Il “Satyricon” di Petronio: un testo in cerca di un genere letterario

Questioni preliminari

Questo capolavoro, che di solito chiamiamo romanzo, ci pone molti interrogativi:

1 L’AUTORE. I codici ci tramandano il testo sotto il nome di Petronio Arbitro, e ormai sembra appurato che si tratti di quel Petronio, elegantiae arbiter di Nerone, di cui Tacito ci descrive la morte nei capp. 18 e 19 del libro XVI degli Annales: una morte che è il rovesciamento dell’ambitiosa mors degli stoici; un morire con ironia che è la parodia del suicidio stoico (si legga la mia traduzione,note e commento). Certo, ci si potrebbe porre una domanda: perché Tacito non fa accenno al Satyricon? Ma ve ne era bisogno? Dunque accettiamo per buona l’ipotesi che il Petronio di Tacito sia l’autore del Satyricon.

2 LA DATAZIONE. Da molti indizi che si trovano all’interno dell’opera, si può attribuire l’opera all’età neroniana.

3. IL TESTO. E’ conservato solo in parte: abbiamo solo il libro XV e stralci dei libri XIV e XVI.

4. LA TRAMA. E’ ricostruibile solo parzialmente.

5. IL FINALE. Non si possono fare ipotesi.

6. IL TITOLO. Il titolo tramandato nei codici è Satyricon, genitivo plurale neutro a cui bisogna sottointendere libri: si tratta secondo alcuni di un grecismo formato da Satyri, (satiri), le grottesche creature mitologiche, più il suffissi –icus, che caratterizza i titoli di molti romanzi greci (si pensi agli Ethiopica, agli Ephesiaca, ecc.). Però è anche vero che è possibile, come io penso, ricollegare il titolo alla parola satura, intesa come genere letterario. Si può dunque pensare che la satira romana, nel suo lungo percorso (che vi invito ad andare a rivedere) da Lucilio, il creatore del genere, a Orazio, abbia esercitato un’influenza sul titolo e sul contenuto, né si può dimenticare la satura menippea, caratterizzata dal prosimetrum, come il nostro “romanzo”, della quale è testimonianza completa (o quasi) solo l’Apocolokyntosis di Seneca. Questa seconda ipotesi, il collegamento del titolo con la satira, mi sembra la più plausibile.

IL GENERE LETTERARIO

Parodia del romanzo greco

Passiamo ora al problema del genere letterario. Diciamo subito che attribuire l’opera letteraria di Petronio a un solo genere letterario è impossibile.- R. Heinze affermava che il Satyricon era la parodia letteraria del romanzo greco d’amore greco (la parodia è la figura retorica portante di tutto il romanzo: essa consiste nel travestimento comico di un argomento serio, nell’imitazione di un testo o di uno stile, fatti solo a scopo ironico: a differenza della satira, essa non ha intento morale). Il romanzo greco, che aveva come destinatario un pubblico vasto, spesso sprovvisto di cultura, si era cristallizzato in schemi fissi, nella narrazione delle avventure di una coppia di innamorati che, staccati l’uno dall’altro subito dopo la loro reciproca conoscenza o dopo il matrimonio, si ricongiungevano solo nel lieto fine, dopo una serie di avventure fantastiche e di viaggi in paesi stranieri (l’elemento dell’esotismo aveva grande fortuna presso il pubblico). Il malizioso e sarcastico Petronio, invece, trasforma la coppia di innamorati in una coppia di omosessuali (Encolpio e Gitone),Ascilto ed Eumolpo sono il contrario dell’amico leale del romanzo greco, regna la triade di valori costituita da cibo,sesso, denaro, in modo che, come afferma Aragosti (Introduzione,traduzione e note al “Satyricon”, BUR, Milano 1995), “…il rigoroso assortimento eterosessuale del romanzo greco…cede in Petronio all’unione omosessuale di tipo paidico, che è fondamentale nella parte conservata del romanzo, anche se la sezione ambientata a Crotone è caratterizzata dall’innamoramento del protagonista per una donna e relazioni eterosessuali o comunque multiple dovevano essere raccontate in gran numero anche nelle parti perdute…”. L’erotismo, che negli esemplari greci appare sempre insoddisfatto (ad eccezione di Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio, che si caratterizza per il suo realismo), è in Petronio uno dei temi e delle modalità di comunicazione fra i personaggi: anzi l’eros, come nella novella della matrona di Efeso (111-112), è considerato nella sua essenza di forza fondamentale dell’esistenza. Direttamente collegato con questo tema è quello finale dell’impotenza di Encolpio che, dopo un gustosissimo colloquio con il proprio membro (132) e una preghiera a Priapo (133), riacquista la virilità (140). Ma torniamo alla tesi di Heinze: essa è stata ripresa e approfondita da A. Barchiesi (Tracce di narrativa greca e romanzo latino: una rassegna” in Atti del seminario La novella latina, Perugia 1985, Roma 1986), che ritiene ancor oggi valida la tesi di Heinze e aggiunge che la scoperta di recenti frammenti papiracei, che hanno arricchito la nostra conoscenza del romanzo greco, ha fornito una conferma dei molti legami che collegano il romanzo d’intrattenimento greco al Satyricon, ma non solo i romanzi d’amore, ma anche quelli con le storie di briganti e fantasmi e con i romanzi esclusivamente d’avventure. –

Parodia epica

Ma il Satyricon si presenta anche come una parodia dell’Odissea, come aveva già notato Elimar Klebs, un critico del secolo scorso, che aveva definito il romanzo di Petronio un’Odissea comica. Come Odisseo era perseguitato da Poseidone, Encolpio è vittima dell’ira di Priapo (gravis ira Priapi), che lo costringe a un vero e proprio tour de force erotico con Quartilla (16-26), rivela in sogno a Lica la sua presenza sulla nave (104) e addirittura lo priva della sua virilità nell’episodio della matrona di Crotone dal nome significativo di Circe (126-139). Ma questa suggestiva ipotesi trova anche altre conferme: per esempio, Gitone si nasconde sotto il letto “come un tempo Ulisse si era attaccato sotto il ventre del montone di Polifemo” (97,4); quando lo stesso Gitone viene intrappolato nella nave di Lica insieme ad Encolpio, Eumolpo osserva “Fate conto di essere entrati nell’antro del Ciclope” (101,7); poco dopo lo stesso Encolpio, riconosciuto non dal volto, ma dal suo membro virile, dice “Andatevi adesso a meravigliare che la nutrice abbia riconosciuto dopo vent’anni la cicatrice che svelava il suo padrone” (105,10). La tecnica si ripete in continuazione: il mito viene abbassato al comico. Ciò tuttavia non significa che tutto il Satyricon si possa leggere in questa chiave, come voleva il Klebs. Come abbiamo visto e vedremo, concorrono altri elementi alla definizione di quest’opera difficilmente inseribile in uno schema narrativo. –

Riflessioni sulla letteratura del tempo

E non possiamo dimenticare le sezioni in versi, gli inserti poetici (il Satyricon è anche un prosimetrum): alcune di queste parti sono affidate alla voce dei personaggi, soprattutto a quella di Eumolpo (anziano poeta vagabondo e uomo insaziabile, sia come letterato sia come avventuriero) che, anche in situazioni poco opportune, esibisce la sua “cultura poetica”. Eumolpo viene conosciuto da Encolpio mentre si aggira in una pinacoteca alla ricerca di Gitone, che gli è stato sottratto da Ascilto: in questo contesto, prendendo spunto da un quadro che raffigura la caduta di Troia, Eumolpo recita una sua composizione, la Troiae halosis (Presa di Troia),in 65 trimetri giambici. La declamazione non riscuote alcun successo: infatti nel capitolo successivo (90) Petronio racconta che alcuni passanti incominciano a prendere a sassate il poeta, costringendolo alla fuga. Il passo, per quanto riguarda il contenuto, fa pensare al II libro dell’Eneide, in cui Enea racconta a Didone di Troia; tuttavia il metro utilizzato (il trimetro giambico e non l’esametro) e alcune caratteristiche stilistiche fanno pensare a una parodia della poesia contemporanea, forse delle tragedie di Seneca, forse delle prove poetiche di Nerone, che scrisse, secondo Tacito (Annales,15,39) e Svetonio (Vita di Nerone,38), un poemetto dedicato alla distruzione di Troia. – Lo stesso Eumolpo, durante il viaggio verso Crotone, tiene ai suoi compagni una lezione sulla poesia epica e declama un lungo poemetto sulla guerra civile fra Cesare e Pompeo, il cosiddetto Bellum civile. Ora, noi sappiamo che proprio in età neroniana, come afferma D. Gagliardi (Petronio e il romanzo moderno,Firenze 1993), aveva avuto una certa fortuna il poema epico di Lucano, i Pharsalia, “che non aveva esitato a sconvolgere il codice epico tradizionale, cantando non già le res gestae di Roma, ma il nefas delle guerre civili. (…) Ne erano scaturite discussioni accese sul poeta che si atteggiava ad anti-Virgilio e le idee esposte nel romanzo non fanno altro che riflettere l’eco della polemica letteraria e i convincimenti un po’ stantii della cultura ufficiale”. Invece altri, sulla scia di G. Guido (Dal Satyricon: il Bellum civile, Bologna 1976), vedono nel brano una polemica antilucanea: “Nel I secolo d.C. la poesia epica vide i suoi cultori divisi in due opposte tendenze: da un lato i sostenitori del poema epico tradizionale (Stazio, Valerio Flacco, Silio Italico), il cui modello era costituito dall’Eneide di Virgilio; dall’altro i sostenitori del poema epico di contenuto storico, il cui caposcuola fu Lucano….Questa polemica interessò anche Petronio che inserì nel Satyricon il carmen de bello civili in funzione anti-lucanea…”.

Parodia retorica e filosofica

E continuiamo con la parodia: all’inizio di quel che ci rimane del testo vi è la parodia delle dispute retoriche (è il caso delle tirate iniziali di Encolpio e Agamennone: vedi l’articolo La decadenza dell’oratoria nell’età imperiale), ma non manca neppure la parodia della filosofia, dell’epicureismo campano, del pitagorismo in voga a Crotone, della morale stoica ridotta a banali formulette da Trimalchione: da quanto abbiamo detto, l’opera di Petronio appare quasi come una piccola enciclopedia filosofica- letteraria della Roma imperiale.

Satira Menippea

C’è chi ha sostenuto, visto che il romanzo è un misto di prosa e versi, che presenta un’estrema libertà nella scelta e nella distribuzione degli argomenti, che il Satyricon è una Menippea gigantesca. Come vi dovrebbe essere noto da tempo, la Menippea prende il nome dal filosofo Menippo di Gadara, in Siria, vissuto nella prima metà del III secolo a.C.( anche se insieme a lui va collocato Bione di Boristene, ed Orazio ,non a caso, chiama le sue satire Bionaei sermones –Epistulae,II,2,60-, facendo riferimento a un’indubbia componente diatribica): a Menippo, infatti, viene attribuita l’invenzione dello spoudaighéloion, cioè serio-comico, un particolare tipo di satira che, dal suo nome, venne chiamata Menippea. Essa era appunto una mescolanza di prosa e versi; per quanto riguarda il contenuto, trattava di argomenti cari alla morale cinico-stoica, con intonazione popolareggiante e con spiccata tendenza alla satira della religione tradizionale. La Menippea ebbe grande fortuna e diffusione: basti pensare alla Saturae Menippeae di Varrone, 150 libri di cui ci rimangono solo 600 frammenti. Ma proprio in questo periodo, Seneca scrive una satura menippea che ci è giunta praticamente intera, l’Apolokyntosis, che alterna prosa e versi di vario tipo, in un singolare –si vorrebbe dire geniale- impasto linguistico che accosta i toni piani e talvolta volgari delle prosa a quelli solenni e spesso parodistici della poesia epica. La forma prosimetrica, la varietà dei registri stilistici (dal più basso e volgare al più alto), la fusione di elementi realistici e fantastici, il gusto per la parodia mostrano gli stretti rapporti fra il Satyricon e l’Apolokyntosis e confermano che forse la satira menippea è il genere a cui più si avvicina quell’opera polimorfa che è il Satyricon.

Satira esametrica

Tuttavia non si possono dimenticare i legami con la satira esametrica (la satira luciliana ed oraziana) , in particolare con quella di Orazio. Il lungo episodio della Cena Trimalchionis, per esempio, richiama in parte la Cena Nasadieni di Orazio (Satire,II,8). Della satira oraziana compaiono la rappresentazione incisiva dei personaggi, il realismo mimetico dell’osservazione (per realismo mimetico o mimesi dello stile intendiamo che ogni personaggio è individuato e caratterizzato attraverso li linguaggio che usa), il tono arguto e spregiudicato del narratore: tutti elementi che contribuiscono a fare della Cena un vero e proprio affresco del mondo contemporaneo. Tuttavia va evidenziata la profonda differenza fra la bonomia satirica e la tolleranza di Orazio, che, denunciando il vizio, vuole proporre e trasmettere valori positivi, e l’aggressività della rappresentazione di Petronio, che non ha fini morali e osserva tutto, come dall’alto, con lucidissimo sguarda (è quello che Luca Canali chiama “ realismo del distacco”).

Fabula Milesia

Nel mondo latino si era diffusa, ancor prima del romanzo greco, la Fabula milesia, un popolare genere letterario che prendeva nome dai Milesiakà (“Storie di Mileto”) di Aristìde di Mileto, composti nel II secolo a.C. e tradotti in latino dallo storico Sisenna. Queste novelle erano caratterizzate dalla narrazione di argomenti scabrosi e piccanti, narrate con un realismo ben lontano dal romanzo greco. Nel Satyricon vi sono ben cinque milesie:

1 (51) Trimalcione ,durante la cena da lui offerta,racconta la triste storia dell’inventore del vetro infrangibile: l’imperatore gli fece tagliare la testa perché il nuovo materiale non determinasse il crollo del valore dell’oro.

2 (61-62) Il convitato Nicerote racconta una caso di licantropia a cui ha personalmente assistito. Innamorato della moglie di un oste, una certa Melissa, alla morte di suo marito decide di raggiungerla. Un militare che lo accompagna nel suo viaggio, giunto presso un cimitero, si trasforma in lupo. Arrivato in casa dell’amante, apprende che tutte le sue bestie sono state sbranate da un lupo, che tuttavia è stato colpito al collo. Tornato a casa sua, trova il militare ferito al collo e un medico che lo cura. E’ la cosiddetta novella del lupo mannaro: se si considera la figura del lupo mannaro, come espressione di un passaggio dallo stato di cultura (uomo) a quello di natura (lupo) e poi ancora il ritorno allo stato di cultura, si può cogliere in questa metamorfosi un significato antropologico: rappresenterebbe, infatti, la testimonianza di antichi rituali, forse di carattere iniziatico, che accompagnavano il momento di ingresso alla pubertà.- Il lupo poi, nell’area geografica europea, ha sempre avuto un significato ambiguo: da una parte espressione del male (si pensi solo alla fiaba di Cappuccetto Rosso); dall’altra del bene (si pensi alle leggende medioevali di S. Francesco, S. Domenico,ecc.). Da un punto di vista narratologico, la novella rappresenta tre momenti del cammino verso la conoscenza: arrivo della crisi di licantropia – manifestazione della crisi – termine della crisi con ritorno allo stato umano da quello animale.

3 (63) La novella delle streghe. E’ raccontata ancora da Trimalchione. Egli narra ai commensali che, quando era ancora ragazzo,morì il figlio del suo padrone. Durante la veglia intervengono delle streghe a sconvolgere la cerimonia. Un Cappadoce, forte come un toro, le insegue e ne trafigge una da parte a parte. Ripresa la veglia funebre, la madre del ragazzo si accorge che le streghe hanno portato via il suo corpo, lasciando un manichino di paglia. Dopo pochi giorni, il Cappadoce muore pazzo furioso.

4 (85-87)E’ raccontata da Eumolpo che ha appena incontrato Encolpio dopo la separazione dall’amato Gitone. Per consolarlo della volubilità dei ragazzi, gli racconta questo aneddoto della sua vita. Ospite di una famiglia di Pergamo, si innamora del figlio del padrone e, senza il minimo sospetto del padre, lo circuisce promettendogli in cambio della sua intimità doni sempre più impegnativi. Ma l’ultima promessa (un puledro per un rapporto completo) non viene mantenuta. Il ragazzo minaccia di dire tutto al padre, ma invece la relazione continua, finchè sarà Eumolpo a minacciare di raccontare tutto al padre del ragazzo, stremato fisicamente dalle richieste sempre più pressanti del giovane.

5 La matrona di Efeso (111,1-6). Anche questa novella, come la storia del lupo mannaro, costituisce un “racconto nel racconto”. Sulla nave diretta a Taranto, su cui si trovano Encolpio e Gitone, nasce una zuffa. Allora il vecchio poeta Eumolpo, per mettere pace e rallegrare i compagni, narra la storia della matrona di Efeso. Questa donna era un sublime esempio di onestà morale e pudicizia. Rimasta vedova, decise di chiudersi nell’ipogeo in cui era stato sepolto il marito e di morire d’inedia per tenergli eternamente compagnia. Ma un soldato, che si trovava lì vicino per caso, per fare la guardia ai cadaveri di due uomini condannati a morte mediante crocifissione, come si usava per impedire che i parenti rubassero il cadavere del morto per seppellirlo, sentì i suoi lamenti. Incuriosito, entrò nell’ipogeo e, vista la bellezza della donna, con l’aiuto della servetta che stava con la padrona, riesce, dopo molte resistenze, a convincerla a desistere dal suo proposito suicida. I due si amano appassionatamente, usando l’ipogeo quasi come una loro casa privata( l’amplesso nella tomba è il trionfo della vita sulla morte). Durante l’assenza del soldato, però, i parenti di uno dei crocifissi riescono a rubare dalla croce il cadavere del condannato. Quando il soldato scopre la scomparsa del morto, è terrorizzato dalla punizione che dovrebbe subire per la sua incauta sorveglianza. Ma la matrona risolve subito il problema, dandogli il corpo del tanto amato marito, da inchiodare sulla croce rimasta vuota, per far apparire che non c’è stato alcun furto. – Vale la pena di soffermarsi su alcuni elementi stilistici. Questa donna era talmente nota per la sua pudicizia da richiamare le donne dei paesi vicini a vederla, quasi fosse uno spectaculum. Le altre sono feminae, lei ha la sacralità della matrona. In un crescendo di “segni” la donna appare sempre più santificata: è famosa per la sua pudicitia (notae pudicitiae); piange la morte del marito a capelli sciolti e petto nudo secondo il rito; lo segue nell’ipogeo (in conditorium prosecuta); decide di voler morire di fame con lui (mortem inedia persequentem). La climax culmina col proposito suicida, dal quale nessun parente può distoglierla. Ma, come ci ha insegnato M. Bachtin (L’opera di Rabelais e la cultura popolare.Riso,carnevale,festa, Einaudi, Torino, 1979), il riso è generato dall’esasperazione dei temi e dei caratteri. Il soldato la convincerà a dare “cibo” al corpo e all’anima (è noto l’intimo collegamento fra cibo e sesso).- In tal modo la donna ha una funzione, per così dire, “teatrale”: si dice di lei in poche righe che è spectaculum,fabula,exemplum. A questa esemplarità assoluta di perfezione si sostituirà il suo rovesciamento: il corpo distrutto si trasformerà in un corpo soddisfatto; il tentato suicidio si tramuterà nella dissacrazione brutale della morte; la devozione al cadavere si capovolgerà nella sua “utilizzazione” pratica, perché servirà a rimpiazzare quello rubato ( “Malo mortuum impendere quam vivum occidere”) ; la sua fedeltà diventerà rapido passaggio ad un altro uomo. L’unica battuta attribuita alla donna oscilla fra l’ipocrisia e il cinismo: la vedova esordisce invocando gli dèi, accomuna il defunto marito e il nuovo amante nella definizione duo mihi carissimi homines, infine comunica la sua decisione con la sententia tanto solenne quanto paradossale che abbiamo citato poco sopra. La novella si chiude circolarmente con i commenti stupiti della gente, già in primo piano nell’apertura.

Affinità col mimo

D’altra parte, il materiale delle Milesie si era diffuso da tempo anche nel mimo latino, dove situazioni scabrose e piccanti venivano ambientate con effetti di realismo e comicità negli strati più bassi della popolazione romana. Alla milesia e al mimo Petronio deve sicuramente la predilezione per gli aspetti più triviali e volgari della realtà sociale, rappresentati tuttavia con quel distacco superiore e con quella sapienza registica che caratterizzano l’autore del Satyricon.

Conclusioni provvisorie

E’ possibile una sintesi? Il romanzo petroniano è complesso e sfugge a una definizione sicura del suo genere letterario. Ancora recentemente Edoardo Sanguineti ha suggerito di sdrammatizzare la volontà di giungere a tutti i costi a una definizione, affermando che forse l’autore stesso era consapevole di aver fatto una mescolanza di generi diversi, il cui filo conduttore è individuabile forse in un intento parodistico e sperimentale. Il geniale Petronio, colto, raffinato, disincantato, propose al pubblico dell’età neroniana un prodotto che era un insieme di generi letterari, un omaggio, ma anche un oltraggio alla tradizione precedente, un gioco sapiente di mescolanza e contaminatio, lontanissimo ormai dal classicismo augusteo. – Se facciamo un passo avanti, possiamo arrivare ad affermare con Gian Biagio Conte (“L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon”, Bologna 1997), che la vera novità dell’opera di Petronio non sta nella parodia dei generi letterari, ma nella parodia dei personaggi. Attraverso l’arma dell’ironia con cui colpisce i personaggi, presunti intellettuali colti, l’autore critica così la cultura del suo tempo e le sue “manie” di grandezza. Infatti non dobbiamo dimenticare che nel Satyricon chi dice “io” non è l’autore, che rimane nascosto, ma un personaggio già screditato. L’autore si fa da parte e lascia che il protagonista-narratore viva gli eventi quotidiani in una sorta di esaltazione eroica, che lo porta continuamente ad assimilare la realtà ai grandi modelli letterari (Conte la chiama “estetica del sublime”). Dunque è necessario fare una netta distinzione fra “autore nascosto” e “narratore mitomane” (frequentatore scolastico di quei grandi testi, Encolpio è assillato dall’esempio degli eroi che fanno da modello al suo bisogno di megalopsychia; egli è un agglomerato di figure eroiche tutte impostate sul tono grande: di qui la presenza in lui di una gestualità esibita, piuttosto che di atti reali; la sua realtà viene “parlata” dalla letteratura, per citare Conte ) : tale distinzione sovrintende alla regìa dei modelli narrativi presenti nel testo. Alcuni restano di competenza dell’autore (i modelli romanzeschi utilizzati da Petronio per costuire situazioni tipiche della narrativa greca), altri appartengono esclusivamente alla fantasia del protagonista narratore (i modelli di letteratura “sublime”, che “occupano” la memoria scolastica di Encolpio e interferiscono con la realtà). Ora, l’assenza della parola dell’autore spiega anche l’ambiguità costitutiva del Satyricon. In qualche caso la parodia lascia disorientato il lettore, il suo senso ultimo sembra inafferrabile, a meno di non incorrere in banali semplificazioni, come noi abbiamo fatto con i Pharsalia di Lucano: ma, forse, ancora una volta il senso della parodia petroniana va cercato nella tensione fra autore e voce narrante. Straordinaria figura di poeta invasato, Eumolpo è il complemento perfetto di Encolpio: anch’egli è un interprete inadeguato di quella “facile” poetica del “sublime”, su cui si scagliano gli strali dell’ironia di Petronio. E anche nell’ironia che aggredisce Eumolpo si riconosce il tema ideologico serio del “Satyricon”: la polemica per la riaffermazione dei grandi valori letterari, divenuti ora materia quotidiana di personaggi degradati, resi ottusi dalla cultura declamatoria della scuola.

 

LA CENA DI TRIMALCHIONE

Nella letteratura greca esisteva una tradizione alta, filosofica, che ambientava i discorsi dei saggi nella cornice del simposio, rappresentata nel IV secolo, appunto dal Simposio di Platone o dallo stesso Simposio di Senofonte: in tali opere il simposio aveva inizio quando il banchetto era finito e ci si occupava di alti problemi filosofici (venivano anche usate opportune precauzioni per non appesantire la mente con il cibo o il vino): ebbene, nel Satyricon, la prospettiva è esattamente rovesciata: i filosofi sono sostituiti da parvenu e liberti ignoranti e presuntuosi; il cibo e il vino dominano sulla parola e diventano oggetto di conversazione. Oltre al cibo e al vino, vi è un altro argomento che contende ad essi il primato: il denaro. E’ chiaro che l’ironia di Petronio è indirizzata contro i parvenus, che diventano i simboli di una inesorabile decadenza culturale che caratterizza un’età in cui emergono i nuovi ricchi ignoranti; ma –si faccia attenzione- l’ironia di Petronio non risparmia neppure lo snobismo degli intellettuali, Encolpio, i suoi amici e il retore Agamennone, che rimangono disorientati e si adeguano alla situazione.

Appena preso posto a tavola, gli ospiti sono assediati da un gran numero di servitori che, a suon di musica, provvedono alla loro cura. Se il narratore Encolpio si mostra ancora critico verso quel rumoroso spettacolo di pantomima, la qualità dell’antipasto desta la sua ingenua ammirazione: cibi succulenti serviti su un piatto che suscita un grande effetto scenografico. Finalmente entra in scena Trimalchione, “trasportato a suon di musica”, esattamente come una delle portate del banchetto. Encolpio e compagni, convinti della loro superiorità intellettuale, si illudono di poter passare una serata ridendosela del padrone di casa. Ma l’illusione dura poco: basta l’arrivo teatrale della prima portata a lasciare Encolpio disorientato, vittima del regista della cena. Veramente non si salva nessuno in questo mondo degradato e ripugnante.- Ma torniamo all’ingresso del flaccido Trimalchione: tunica e mantello rosso, tovagliolo bianco con l’orlo rosso, anelli d’oro al mignolo e all’ultima falange dell’anulare, bracciale di sei libbre d’oro con cerchio d’avorio al braccio, e poi pitale dadi stuzzicadenti d’argento. Trimalchione rivolge ai commensali prima un discorsetto goffamente sostenuto e affettato; prosegue poi con lessico sboccato e nelle lodi del vino che offre ai suoi ospiti, di cui peraltro mette in evidenza l’inferiore condizione sociale rispetto agli invitati della sera precedente. Sembrano invece espedienti per mettere a loro agio gli invitati lo scheletro d’argento che uno schiavo fa ballonzolare sul tavolo e il conseguente invito, in versi, di Trimalchione a godersi la cena e la vita, esorcizzando il pensiero della morte che più volte tocca lui e gli altri convitati. Non migliore di lui appare la moglie Fortunata, bassa e grassoccia, reticella d’oro ai capelli, orecchini d’oro, tunica color ciliegia, sottoveste verde, cintura gialla, sandali bianchi con l’orlo d’oro, bracciali d’oro al braccio e alla caviglia e un pannolino al collo coi vsuoi sudori e gli odori della cucina. Tutta la Cena è il trionfo del repellente e del volgare ed il padrone ne segna i tempi con minzioni ed evacuazioni; le ingurgitazioni di cibo sono vomitevoli; i giudizi sui vari convitati sono fondati continuamente su accostamenti degli uomini ad animali o cose (pepe, mosche,bolle,rane, uova, ecc.). – La momentanea assenza di Trimalchione segna una pausa nell’incalzante regìa della scena. Sottratte per un po’ alle continue portate, i convitati si abbandonano alle chiacchiere. Ascoltiamo i discorsi di cinque liberti che formano un’unica ininterrotta sequenza di linguaggio mimetico, che riproduce, in un geniale impasto linguistico, forme colloquiali, volgarismi, persino veri e propri errori di grammatica: gli argomenti, ovviamente, sono frivoli, banali, si evidenziano il gusto del pettegolezzo e il meschino orizzonte culturale degli amici del padrone di casa. – Dopo un brusco litigio con la moglie, Trimalchione narra la storia della sua enorme fortuna: da schiavo originario dell’Asia, egli ha saputo conquistarsi le grazie del padrone e a farsi nominare erede del suo patrimonio. Dopo aver ricevuto l’eredità, ha investito tutto nel commercio e, dopo un inizio disastroso, si è risollevato e ha cominciato ad acquistare proprietà immobiliari e infine si è messo a prestare denaro a usura. Ma i consigli di un astrologo lo hanno indotto a desistere da quest’ultimo lavoro e a riprendere l’attività imprenditoriale. Sarà soddisfatto solo quando i suoi possessi si estenderanno fino alla Puglia: infatti una sola è la filosofia della sua vita: l’uomo vale per il denaro che possiede; il denaro è l’unico criterio di valutazione degli individui. Trimalchione reitererebbe una maschera grottesca, senz’altro più complessa e più completa delle altre, se Petronio non lo avesse posto davanti alla realtà del disfacimento e della morte. Già la morte faceva capolino nello scheletro iniziale, ma, con il passar del tempo, per tutti e per il padrone di casa in particolare, diventa sentimento angoscioso. Tutto è una pantomima gigantesca, ma reale è la paura che Trimalchione confessa, fra un pianto generale, la sua viltà di “pagliaccio sgonfiato” davanti alla morte. Potente è la forza fantastica con cui Petronio costruisce in progressione questa paura: dalle chiacchiere banali alle confessioni a bassa voce, alle paure del subconscio fatta emergere dai racconti dei commensali sulle streghe, i morti, i funerali del giorno, fino alla lettura del testamento. E’ questo il momento culminante della cena: la descrizione del grandioso monumento funebre di cui Abinna sta curando la costruzione rivela la smania del liberto Trimalchione di assicurarsi definitivamente, pur se in modo tardivo, quei riconoscimenti sociali che gli sono stati negati in vita. Nell’autoepitafio i toni solenni dei tituli ufficiali si mescolano con affermazioni ridicole, come il vanto di non aver mai ascoltato un filosofo in vita sua.

IL LABIRINTO

P. Fedeli (Il romanzo, in AA.VV., Lo spazio letterario di Roma antica, Roma 1989) afferma che tutta la cena va interpretata sub specie labyrinthi, come spinge pure a ritenere un’affermazione di Encolpio relativa a tanti tentativi di uscita: quid faciamus homines miserrimi et novi generis labyrintho inclusi? (“che fare, uomini infelicissimi, chiusi in quel labirinto di nuovo genere?”, 73,1). Il “labirinto” viene colto da Fedeli nella casa di Trimalchione, e ancora nel lupanare in cui Encolpio entra senza accorgersene, e poi nella nave-caverna. Lo studioso, ponendosi in un’ottica antropologica, afferma che il labirinto ha sempre avuto, nelle epoche e nelle società più diverse, “il valore di modello iniziatico: legato all’idea della morte e soprattutto, del passaggio a una nuova vita, esso rappresenta i motivi della prova e dell’iniziazione”. Anche la porta (come quella della domus di Trimalchione, ma anche quella dell’albergo in cui dimorano i protagonisti, con tutte le sue aperture e chiusure, entrate e uscite) “è strettamente affine al labirinto per quanto riguarda la serie INGRESSO – PROVA – USCITA: la porta è il momento della prova; per questo i protagonisti del Satyricon con tante difficoltà riescono a superarla”. Allora: quale valore può avere il labirinto e la trappola ad esso collegata? Fedeli sostiene che il motivo del labirinto può davvero portarci alla scoperta di una conoscenza più profonda del Satyricon: il labirinto è una metafora che sta ad indicare “il motivo della purificazione e dell’iniziazione dell’eroe attraverso la prova: il continuo vagare di Encolpio in luoghi labirintici rappresenta la condizione necessaria perché, superata la serie di prove, egli sia mondato dalle sue colpe e plachi l’ira divina…In un mondo in cui è difficile distinguere tra verità e parvenza, la via d’uscita per il moderno Ulisse, che è Encolpio, è frutto di lenta conquista, quasi a simboleggiare che lungo e irto d’ostacoli è il cammino che conduce l’uomo al possesso della verità. Le trappole conviviali sono un riflesso della serie interminabile di trappole che i protagonisti, e con loro gli uomini, incontrano nella vita, mentre le peregrinazioni di Encolpio, la sua capacità di cacciarsi in situazioni senza via d’uscita e di scegliere sempre la soluzione sbagliata, il suo continuo ritornare sui propri passi, il credere nell’amicizia e nell’amore e l’essere in ciò continuamente disilluso, scandiscono il senso profondamente amaro di un romanzo, a torto considerato troppo spesso solo nel suo lato scanzonato e parodistico”. Come si vede, un’interpretazione discordante dalle altre, che rende il Satyricon il capolavoro più enigmatico della lettura antica e moderna.