La “Pharsalia” di Lucano

Il proemio

La propositio (i primi 7 versi) del poema comincia con l’enunciazione dell’argomento che il poeta si accinge a trattare:

“Bella per Emathios plus quam civilia campos/iusque datum sceveri animus…”(“Guerre più atroci di quelle civili sui campi d’Emazia –cioè “della Tessaglia”; Emathias acies sarà definita la battaglia di Farsalo –6,580, n.d.r.- cantiamo/ e il crimine divenuto diritto, e un popolo potente/vòltosi con la destra vittoriosa contro le sue stesse viscere,/e schiere consanguinee,/e infranto il patto di tirannia,/una lotta con tutte le forze del mondo sconvolto/ per compiere un comune misfatto, e le insegne avverse alle insegne avversarie/ e aquile contrapposte e i giavellotti minacciosi contro i giavellotti”). Dunque il tema poetico sarà quello della guerra civile, con precisione quella fra Cesare e Pompeo: ciò si comprende subito fin dal titolo, con evidente allusione alla città di Farsàlo, luogo della battaglia campale fra Cesare e Pompeo (le biografie antiche e i codici tramandano che il titolo dell’opera fosse Bellum civile, ma il nome con cui Lucano stesso si riferisce al suo poema è Pharsalia, come si evince dal libro IX, 985 (“Pharsalia nostra vivet”: “la nostra Farsalia vivrà”), in seguito diventato il simbolo della fine della repubblica. L’ottavo e il nono verso costituiscono una interrogatio: “Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri…” (“Quale follia, o cittadini, quale immane arbitrio di armi offrire il sangue latino alle genti nemiche?”). – Ora, il poema epico per eccellenza, cioè l’Iliade, segue questo stesso movimento iniziale: vv.1-7: “Cantami, o dea, l’ira di Achille Pelide,/rovinosa,che infiniti dolori inflisse agli Achei,/gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde/d’eroi, ne fece il bottino di cani,/di tutti gli uccelli –consiglio di Zeus si compiva-/da quando prima si divisero contendendo/ l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso”. Al v.8 l’interrogatio di Omero: “Ma chi fra gli dèi li fece lottare in contesa?”. Omero invoca la Musa a garanzia del racconto meraviglioso che sta per narrare, la mirabile contesa fra due massimi eroi, le cause del rancore di Achille, ecc.- Il poeta omerico non si pone al livello dell’impresa; è mediatore fra la Musa ispiratrice la narrazione; le cose che narra appartengono a un passato remoto, a uno spazio lontano. L’ascoltatore sentiva narrare dall’aedo imprese meravigliose, che si svolgevano in un altro mondo, più grande e forse anche più nobile. Ben diversamente accade in Lucano. L’epos omerico è , per usare la terminologia epica,l’idea, cioè l’immagine ideale del poema epico. Ma l’ideale artistico di Lucano è diverso, l’accettazione di Omero è solo esteriore, l’ aemulatio della tradizione serve solo per infrangerla, l’epos di Lucano è generato da una nuova realtà, il passato prossimo della guerra civile. Lucano è distante mille miglia dallo spirito di illusione eroica dei poemi omerici; egli non invoca la Musa per conoscere i fatti del suo poema, perché essi sono ancora vicini e ancora attuali le tragiche conseguenze. Il suo tono non è quello del narratore onnisciente e impassibile, ma quello di chi sente fortemente la responsabilità di raccontare a chi legge eventi di cui non tutti hanno compreso la portata e le conseguenze. Drammatica è la guerra combattuta da Romani contro altri Romani, tanto che non gli basta il plurale ” bella”, ma cerca di adeguare con pathos l’espressione all’idea con per mezzo della forma di comparazione perifrastica “plus quam civilia”.

Se ripensiamo,poi, all’incipit dell’Eneide virgiliana (“Arma virumque cano…”), il più “omerico” dei poemi epici (si ricordi la contaminazione dei due poemi omerici e poi la continuazione di Omero: infatti le imprese di Enea fanno seguito all’Iliade – il II libro dell’Eneide racconta l’ultima notte di Troia, che nell’Iliade veniva solo intravista- e si riallacciano all’Odissea -nel III libro Enea segue in parte le avventure di Odisseo, affrontando pericoli che l’eroe greco aveva già attraversato. In questo senso, Virgilio riprende l’esperienze dell’epos ciclico: la catena di narrazioni epiche che “integravano” la poesia di Omero in una sorta di continuum. Inoltre, l’Eneide racchiude in sé una sorta di ripetizione di Omero: ad esempio la guerra nel Lazio è spesso vista come una “ripetizione” della guerra di Troia; ma non si tratta certo di un rispecchiamento passivo: all’inizio i Troiani si trovano assediati e vicini alla sconfitta, alla fine sono i vincitori, ed Enea uccide Turno come Achille Ettore: nella nuova Iliade di Virgilio i Troiani sono i vincitori. Ma la “ripetizione” è anche un superamento di Omero: la guerra, pur attraverso lutti e sofferenze, porterà alla costruzione di una nuova unità ed Enea riassume in sé sia l’immagine di Achille vincitore, sia soprattutto quella di Odisseo, che dopo tante prove conquista la patria restaurando la pace), se ripensiamo dunque al proemio virgiliano, dobbiamo riconoscere che il periodo scorre agevolmente, in un solido insieme, e prefigura l’impostazione mitico-storica del poema: il mito fornisce i motivi dell’ira di Giunone, causa motrice degli eventi; la storia fornisce la contrapposizione di città rivali, la Cartagine di Didone e la Roma futura, in una cornice in cui già si sente l’influenza di un disegno provvidenziale.- Ebbene, anche l’epica di Virgilio è lontanissima da Lucano: non più l’ascesa vittoriosa delle armi romane, non più l’interpretazione finalistica della storia, non più la missione provvidenziale di Enea: con Lucano è dichiarata la morte della Roma eroica; tutto il pathos che domina il proemio del poema di Lucano trova il proprio significato nel riconoscimento del “crimen” sociale rappresentato dalla guerra civile, nella consapevolezza della rovina di Roma colpita dal fato, o meglio dall’”invida fatorum series” (“l’invida vicenda dei fati”,I,709), non protetta dagli dèi (la visione storica di Lucano è antiprovvidenzialistica, al contrario di quella di Virgilio; il suo cielo è senza dèi). Se quella di Virgilio è l’epica del consenso, quella di Lucano è l’epica del dissenso: ai valori della pietas, della libertas, della pax, della iustitia, della clementia, della concordia si sostituiscono quelli del furor, dell’empietà, della violenza, delle discordie interne.- Nella sua interrogatio proemiale (“Quale follia, o cittadini, quale sfrenato abuso delle armi…”), Lucano si scaglia contro i folli protagonisti (e nello stesso tempo vittime) della catastrofe di quella respublica di cui invece avrebbero dovuto essere i difensori. Resta per lui incomprensibile che si sia permessa per follia ed egoismo la distruzione di quella salda Weltordnung (“ordinamento del mondo”), che era la salda base della Roma antica. Il poema, come afferma G.B. Conte (La “guerra civile di Lucano”, Urbino 19889), “assume il carattere quasi di un necrologio della Roma eroica, distrutta da una sorte di cui il poeta stesso non arriva a comprendere il senso”. – Questo proemio, come del resto molti punti del poema, sono caratterizzati da un pathos martellante, che ricorda indubbiamente le tragedie di Seneca: indubbiamente per la formazione di Lucano fu decisiva l’influenza, soprattutto delle tragedie, del suo grande zio, Seneca appunto, non solo in certe forme della lingua, ma soprattutto nel particolare atteggiamento e gusto artistico verso l’esasperazione delle forme espressive, intensificate con ogni mezzo (iperboli, paradossi, sentenze, toni cupi e macabri come quelli delle tragedie senecane, ricerca di effetti spettacolari: insomma uno stile che si potrebbe definire “manieristico-barocco”).

Appare strano che tutte le letterature e antologia che ho consultato si fermino al v.32 del proemio. Ma forse una spiegazione c’è. Dal v. 33 in poi c’è un elogio di Nerone, ora invocato come nume ispiratore in luogo della Musa. E’ difficile dare una spiegazione: ammesso alla corte dell’imperatore grazie allo zio Seneca, Lucano divenne uno degli amici intimi di Nerone, ottenne cariche, fu incoronato poeta dallo stesso imperatore. Prima della Pharsalia aveva scritto opere minori, oggi andate quasi completamente perdute, che andavano incontro ai gusti letterari di Nerone. La rottura con Nerone dovette avvenire poco dopo il 60: secondo una fonte biografica sarebbe stata provocata da Lucano, che si offese perché durante una lettura pubblica dei suoi versi, l’imperatore si era allontanato; secondo Tacito, invece, fu causata dalla gelosia di Nerone, poeta anch’egli, di fronte al successo di pubblico di Lucano. Certamente vi furono anche cause di natura politica: nel 62 Seneca si ritira dalla vita pubblica, Nerone accentua la sua politica autocratica e antisenatoria; si inizia a preparare la congiura di Pisone di cui anche Lucano farà parte: ormai in disgrazia presso Nerone, riceve l’ordine di morire e si taglia le vene. Lascia dunque perplessi l’elogio proemiale di Nerone. Il poeta dichiara infatti che l’orrore delle guerre civili trova la sua giustificazione nell’avvento di una nuova età dell’oro, quella di Nerone, destinato dopo la morte a regnare addirittura in Olimpo fra gli dèi. Forse ha ragione chi ha interpretato in chiave ironica questi versi (del resto, come non ricordare l’Apolokyntosis dello zio?), che rimangono tuttavia un corpo estraneo all’opera.

Argomento e struttura

L’opera si interrompe bruscamente al v.546 del X libro; è probabile che i libri previsti fossero dodici, come quelli dell’Eneide, con cui la Pharsalia, come abbiamo visto, ha un rapporto antifrastico. – L’argomento, rigorosamente storico, è la guerra civile fra Cesare e Pompeo, culminata nella decisiva battaglia di Farsàlo del 48 a.C. – Il poema si sarebbe forse dovuto concludere con la morte di Cesare nel 44; ma è altrettanto verosimile che il poeta volesse porre un sigillo significativo alla sua opera con il suicidio di Catone in Utica, dopo la sconfitta di Tapso del 46. – Secondo alcuni studiosi la struttura del poema sarebbe per tètradi, cioè per gruppi di 4 libri, ciascuno dei quali dedicato a uno dei personaggi principali: Cesare, Pompeo, Catone (quest’ultima tètrade,ovviamente, sarebbe incompleta); altri hanno proposto una divisione in due ésadi, sul modello dell’Eneide, con al centro la scena profetica e soprannaturale della nekiomantéia. In realtà, la narrazione sembra procedere a fasi alterne, per quadri, senza un preciso intento programmatico, se non quello cronologico.

Epos, storia, tragedia. – L’ideologia di Lucano.

Sembra che alcuni fra i contemporanei accusassero Lucano di aver scritto un’opera storica invece di un poema epico. In effetti la Pharsalia presentano molti tratti tipicamente “storiografici”: il ritratto, il discorso, la digressione geografica, la synkrisis, cioè il confronto fra personaggi, e anche deformazioni della verità storica a scopo ideologico: ma questa non poteva essere considerata una novità assoluta: pensiamo al Bellum Poenicum di Nevio, che aveva cantato guerre recentissime, a cui aveva partecipato in prima persona. Semmai si può dire che il poema di Lucano prende le distanze dal modello tradizionale del poema epico, inserendo in esso elementi caratteristici di altri genere letterari, come appunto la storiografia e la poesia drammatica. Il tema ultimo della Pharsalia è la fine catastrofica di Roma, che per lui si identifica con l’antica respublica senatoria. Abbiamo già visto, parlando del “proemio”, come su Lucano agisse la poetica e il linguaggio “barocco”, enfatico, ridondante di “Seneca tragico”, e, ovviamente, un’attenta lettura del poema ha fatto risalire gli studiosi dalle tragedie di Seneca alla tragedia greca; facciamo un esempio: in Pharsalia,VII,786-846,quando Cesare osserva il campo di battaglia di Farsalo dopo la strage, la tonalità dominante del poema è tragica più che epica. La figura di Cesare richiama quella del tiranno crudele, di Creonte che impedisce la sepoltura nell’Antigone di Sofocle, così come Cesare vuole impedire la sepoltura dei concittadini morti in battaglia. Ma il fatto veramente nuovo è che Lucano ci propone un modello di epos radicalmente nuovo non tanto per quanto si è appena detto, ma perché egli opera una sistematica violazione del codice epico di derivazione omerico-virgiliana (lo abbiamo già detto a proposito del ”proemio”). L’epica storico-tragica di Lucano è, in altre parole, un ”epica anti-virgiliana”, in quanto egli rovescia completamente la prospettiva dell’”Eneide”, distrugge i miti augustei: in Virgilio le guerre civili sono solo adombrate, e comunque sono considerate un “male necessario” che trovano la loro giustificazione in un disegno provvidenziale che culmina nella nuova età dell’oro del principato augusteo; quelle guerre, viste in prospettiva, si ricomponevano nel quadro del finale trionfo della pax, iustitia,pietas instaurate dal regime augusteo. Lucano si pone davanti all’Eneide con l’atteggiamento di chi vuole smascherare un inganno: le guerre civili sono state uno scelus (crimine), un nefas(empio misfatto), che hanno consegnato lo stato romano alla tirannide di Cesare, il primo atto della fine della libertà repubblicana. Con il poema di Virgilio, Lucano instaura un rapporto antifrastico, un rovesciamento sistematico del modello, che porta alla creazione di un “anti-mito di Roma”. E ciò vale non solo in generale, ma anche nei particolari narrativi, per mezzo di una tecnica allusiva. Ciò risulta evidente soprattutto nell’episodio della nekyomantéia, che avrebbe dovuto trovare posto al centro del poema, in perfetta simmetria con la catabasi di Enea nell’Ade. Al pius Aeneas si contrappone l’empio Sesto Pompeo, figlio di Pompeo (occupa la Sicilia, arma una grande flotta, blocca le coste italiche, finchè non viene sconfitto da Ottaviano nel 36 a.C.); alla discesa agli Inferi di un eletto, scelto dal fato provvidenziale, l’ascesa nel mondo di uno spirito senza nome, strappato alla morte per mezzo di un rituale di magia nera; alla venerabile sacerdotessa, cioè la Sibilla cumana, terribile maga Erictho; alla serena e pacata luce dei Campi Elisi, l’orrore notturno di un antro di streghe; all’esaltazione della gens Iulia e dei suoi gloriosi destini, il vaticinio di sconfitta e di morte per la miseranda domus dei Pompei, che, nel poema di Lucano, sono gli ultimi depositari di quei valori che avevano fatto grande Roma. –

Se nel poema circolano qua e là chiari spunti attinti alla filosofia stoica (il maestro di Lucano era stato il filosofo stoico Anneo Cornuto), risulta altrettanto chiaro che lo scrittore, nel suo pessimismo radicale, nega uno dei pilastri di essa: la presenza di un lògos provvidenziale. A reggere il mondo è la Tyche, una Fortuna capricciosa, mutevole, crudele (“Certamente non abbiamo dèi,/perché intere generazioni governa il cieco caso;/mentiamo se diciamo che Giove esiste”,VII,445-447).- Nel I libro, dopo il “proemio”, Lucano cerca di individuare le cause delle guerre civili. Parla di “nimia cupido” dei cittadini in generale, corrotti dall’eccessivo benessere, e dei capi in particolare, che non tollerano la divisione del potere; si evidenzia una concezione “ciclica” della fatale decadenza di tutto ciò che è giunto all’apice della sua grandezza: “in se magna ruunt”, “la grandezza crolla su se stessa” (I,81). Il pessimismo storico di Lucano è dunque molto vicino a quello di Sallustio, e anche di Livio, e poi di Seneca il Vecchio; fra qualche decennio anche Tacito interpreterà la storia di Roma in chiave pessimistica, di cupa tragedia. Ma una differenza c’è e bisogna sottolinearla: lo sdegno antitirannico e la passione libertaria di Lucano tende a esorbitare dai confini e dai limiti di una diagnosi ideologico politica, voglio dire che gli scrittori citati sopra, pur nella loro concezione pessimistica, rimangono ancorati ai fatti storici,a una visione realistica degli eventi, mentre Lucano talvolta deforma la verità storica a scopo ideologico, non fa proposte, si chiude in un nichilismo, in un appassionato ed enfatico nichilismo. – Si potrebbe dire, paradossalmente, ma non troppo, che il motivo conduttore dell’opera di Lucano è la morte: un motivo continuo, quasi ossessionante( e poi la morte è, per Lucano, l’ultima frontiera della libertà: i pochi eroi positivi si possono realizzare solo nella sconfitta e nella morte e Catone ne è il più chiaro esempio); e che il vero argomento del poema è la “ruina mundi”, la fine del mondo. Non si può non richiamare, a questo punto, un’antica concezione del mondo greco-latino: l’universo è un tutto armonico, formato da parti che sono a loro volta interdipendenti e formano un “unicum” perfettamente proporzionato ed equilibrato: queste stesse leggi che regolano la natura e il mondo, regolano la società: di qui l’idea che il sovvertimento dell’ordine storico-politico si rispecchi nel sovvertimento dell’ordine cosmico. Ma, come sempre, anche questo motivo in Lucano viene enfatizzato, esasperato, assolutizzato: il motivo tradizionale assume un valore escatologico (riguardante i destini ultimi dell’uomo e del mondo), quasi fondendosi con l’immagine stoica della “ekpyrosis”, della “conflagrazione universale”: “Così quando, distolta,/la struttura dell’universo,l’ora suprema avrà chiuso/il ciclo dei secoli riportando l’antico caos/e tutte le stelle urteranno le stelle confuse e gli ignei/astri si tufferanno in mare, la terra rifiuterà di distendere/le rive e respingerà i flutti; (…)e tutta/discorde la macchina infrangerà le leggi dell’universo sconnesso” (I,72-80).

Il poema senza eroi: personaggi della “Pharsalia”

Sempre in piena antifrasi con l’”Eneide”, manca nel poema di Lucano un eroe positivo. Il poema ruota intorno a tre figure: Cesare, Pompeo, e, nell’ultima parte, Catone.

Gian Biagio Conte ha definito Cesare l’”eroe nero” del poema;egli incarna il furor che il Fato maligno ha scatenato contro Roma; rappresenta quelle forze che nell’Eneide venivano sconfitte, appunto il furor, l’ira, l’impatientia, ma anche la ferocia e la crudeltà: della proverbiale “clementia” verso i vinti non rimane traccia (Lucano, stravolgendo la verità storica,gli fa decidere di lasciare insepolti i caduti di Farsàlo).Egli è caratterizzato da un attivismo frenetico, senza sosta, e da una colpevole volontà di rendersi superiore anche allo stato. C’è che ha intravisto, nonostante tutto, un certa ammirazione di Lucano verso “quest’anima nera” e forse è vero che qualche volta il poeta dà la sensazione di soccombere al fascino sinistro del suo personaggio.

Al frenetico attivismo, all’energia di Cesare si contrappone una relativa passività da parte di Pompeo (l’”eroe passivo”). Sarebbe troppo semplicistico e limitativo considerare, senza altre sfumature, Cesare l’eroe negativo e Pompeo l’eroe positivo: quest’ultimo appare i difensore della libertas repubblicana, ma non riesce ad esserlo fino in fondo. Come ce lo presenta Lucano, appare un personaggio in declino, come afflitto da una precoce senilità sia politica sia militare. Egli risulta una sorta di Enea a cui però il destino è avverso invece che favorevole: ed, in questo senso, egli è una figura tragica. Egli è rappresentato nel poema nella sua inesorabile parabola discendente: all’inizio è ancora ai vertici della carriera, ma presto piomba in basso, schiacciato dagli eventi e soprattutto da quella Fortuna che ora non lo assiste più come un tempo. E allora si rifugia pateticamente negli affetti familiari, e così diventa il contraltare dell’egocentrismo di Cesare. Si preoccupa del futuro della moglie e dei figli, quasi presago della fine, che avverrà poco dopo, quando, giunto in Egitto dove sperava di trovare rifugio e aiuto, sarà fatto decapitare dal re Tolomeo. Ormai era un “perdente” pericoloso. Tuttavia questa fine lo riscatta, lo “purifica”, si vorrebbe dire, in quanto si tratta di una morte per una causa giusta.

Catone Uticense è il “nuovo” saggio stoico. Quella consapevolezza che per Pompeo è una dolorosa conquista, un calvario fino alla morte, per Catone era una certezza fin dall’inizio del poema; un verso celeberrimo definisce l’ideologia del personaggio (I,128): “victrix causa deis placuit, sed victa Catoni” (“la causa vittoriosa piacque agli dèi, ma quella sconfitta ebbe il sostegno di Catone”). Nel suo personaggio si viene a consumare lo stoicismo di stampo tradizionale che garantiva la presenza di una provvidenza divina, di un lògos nella storia. Il Fato sembra volere solo la distruzione di Roma: di fronte a questa constatazione, diventa impossibile l’adesione volontaria al destino che lo stoicismo pretendeva dal sapiens. Questi ora si incarna in Catone, che si convince che il criterio della giustizia non è più da ricercarsi nella volontà del cielo, ma nella coscienza del saggio. Come non si sottomette più alla volontà del Fato, così il saggio non può più rimanere imperturbabile davanti al realizzarsi del Fato stesso: egli si impegna nella guerra civile, pur consapevole dell’inevitabile sconfitta, e poi si suicida, vedendo in questo atto l’unica possibile affermazione della propria libertà. In tal modo il sapiens diventa pari agli dèi: non ha più bisogno del loro consiglio per distinguere il giusto dall’ingiusto. E la sua scelta ha qualcosa di “prometeico”, di “titanico”, che impressionò anche Dante, il quale fa dire a Virgilio queste parole rivolte a Catone: “Or ti piaccia gradir la sua venuta:/ libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta./ Tu ‘l sai, che non ti fu per lei amara/ in Utica la morte…”(Purgatorio,I,70-74).

Bibliografia

G.B.Conte, La” guerra civile” di Lucano, Urbino, 1988

G.B. Conte,” Lezioni di letteratura latina”, Milano, 2011

G.Pontiggia-M.Grandi,” Letteratura latina”, Milano, 1999

E. Narducci,” La provvidenza crudele”, Nistri-Lischi, Pisa,1979

L. Canali, Introduzione e traduzione de “La guerra civile o Farsaglia”,BUR,Milano,1981