L’epillio greco

Dopo una polemica letteraria durata anni, finalmente Allen diede una definizione definitiva dell’epillio: “L’epillio, nell’accezione della parola fra i moderni, è un componimento narrativo d’ambito ristretto, un breve epos, un poiemàtion in esametri. Esso, anche secondo i suoi autori, costituisce un correttivo alle degerazioni del gusto non consone ai tempi, un perfezionamento secondo la nuova coscienza estetica elaboratasi nel periodo ellenistico”.- I Componimenti concordemente indicati come esemplari del poemetto narrativo esametrico sono i seguenti: “Ecale” di Callimaco; “Ila” (XI), “Dioscuri (XXII) e “Piccolo Eracle”(XXIV) di Teocrito; “Europa” di Mosco; “Ero e Leandro” di Museo.

Dell’”Ecale” di Callimaco, abbiamo già parlato in “Polemiche letterarie e poetica di Callimaco”. Tuttavia non mi sembra inutile riportare alcuni brani di studiosi che a quest’operetta si sono dedicati. Gennaro Perrotta (“Poeti ellenistici. Scritti minori”,vol.II,Roma1978) nota: “A quanto vigore di poesia, cioè a quanta altezza di poesia, potesse levarsi l’epillio…dimostra l’Ecale di Callimaco, il poemetto che l’antichità considerò il capolavoro il capolavoro del poeta di Cirene. Soltanto un poeta moderno, e un grande poeta moderno, avrebbe potuto concepire quella meravigliosa scena che si svolge nel mondo degli uccelli (….). Noi non sappiamo ricostruire come essa si leghi col resto del racconto…(….). La cornacchia, che si fa verbosa narratrice di vecchie storie, che desta gli uccelli addormentati e ci dà quel quadro, tutto moderno,del risveglio d’una grande città col canto dell’uomo che attinge l’acqua al pozzo, il martellìo dei fabbri che assordano le orecchie, il cigolìo del carro che sveglia chi ha la camera sulla strada, sono invenzioni d’un grande poeta.(…). A un moderno, veramente, i rumori darebbero noia: egli desidererebbe che il silenzio non venisse turbato. Callimaco, invece, prende interesse con curiosità, un po’ bambinescamente, ai rumori. Ne vien fuori un quadretto grazioso; nel miglior senso della parola, ellenistico. Il poeta non dimentica di avvertire: “Le mani dei ladri non sono più in caccia”: è impossibile, a questo punto, trattenere un sorriso (…). Per quanto possiamo ricostruire, mettendo da parte la scena degli uccelli, il poemetto doveva comprendere tre parti: l’ospitalità data da Ecale a Teseo; la lotta di Teseo col toro di Maratona; la morte e gli onori funebri di Ecale. Tre parti, tre generi diversi: vorrei dire tre stili. Familiare e borghese ,la prima parte; epica, la seconda; patetica, la terza”. Leggiamo ora D. Del Corno (“Antologia della letteratura greca”, Milano, 1991): “Callimaco concepì l’Ecale come programma della nuova estetica e contrapposizione polemica al poema tradizionale di tipo epico-ciclico. Al di là del dibattito sulle dimensioni e sulla tematica, il senso artistico della sua innovazione stava nella conquista di una sovrana varietà e libertà dei toni e dello stile. Per poco più di mille versi si estendeva la storia di Teseo contro il toro di Maratona e della vecchietta Ecale, che l’aveva ospitato nella sua piccola casa ed era morta prima di vederlo tornare vincitore. Ma il tempo ha polverizzato il breve capolavoro in una serie di minuscoli frammenti, che solo eccezionalmente concedono di intravvedere sequenze di una relativa continuità. Tanto basta, tuttavia, per accertare la portata di un progetto, che rompeva dall’interno le convenzioni di una tradizione poetica.-Al fluire violento e continuo del racconto epico si sostituisce nell’Ecale una maniera franta e concitata di convocare i materiali dei più diversi caratteri,accostati secondo un divagare fantasioso e arbitrario. A coordinare l’insieme è la sola norma del sorprendente e del nuovo, in un’incessante alternanza di punti di vista, che danno origine ad altrettanti moduli di stile. Teseo si presenta con il toro imprigionato agli abitanti del villaggio sperduto fra i campi dove imperversava la fiera; e la semplicità dei contadini si trasferisce nell’ingenuità delle immagini e delle figure verbali. Ma soprattutto di straordinaria originalità poetica è la scena che rappresenta una conversazione fra uccelli, di cui sfugge il collegamento con la narrazione. Una vecchia cornacchia racconta la leggenda del corvo che si mutò da candido in nero; e si diffonde in pettegolezzi da comare su un infelice amore di Apollo. Improvvisamente i due volatili si addormentano, ma per poco. Sorge l’alba, e la città torna a vivere: la prospettiva è ora dalla parte di chi si sta risvegliando, e sente i rumori di fuori, un canto lontano, il frastuono dei veicoli, il lavoro degli artigiani. La fiaba, dopo aver incorporato il mito, trapassa al realismo dell’esperienza quotidiana, secondo quel criterio di cangiante iridescenza con cui Callimaco intese concentrare nell’epos ridotto le polimorfe dimensioni e intenzioni della nuova letteratura”.

Per quanto riguarda Teocrito, ci limiteremo all’”Ila”. L’epillio estrae dalla grande saga degli Argonauti un episodio marginale, che ha per protagonista Ila, rapito dalle ninfe innamorate. L’”Ila “ si presenta come una lettera all’amico Nicia, ed è proprio la cornice epistolare che consente il recupero del mito in funzione di exemplum: come noi amiamo, anche gli eroi, come Eracle, amarono; dunque l’amore non deve sembrarci disonorevole.- Insomma, non solo i mortali sono aggrediti da Eros; anche Eracle, colui che affrontò il leone di Nemea, amò un fanciullo Era, a cui insegnò, secondo i dettami paideutici dell’eros dorico, tutto quello che egli stesso aveva imparato per diventare forte e famoso. Né mai era lontano da lui: anche quando Eracle salì sulla nave Argo per seguire gli Argonauti, Ila lo seguì. Ma un giorno, quando la nave partita da Iolco raggiunse la Propontide, nel golfo Cianeo, il fanciullo amato da Eracle andò per attingere acqua con una grande brocca e le ninfe, invaghite del ragazzo, gli presero le mani facendolo cadere nell’acqua. Il figlio di Anfitrione lo cercò a lungo disperato, lo chiamò con tutto il fiato che aveva; tre volte il ragazzo gli rispose, senza essere udito. L’eroe lasciò partire la nave, impegnato nell’affannosa ricerca del perduto Ila. A piedi giunse infine in Colchide. – Il carme XIII è, fino al v.15, un’epistola poetica consolatoria a Nicia; dal v.15 in poi diventa narrazione epico-mitologica, secondo quella “mistione dei generi” tipicamente alessandrina. Sul tema epicheggiante, si innesta il motivo pederotico dell’amore di Eracle per Ila, che è, però, anche oggetto del desiderio eterosessuale delle ninfe. Il mito del giovane amato da Eracle e rapito dalle ninfe è collocato nell’ambito della saga argonautica (il ratto di Ila è descritto anche in Apollonio Rodio –“Argonautiche”,I,1207-1272- e a tutt’oggi rimane irrisolta il problema della priorità dell’uno o dell’altro scrittore), ma, come afferma G. Serrao, (“La poesia bucolica: realtà campestre e stilizzazione letteraria”, in” Storia e civiltà dei Greci”, IX, a cura di R. Bianchi Bandinelli, Milano,1991), “Teocrito si compiace di introdurre in questo argomento epico ampi tratti prettamente bucolici, e qualche volta anche a scapito della coerenza della scena…(….). Sono immagini deliziose che denotano la sensibilità di un poeta attento ai più piccoli particolari della vita agreste, ma Teocrito insiste su questo motivo anche quando meno lo ammette l’ambientazione della scena. Così nel prato dove gli Argonauti tagliano le erbe per il loro giaciglio, il poeta distingue il ‘butomo’ e ‘l’alto cipero’ (v.35), e la descrizione diventa molto più particolareggiata quando Ila va ad attingere acqua.(….).Sono note di colore che farebbero presupporre un’ambientazione diurna della scena, mentre l’intero episodio si svolge di notte, come nel corrispondente racconto di Apollonio Rodio. La descrizione è condotta con la consueta abilità, tuttavia essa non si accorda con l’indicazione temporale precedente (v.33) e per la coerenza del racconto, l’una o l’altra si sarebbe dovuta sopprimere o modificare. Ma evidentemente Teocrito, nella cornice del paesaggio notturno apolloniano, ha voluto inserire il suo paesaggio dei pomeriggi estivi. E doveva essere questa la novità che egli presentava ai suoi lettori: la trasposizione nel suo festoso mondo idilliaco di un tema che era già stato trattato da Apollonio con la “gravitas” dell’”epos”. E fu un’innovazione molto importante. Infatti la “contaminatio” dei due generi, l’epico e il bucolico, fu seguita e sviluppata dalla poesia bucolica posteriore”.

Mosco forma con Bione la cosiddetta triade bucolica. La sua fama si deve soprattutto all’epillio “Europa”, in cui è narrato il rapimento dell’eroina ad opera di Zeus trasformato in toro. S i tratta di un’opera ricca di “levitas”, di grazia descrittiva, in cui la materia è disposta in scene che danno l’idea di altrettanti quadri ed esprime in forma letteraria le tendenze dell’arte figurativa del tempo. Questo atteggiamento è, per così dire, quasi dichiarato programmaticamente nella descrizione delle figure che ornano la cintura della fanciulla; ma esso raggiunge gli effetti più suggestivi nei passi che raffigurano Europa e le sue compagne mentre colgono fiori in un prato o nella fuga del “toro divino” che attraversa il mare portando sul dorso la sua innamorata.

Bisogna fare un notevole salto cronologico , fino alla metà del V secolo d. C .,per trovare un altro epillio, di notevole interesse, un vero e proprio gioiellino. Si tratta di “Ero e Leandro” di Museo. Per noi Museo è un nome senza storia. Dai manoscritti emerge solo l’appellativo di grammatikòs che lo connota come uno di quei letterati di età imperiale che si occupavano dell’edizione definitiva dei testi antichi. Insomma, un uomo di cultura, un filologo, diremmo oggi. Un altro indizio è costituito dal fatto che l’appello alla Musa ripete precisamente l’incipit delle “Dionisiache” di Nonno di Panopoli, che chiude con questo poema l’era della grande poesia in lingua greca. E non c’è dubbio, fra gli studiosi, che Museo abbia, a sua volta, influenzato Colluto, autore del “Ratto di Elena” (che potrebbe essere classificato un “epillio”, ma di scarso valore artistico). Dunque Museo visse tra Nonno e Colluto, dunque intorno alla metà del V secolo d.C. – La leggenda di Ero e Leandro, operetta di 343 esametri, riconduce all’età alessandrina ed era nota ai poeti augustei, ad Ovidio in particolare. – Tra le due rive opposte dell’Ellesponto si svolge la breve ma intensa storia d’amore dei due protagonisti, secondo G. Paduano, “la più toccante e insieme la più universale e moderna che l’antichità ci abbia tramandato”. Continua lo studioso: “come Giulietta e Romeo, come Tristano e Isotta, così Ero e Leandro sono travolti dalla passione, separati dalle circostanze, traditi dalla sorte. Il mare –che Leandro attraversa a nuoto ogni notte-, la torre solitaria su cui lo attende la fanciulla amata, e la lampada che ogni notte essa accende per mostrargli la via, sono i soli testimoni della loro vicenda. Quando il vento spegne la lampada, anche la loro vita si spegne: Leandro muore annegato ed Ero si uccide” (Museo, “Ero e Leandro”, a cura di Guido Paduano, Letteratura universale Marsilio, Venezia 1994).