è assunto dall’autore stesso, sotto lo pseudonimo di un nome di pastore: Simichida. La forma è narrativa: il protagonista Simichida racconta che, un giorno, recatosi in campagna per le Talisie (festa in onore di Demetra, celebrata al tempo della trebbiatura: il nome è connesso con thallo,” fiorire”,” germogliare”: queste feste si celebravano nell’isola di Cos, patria del poeta elegiaco Fileta, intorno al quale si era formato un cenacolo letterario; e questa è già una spia dell’intrecciarsi del tema bucolico con quello letterario), si imbattè nel capraio Licida. Il poeta, dopo aver elogiato Licida per la sua bravura nel suonare la zampogna, lo invita ad una gara di boukoliasmòs, canto pastorale. Licida, dopo aver anch’egli fatto i complimenti all’amico, accetta di intonare il canto, promettendogli in omaggio il suo bastone a fine gara: esso rappresenta simbolicamente l’investitura poetica. Si leggano in particolare i vv. 42/51: “Così dissi, di proposito, e il capraio,sorridendo amichevolmente,/rispose: “Ti regalo il mio bastone poiché davvero sei/un rampollo nato da Zeus,tutto fatto per la verità./Mi è odioso perfino l’architetto,che si sforza con l’occhio/di fabbricare una casa alta come la cima dell’Oromedonte,/e le chiocce delle Muse, che contro il cantore di Chio/ si affannano a schiamazzare invano. Suvvia,/intoniamo subito il canto pastorale, Simichida;/per quanto mi riguarda,caro mio,senti se ti piace/questa canzoncina che ho composto poco fa, sulla montagna”. Meritano attenzione i motivi che inducono Licida ad offrire l’investitura a Simichida-Teocrito: vengono riconosciute a Teocrito le qualità che contraddistinguono la nuova poesia: brevità, cura formale, novità e verità d’ispirazione. In contrasto con queste scelte di stile e di contenuto, la poesia convenzionale, di imitazione, che aspirerebbe, senza riuscirci, a raggiungere le sublimi altezze di Omero (il “cantore di Chio”) viene paragonata, con una sarcastica metafora, all’opera di presuntuosi architetti che hanno l’ambizione di costruire edifici enormi come montagne e cadono nel ridicolo perché il loro intento ben presto si rivela sproporzionato rispetto alle loro capacità. In queste parole risulta evidente l’adesione alla poetica di Callimaco, anche se trasferita ed applicata a un genere letterario diverso. – Quanto al dono del bastone, esso rappresenta nel mondo classico, il tradizionale simbolo d’iniziazione poetica: il più antico esempio lo abbiamo nella “Theogonia”,29-32, di Esiodo, che narra come, sul monte Elicona,gli fossero apparse le Muse e si fossero rivolte a lui, offrendogli una verga d’alloro ed esortandolo a cantare la verità, così da sfatare la diceria che i poeti raccontassero solo favole seducenti e menzognere. Anche Callimaco ricorda questa esperienza di Esiodo nel fr. 2 del I libro degli Aitia; inoltre nell’inno V,127 egli rievoca il mito di Tiresia, raccontando come la dea Atena, dopo averlo punito con la cecità per averla vista mentre si bagnava nuda in una fonte, lo avesse compensato con il dono della profezia, dandogli poi il bastone perché vi si appoggiasse e perché tutti riconoscessero in lui un veggente. In questi esempi, però, il dono del bastone è fatto da una divinità all’uomo, in Teocrito avviene da uomo a uomo: Licida riconosce nei versi di Simichida il pregio che le Muse avevano ammirato nella poesia di Esiodo: quello di ispirarsi, nel comporre versi, all’alàtheia,”verità” (attenzione: è dialetto dorico!); insomma una poesia colta e raffinata, che non esclude però il realismo della quotidianità. – Qui Teocrito addita come suoi maestri ideali Asclepiade (“l’ottimo Sicèlida di Samo”) e Filita (v.8) e, da parte sua, propone la poesia pastorale di contenuto amoroso nella figura emblematica di Comata. Il divino Comata, leggendario come Dafni, chiuso in un’urna e nutrito dalle api finchè la sua bocca diviene piena di miele, è un misterioso personaggio del mondo bucolico, personificazione della qualità indicata dal poeta come elemento principale dell’arte, il simbolo della sua poetica racchusa nell’aggettivo con cui si apre la raccolta degli “Idilli”(I,1), adù tò psithùrisma, “soave è il sussurrare…”, insomma la “suavitas”. Nota V. Gigante Lazzara (op. cit.): “Soave è lo stormire del pino, il rumore dell’acqua corrente, soave è il belare della pecorella, soave è Cipride, la dea dell’amore, soave è il muggito della vacca e il canto di Comata sotto gli alberi. Nel segno della suavitas si compie la fusione perfetta del pastore con la natura…”. Come in questo idillio vi è una continua intersecazione fra livelli tematici e formali, così la finzione bucolica è spesso violata sia da riferimenti espliciti all’attualità letteraria, sia dal fatto che talvolta l’idillio esce dalle convenzioni pastorali poiché i due pastori-poeti danno l’impressione di parlare di situazioni reali, che chiamano in causa comuni amici. Si pensi al propemptikon, l’augurio per un viaggio propizio per mare, in cui si inserisce , con tipico espediente alessandrino, un accenno sintetico a miti collegati con la tradizione bucolica. E si noti ancora un altro augurio, questa volta perché si compia un desiderio d’amore, in cui si intrecciano allusioni dotte e accenni umoristici alla realtà. – Verso la fine, poi, il piano della finzione agreste e quello biografico si sovrappongono, dando luogo alla splendida evocazione di una festa in una splendente giornata di fine estate, inquadrata in un paesaggio risonante di tenere armonie e ricco di ogni frutto della terra. E’ il tema del locus amoenus, destinato a grande fortuna nella letteratura antica e moderna. Abbiamo già parlato del paesaggio in Teocrito: aggiungiamo che va sottolineata la sua capacità di renderlo in modo impressionistico, in un trionfo di sensazioni visive, olfattive, uditive.

Teocrito e Virgilio

Come un poeta antico possa sentire diversamente la natura, ce lo mostra Virgilio. E’ noto che Teocrito è la fonte principale di Virgilio. Ma alla natura ricca, eternamente ridente di Teocrito, Virgilio preferisce paesaggi sobri, soffusi di malinconia; alla gioia dei pomeriggi assolati di Teocrito, la triste dolcezza dei tramonti. Scrive G. Perrotta (“Disegno storico della Letteratura Greca”, Principato,Milano 1958), “Virgilio canta il fumo dei comignoli dei casali, mentre le ombre s’addensano grandi dai monti lontani (fine I Bucolica,n.d.r.); le colline che si sollevano molli dall’immensità del piano; il Mincio che scorre, pigro, popolato di cigni. Per primo egli ci insegna che un paesaggio monotono e squallido può essere uno spettacolo di bellezza”. Teocrito crea un “altrove” che si opponeva nascente urbanesimo della prima età ellenistica e conserva un margine di realismo, ambientandolo nella sua Sicilia, il cui dialetto dorico riecheggia nelle voci dei suoi cantori. Ma quando Virgilio trasferì questa tematica nella letteratura latina, egli accentuò il carattere simbolico di tale ambientazione ed ebbe il merito, riconosciuto per primo da Bruno Snell (“La cultura greca e le origini del pensiero europeo”, trad. it., Torino 1963), di aver scoperto l’Arcadia come paesaggio spirituale. Aggiunge lo Snell: “Per quanto Teocrito dipinga realisticamente la vita dei suoi pastori siciliani, essi sono tutt’altro che rustici nel loro modo di esprimersi, che è altamente letterario. Teocrito si vale anzi di essi come maschere, e nelle figure di questi pastori si possono riconoscere poeti della sua cerchia.(….) Già Teocrito porta un non so che di aulico e cortese fra i pastori, e questa sarà poi sempre una caratteristica del genere bucolico. Questo vale anche per Virgilio. Ma diverso è il modo di guardare alla propria materia: Teocrito mantiene un forte distacco fra sé e i suoi pastori: è il cittadino raffinato che guarda a loro in parte con atteggiamento di superiorità, in parte con simpatia per quanto ha di onesto e di semplice la vita primitiva….L’Arcadia di Virgilio è traboccante di sentimento, i suoi pastori sono lontani tanto dalla vera vita rustica quanto da quella raffinata della città…..Teocrito ha ancora molto gusto per il particolare preciso e realistico; Virgilio btende più al sentimentale, cerca ciò che ha un valore interiore”. Sintetizzando, potremmo dire che la divergenza di fondo fra i due poeti consiste soprattutto nel modo con cui i due poeti guardano alla materia del loro canto. L’occhio del cortigiano Teocrito osserva il mondo dei pastori con distacco, senza risparmiarsi, talvolta, una leggera ironia; la campagna di Virgilio,invece,sa anche caricarsi di una valenza sentimentale e affettiva,come immagine dei luoghi della giovinezza del poeta (trascorsa nelle terre mantovane) e come ideale di serenità e pace, quella pace di cui i Romani della generazione di Virgilio, cresciuti in un’epoca di lotte intestine e guerre civili, sentivano fortemente il valore. – E non basta: Teocrito è il modello di Virgilio, ma non si possono dimenticare le influenze, più o meno lievi, della poesia ellenistica di Callimaco, di Arato, di Nicandro, e poi di Catullo e dei neoteroi, di Lucrezio e dell’epicureismo (il colorito epicureo delle “Bucoliche” è stato, a seconda dei periodi, sottovalutato o enfatizzato). Né si può dimenticare che nelle “Bucoliche” di Virgilio entra di forza il mondo contemporaneo con le sue angosce e i suoi problemi: basta pensare alle egloghe I e IX. Insomma Virgilio,molto più di Teocrito, apre il suo mondo pastorale idealizzato ai dolori e alle speranze della storia contemporanea, con le sue vicende tumultuose, le guerre civili, le sofferenze che la crisi della repubblica aveva arrecato ai ceti medi e ai piccoli proprietari.

Idillio XI: Il Ciclope

Il tema dell’amore fra il Ciclope e la ninfa Galatea era già stato trattato nell’idillio VI. Tuttavia risulta molto più vivace questo idillio XI, a cominciare dalla divertente dedica all’amico Nicia. La poesia bucolica, a causa del manierismo che la caratterizzava, per sfuggire alla monotonia, doveva continuamente mutare tematiche, ma ciò non spaventava certo l’inventiva e la fantasia di Teocrito. In un popolo, come quello greco, che traeva una delle sue principali fonti di sostentamento dalla pastorizia, esisteva una serie di tradizioni leggendarie che avevano al centro la figura di un pastore: ora, l’esistenza di questi precedenti era uno stimolo per quell’arte della variazione arguta e sorprendente di cui i poeti alessandrini si compiacevano. In quest’ottica, quale personaggio poteva essere più suggestivo di un Polifemo “rivisitato”? Già nella letteratura del periodo classico il mostro cannibale dell’”Odissea” aveva evidenziato segni di incivilimento: nel “Ciclope” di Euripide e soprattutto in un carme del ditirambo grafo Filosseno di Citera (IV secolo a.C.), dove compariva per la prima volta il motivo dell’amore di Polifemo per Galatea; a Teocrito non rimaneva che “ricamare” su questo tema. Infatti egli ci rappresenta Polifemo ormai completamente integrato nella mitologia bucolica: Polifemo è rozzo ed enorme, ma anche buffamente innamorato di una ragazza che sistematicamente lo rifiuta. Teocrito fa di tutto per non includere nell’idillio alcun elemento che possa collegare il suo Polifemo a quello di Omero, da cui gli alessandrini prendevano le distanze. Eppure, in trasparenza, secondo la tecnica allusiva alessandrina, il modello omerico si intravede ancora nell’isolamento del Ciclope, in quel suo trovarsi solo con la natura e gli animali, nella sua “incomunicabilità” con gli esseri umani, nella sua incapacità di salire a livelli superiori di civiltà, e infine nel suo essere sempre grottesco, sempre sconfitto. Ma l’idillio è soprattutto un pezzo di bravura di Teocrito: basti pensare alla serenata di Polifemo alla bella ninfa Galatea, un canto che rimane in perfetto equilibrio fra distacco e ironia da una parte, e partecipazione emotiva dall’altra; ma soprattutto straordinaria è la varietà di atteggiamenti nella mente di Polifemo: egli, abituato com’è alla solitudine, sa usare solo paragoni ingenui per esprimere il suo amore, non possiede un “linguaggio amoroso” e quindi se lo costruisce usando immagini di un mondo che gli è familiare; egli soffre per l’amore non corrisposto e cerca di conquistare Galatea vantando ricchezze che non possiede e abilità che non può avere; l’ingenuità del suo atteggiamento fa sorridere, ma anche commuovere. Ma toccante è soprattutto l’antinomia fra la consapevolezza del proprio aspetto orrendo e la sua sensibilità appassionata. Ha notato Del Corno (“Antologia della lett. greca”, cit.): “Il Ciclope a tratti si abbandona a una patetica autocommiserazione, ma vuole illudersi con una serie di compensazioni: e il suo contrasto culmina in un penetrante e commovente scatto di analisi psicologica quando egli individua nella madre la causa del suo male, e vuole punirla attraverso la sua stessa sofferenza. Tuttavia alla fine a prevalere è la legge lieve del sorriso, che il poeta trasmette al suo personaggio, e il Ciclope si scrolla di dosso le sue ossessioni: le sue capre e i suoi formaggi lo attendono, e non mancano ragazzette che aspirano a spassarsela con lui. E’ forse un’illusione; ma la più bella delle illusioni è la poesia stessa, in cui trova pace il rovello degli uomini, più che in ogni medicina procurata a caro prezzo”. La “bucolizzazione” di Polifemo è realizzata; il personaggio si è ingentilito: si potrebbe dire, esagerando, che quasi filosofeggia sulla passione e sulle pene d’amore; in ogni caso il truce Polifemo è diventato un pastore innamorato simili ad altri pastori innamorati della poesia di Teocrito e il mito è stato ricreato acquisendo una nuova sensibilità.