L’epigramma
Le origini
L’epigramma (da epì-gràmma:”scrittura –incisa- sopra”) nasce come breve testo inciso su pietra o altro materiale duraturo, in un periodo in cui nella letteratura dominava l’oralità, ed ha il fine pragmatico di commemorare un defunto. Le più antiche attestazioni di epigrammi si confondono con le più antiche testimonianze della scrittura greca: una dedica di un esametro e mezzo incisa su un vaso dell’VIII secolo a.C. (il cosiddetto “cratere di Dipylon”); un’altra (un trimetro giambico e due esametri) su una coppa (la cosiddetta “coppa di Nestore”) trovata a Ischia e risalente al medesimo periodo. Sulla coppa di Nestore è scritto: “Io sono la bella coppa di Nestore: chi mi beve, subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella ghirlanda”: già la coppa di Nestore sembra prefigurare lo sviluppo successivo dell’epigramma, quando, in epoca ellenistica, diventerà per eccellenza la poesia dell’amore e del simposio. – Dunque, in origine, l’epigramma non ha esistenza autonoma: esso si accompagna a un oggetto: una tomba, una statua, un vaso, ecc. – In età arcaica ha grande sviluppo l’epigramma funerario perché assolve al compito sociale di tramandare ai posteri il nome del defunto e di sottrarlo così all’oblio della morte; insomma l’epigramma è strettamente connesso al volere dei committenti, che non sono solo aristocratici, ma anche persone comune e di modesta estrazione sociale. Gli autori sono poeti anonimi che lavorano su committenza e che riproducono schemi e formule tradizionali (come spesso accade anche oggi). In rapporto ai contemporanei aedi e rapsodi, il poeta epigrammatico risulta evidentemente una figura “minore”. Tuttavia, tenuto conto dell’importanza della committenza, l’epigramma arcaico ci consente di conoscere quale fosse il rapporto della collettività con la morte, con quali formule si manifestassero le sensazioni di dolore, di rimpianto, di lutto. E ancora: questo desiderio di rendere eterno un nome inciso su centinaia di lastre tombali corrisponde al tentativo di proiettare, nel ricordo, la vita oltre la morte (come non pensare ai Sepolcri di Foscolo?) nell’estremo, ultimo segno della propria identità: il nome. Secondo una felice espressione di Salvatore Nicosia, “il segno è la memoria”: in questa frase si sintetizza il valore e il senso dell’epigramma tombale, che, su un materiale duraturo, talvolta perenne, affida alla memoria collettiva l’eco di una vita.
Nell’età classica
A partire dal V secolo a.C. l’epigramma assume una propria struttura: il distico elegiaco; non è più opera di autori anonimi e si amplia il ventaglio delle sue funzioni. Procediamo con ordine: il poeta Ione di Samo, presumibilmente per la prima volta, “firma” un suo epigramma e usa il termine elegheion per designare l’iscrizione da lui stesso composta per la vittoria degli Egospotami del 404 a.C.- Non è qui il caso di seguire tutta la storia dell’epigramma in età classica, tuttavia non si possono dimenticare due poeti lirici come Anacreonte e Simonide, il grande lirico corale di cui rimane immortale l’epigramma per i caduti alle Termopili (fr.362 Page), che riportiamo nella traduzione di Salvatore Quasimodo: “Di quelli che caddero alle Termopili/famosa è la ventura, bella la sorte/e la tomba un’ara. Ad essi memoria/e non lamenti; ed elogio il compianto./Non il muschio, né il tempo che devasta/ogni cosa potrà su questa morte./ Con gli eroi, sotto la stessa pietra, abita ora la gloria della Grecia”. Ma l’epigramma non ha più solo funzione celebrativa; con la diffusione della poesia simposiaca( ma si ricordi che il simposio costituisce l’uditorio della lirica greca fin dai tempi di Archiloco, cioè dall’VIII secolo a.C.), per esempio, si diffonde l’epigramma erotico, conviviale, satirico, ecc.
L’epigramma ellenistico.
Con l’età ellenistica, con la sua poetica della brevitas, l’epigramma acquista piena dignità letteraria. In un momento di crisi, di incertezza, si tende a fissare con poche, eleganti pennellate, stati d’animo, impressioni, tipi umani, momenti di vita. La poesia epigrammatica diventa colta e dotta e richiede un pubblico in grado di comprendere la sottile trama di allusione spesso contenute in pochi versi. Accanto all’epigramma d’occasione (compianto per un defunto, dedica votiva, epigrafe posta sotto una statua o un dipinto), si diffonde l’epigramma di contenuto erotico, che presuppongono la lettura davanti a un uditorio, specialmente in occasione del simposio, dove l’uso di recitare un testo poetico di carattere leggero rimase vivo fino ad epoca tarda. Il carattere fondamentale dell’epigramma ellenistico rimane quello di essere un “composizione di pochi versi” (oligostichìa), che impone al poeta un altissimo grado di sintesi stilistica e contenutistica; scrisse un epigrammista dell’Antologia Palatina (IX,369):”L’epigramma più bello è racchiuso in un distico; ma se superi i tre versi, scrivi un poema, non più un epigramma”. Oltre alla brevità, all’erudizione, all’arte allusiva, un altro procedimento stilistico molto usato fu quello dell’aprosdòketon,cioè della “battuta a sorpresa” ( i linguisti moderni la chiameranno “pointe”),che talvolta chiudeva il componimento e ne rovesciava il senso, oppure lo svelava improvvisamente.- Fra i tòpoi più ricorrenti nell’epigramma erotico e simposiaco, ci limiteremo a ricordare il paraklausìthyron, “canto davanti alla porta chiusa”, molto usata fu anche, in altri ambiti, l’èkphrasis, la “descrizione” di oggetti artistici, che ha le sue lontanissime origine nella descrizione omerica dello scudo di Achille.- I poeti più grandi di questo genere “minore” riuscirono a fare del limite strutturale dell’epigramma una sua forza, resero cioè la brevità capace di rara densità espressiva. Come tale l’epigramma influì notevolmente sull’elegia latina: fu, secondo la tesi di Jacoby, la cellula che si espanse nel contenuto più complesso dell’elegia romana, che attraverso l’epigramma e l’elegia narrativa alessandrini potè assumere movenze e atteggiamenti della lirica greca arcaica e della stessa melica corale.-
Per caratterizzare l’economia espressiva, peculiare dell’epigramma, Dario Del Corno ha formulato un suggestivo paragone che sembra sviluppare il cardine estetico di Orazio, “ut pictura poesis” (“Ars poetica, v.361): “Come nella pittura vascolare, anche nell’epigramma lo spazio della rappresentazione era rigorosamente delimitato, ed era oltremodo ristretto. Occorreva risparmiare le parole, dire molto con pochi versi. Un ingrediente essenziale dell’ispirazione artistica era la tecnica, poiché solo una sopraffina competenza del mestiere consentiva di comunicare un mondo di fatti e di emozioni in un paio, o poco più, di distici elegiaci, come sulla superficie di un’anfora o di una coppa. Al pari del pittore di vasi, il poeta di epigrammi era in prima istanza un artigiano. Lavorava su commissione, e doveva tenersi al tema indicato dal committente: e la sua abilità si sarebbe manifestata nella qualità del lavoro, rapportata all’esigua misura del materiale a sua disposizione, fosse questo un vaso o poche righe di scrittura” (“Posidippo e il mestiere di poeta”, in AA.VV., “Un poeta ritrovato: Posidippo di Pella”,Milano 2002).
Uno studioso tedesco della fine del 1800, Richard Reitzenstein, cercò di mettere ordine nella immensa produzione di epigrammi, che continua fino all’epoca bizantina, e propose una divisione fra epigramma dorico-peloponnesiaco ed epigramma ionico-alessandrino. La “scuola dorico-peloponnesiaca” utilizzava il dialetto dorico letterario; la “scuola ionico-alessandrina” faceva uso del dialetto ionico-epico della tradizione elegiaca, sebbene la mescolanza dei generi e la ricerca di una lingua d’arte renda molto discutibile questa divisione. Diversi sono i temi, perché negli autori cosiddetti “peloponnesiaci” (come Leonida, Nosside, Anite) si manifesta ancora la in modo netto la tradizione locale della pòlis; essi compongono per una committenza che, nella maggioranza dei casi, richiede le consuete tematiche di “compianto funebre” o di “celebrazione”; quando l’epigramma non ha un committente reale, esso si sofferma sull’ambiente cittadino, su scenette quotidiane, su personaggi di umile estrazione; gli epigrammisti della scuola ionico-alessandrina”, fra i quali Callimaco, il maestro del “genere”, Asclepiade, Posidippo sono i rappresentanti dei tempi nuovi, si svincolano dall’epigrafe, sono poeti eruditi, non provano alcuna simpatia per l’ambiente popolaresco, verso il quale dimostrano un aristocratico disprezzo e ricercano un’arte preziosa ed elitaria. E’ agli esponenti di questa scuola che si deve lo sviluppo di un nuovo e fortunato genere di epigramma: quello erotico, che presuppone la ripresa degli schemi espressivi della poesia simpodiale arcaica.
Sul finire dell’età ellenistica l’epigramma tende a uno stile sfarzoso e ed elegante, influenzato dalla retorica contemporanea, specialmente in alcuni autori, Meleagro, Antipatro, Filodemo, che, per la loro provenienza dalle città ellenizzate della Siria, vengono raccolti sotto la denominazione di “scuola fenicia”.
L’Antologia Palatina
La storia dell’epigramma greco abbraccia circa un millennio, dal V secolo a.C. al V secolo d.C. ; una produzione enorme e varia, conservata per la maggior parte in un manoscritto unico, un’antologia di enormi dimensioni, divisa in XV libri, per argomenti (contiene circa 3700 epigrammi di 340 poeti!). L’opera fu redatta in un’epoca che gli studiosi moderni tendono a collacare intorno alla metà dell’XI secolo d.C. e deve il suo nome di “ Antologia Palatina” al fatto che fu scoperta, agli inizi del 1600, nella Biblioteca Palatina di Heidelberg. Ritengo uno sforzo per voi inutile soffermarsi sul contenuto dei singoli libri: sappiate che si va da epigrammi erotici a epigrammi “epidittici”, descrittivi, dalla descrizione di statue a sentenze filosofiche e morali, da epigrammi aritmetici, enigmi e calcoli agli epigrammi cristiani, ecc.- Insomma, un testo labirintico, che elimina ogni ordinamento cronologico e assorbe le singole personalità poetiche all’interno di un testo collettivo, una sorta di “continuum”, che ha come unico criterio di organizzazione l’argomento dei singoli libri.-Qualche secolo dopo la formazione dell’”Antologia Palatina”, intorno al 1300, il monaco e filologo bizantino Massimo Planude raccolse un’altra antologia, che dal suo nome fu detta “Planudea”. Più breve della “Palatina”, essa contiene 388 epigrammi che in essa non sono riportati, e che nelle edizioni vengono raccolti solitamente in un XVI libro, detto “Appendix Planudea”.
Due poeti della scuola ionico-alessandrina: Posidippo e Asclepiade.
Posidippo
Un papiro dell’Università di Milano, pubblicato nel 2001, ci ha restituito oltre cento versi di Posidippo di Pella, acclamato epigrammista di età ellenistica. La scoperta ci permette di ricostruire una personalità artistica di cui prima si conoscevano solo i contorni. Posidippo avvertì il fascino del “mondo nuovo” fondato da Alessandro Magno: visse a lungo ad Alessandria, cantò i fasti e lo splendore della corte tolemaica. Ma non fu solo un poeta cortigiano; i suoi epigrammi gettano luce anche sulla vita quotidiana della gente comune: ci sono epitaffi, racconti di naufragi, dediche agli dèi. Le caratteristiche della sua poesia sono la leptotès callimachea e l’”ordito sottile” (leptalèon stèmona); allora perché Callimaco nel prologo degli “Aitia” lo identifica fra i Telchini? Giuseppe Zanetto (introduzione a: Posidippo, “Epigrammi”, Milano 2008) opera un interessante confronto fra il prologo degli Aitia (fr.1 Pf.) e l’”elegia della vecchiaia” (epigramma 118), due testi omologhi, nei quali i due poeti affrontano i temi fondanti della loro carriera artistica e nei quali –si direbbe- fanno il verso l’uno all’altro. Nota Zanetto: “Il discorso poetico fluisce nei due brani per linee simili; opposto, invece, il suo orientamento concettuale. In Callimaco la menzione dei nemici invidiosi porta a un’orgogliosa affermazione di sé, nell’esclusività del privilegio concesso da Apollo: ogni altra prospettiva si annulla, lasciando il campo a una sola immagine, il canto eterno del poeta eletto. Posidippo, per contro, muovendo da un’invocazione alle Muse, chiede ad Apollo una consacrazione poetica che gli valga l’affetto e il ricordo dei concittadini; la statua di bronzo che lo ritrarrà nella piazza di Pella è l’equivalente del sacrario che gli abitanti di Paro hanno edificato per il loro Archiloco”. Al di là di possibili antipatie personali, il dissenso di fondo fra i due poeti non riguarda la tecnica compositiva, la poetica, il fatto che la letteratura debba “ricreare” la realtà con il proprio linguaggio, che è comune ai due poeti, il dissenso riguarda la domanda: in cosa consiste la verità? O meglio, esiste una verità che vada oltre la fascinazione dell’arte e attinga l’universale dell’uomo? A questa domanda Callimaco e Posidippo probabilmente avrebbero dato risposta diverse.
Ascplepiade
Di poco più anziano di Callimaco e Teocrito, Asclepiade è una delle voci più interessanti dell’epigramma ellenistico e dell’intera Antologia Palatina. Anch’egli compare nella “lista nera” del proemio degli Aitia di Callimaco, probabilmente ne è testimonianza (oltre allo scolio agli Aitia), l’epigramma 9,63, che contiene un positivo giudizio sulla “Lide” di Antimaco, che era forse proprio una risposta alla stroncatura che ne aveva fatto Callimaco. Asclepiade coltivò la poesia lirica, come risulta in modo chiaro dalla denominazione di “asclepiadeo” dato al verso che, già usato da Alceo, sarà poi usato anche da Orazio. Purtroppo a noi il poeta è noto solo per 45 epigrammi contenuti nella Palatina. Il mondo di Asclepiade è popolato da efebi, etere, un mondo nel quale il poeta si trova a proprio agio , con quella sua grazia appena velata dalla malinconia. Le divinità invocate sono le stesse di Saffo, ma mentre per la poetessa l’amore è un’esperienza totalizzante, una ragione di vita, i versi di Asclepiade, come nota G. Tarditi, “ritraggono gioie e delusioni di incontri senza impegno, slanci e crisi emotive, giochi del sentimento”. E così come talvolta il poeta richiama Saffo, così nel tema del vino per consolare i suoi affanni d’amore, richiama Alceo, con una raffinata arte allusiva.
Tre poeti della scuola dorico-peloponnesiaca: Anite, Nosside, Leonida
Anite
Visse agli albori della civiltà ellenistica a Tegea, in Arcadia. Di lei ci rimangono 21 epigrammi(ma alcuni sono di dubbia autenticità), da cui si possono evincere i temi di fondo della sua poesia: il compianto della morte prematura o violenta di giovani donne; le descrizioni paesaggistiche,che sembrano anticipare quelle teocrate, epigrafi fittizi per animali in cui si evidenzia la presenza di bambini che ne piangono la morte. Tutti gli argomenti sono accomunati da un’ispirazione profondamente “femminile”, cioè da una sensibilità acuta per il mondo degli affetti, vissuti nella loro dimensione quotidiana e “antieroica”. Fra i meriti di Anite vi è senza dubbio quello di aver creato, o comunque definito , nuovi modelli di epigramma, destinati a essere largamente sviluppati, come il quadretto agreste, dove spesso una fonte induce il passante a fermarsi e a ristorarsi, l’epitimbio (epigramma sepolcrale fittizio) in onore di un umile, che ispira una serie di riflessioni sulla condizione umana; ma la sua più originale invenzione, come abbiamo detto, è l’epigramma funebre per la morte di animali, che racchiude in sé motivi-guida della “scuola peloponnesiaca”: l’attenzione per il mondo della natura, una sensibilità orientata verso “piccoli affetti”, un patetismo un po’ trasognato.
Nosside
Anche Nosside, come Anite, fu poetessa lirica, oltre che epigrammatica. La poetessa mostra una predilezione per la tematica amorosa che la avvicina a Saffo. In un finto epitafio per se stessa, Nosside si dichiara erede dell’arte di Saffo, e il più bello e noto dei suoi 12 epigrammi è un’ardente esaltazione dell’amore, non indegno di Saffo: “Non c’è nulla più dolce dell’amore./Quale dolcezza lo supera? Sputo/anche il miele. Così Nosside dice./Solo che non è amata da Cipride/non sa quali rose siano i suoi fiori” (Antologia Palatina,V,170; trad. di S. Quasimodo). Di notevole grazia è anche l’autoepitafio in cui la poetessa si definisce “cara alle Muse”: “O straniero, se navigando andrai/a Mitilene dai bei cori, dove/s’accese il fiore/delle grazie di Saffo, di’ che cara/fui alle Muse e che nacqui nella terra/di Locride. E continua la tua via/appena saprai che il mio nome è Nosside”. (Ant. Pal.,VII,718; trad. di S. Quasimodo).
Leonida di Taranto.
Fu, Leonida di Taranto, poeta che visse povero e ramingo, nell’età in cui fiorirono i grandi nomi della poesia ellenistica: Teocrito fu suo coetaneo; di poco più giovani Callimaco e Apollonio Rodio.
Leonida rimase un poeta poco studiato e conosciuto fino al suo recupero culturale, eseguito alla Statale di Milano da Dario Del Corno, in un seminario del 1969-70, e subito dopo da Marcello Gigante, che nel 1971 scrisse un saggio fondamentale (“L’edera di Leonida”, Napoli 1971) nel quale “riabilitava”la figura di questo poeta, “minore” fin che si vuole, ma pur sempre classico. Scriveva Gigante che la poesia di Leonida “esprime la solidarietà di un uomo dotto con la classe sociale dei demiurgi e porta nell’arte poetica, nell’ambito conciso e limitato dell’epigramma, il piccolo mondo umile della tecnica, come invenzione e pratica”. Di qui, da questa sintonia con la vita, la mentalità, l’operosità dei pescatori, degli artigiani, dei falegnami, dei carpentieri, delle tessitrici, dei boscaioli, nascono figure anti-eroiche che popolano la poesia di Leonida. E con questa minuta folla di uomini e donne, entrano anche, nella sua poesia, i loro strumenti di lavoro, ami, esche,lenze, ancore, gomene, compassi, spatole, accette, fusi, telai; e ancora le semplici cose di uso personale e domestico (cavigliere, cinture, tuniche,specchi di bronzo, pettini); e inoltre i favolosi giochi dell’infanzia (palle, sonaglietti,trottole, ecc.). Un tale mondo poetico richiedeva un linguaggio specialistico, minuzioso, preciso, spesso enumerativo, che “mira a ricreare la ‘professionalità’ di quei lavoratori mediante l’espressione raffinata di una materia umile”. Di qui, anche, la ricchezza di neologismi e di hapax legòmena connessi alla necessità di rivitalizzare il lessico in rapporto all’innovazione tematica introdotta nell’epigramma:” l’ingresso nella storia della poesia di un’umanità nuova, capace di riscattare, con le mani e con l’ingegno, un destino di miseria”. (M.Beck, Leonida- “In terra e in mare”, introduzione di G. Zanetto, Medusa,Milano 2009).Emerge,infine, da questo realismo democratico, antieroico,profondamente laico e umano, la difficoltà o addirittura l’improponibilità di accostamenti ad altri poeti ellenistici, che in genere prediligono temi diversi: il mito e l’epos rivisitati, come Callimaco, Teocrito,Apollonio Rodio, l’eros e l’introspezione, come Asclepiade e Nosside. – Come affermava Marcello Gigante, anche con l’ausilio della storiografia, della filosofia, dell’archeologia, Leonida è “un testimone della crisi della cultura in Magna Grecia tra il IV e il III secolo, quando il destino stesso di Taranto, della sua città natale donde dovette esulare, ebbe una svolta determinante con la definitiva conquista compiuta dalla potenza barbarica di Roma”. – La pubblicazione dell’”Edera di Leonida” di Gigante costituisce dunque la pietra miliare per una corretta esegesi di Leonida: vi sono stati approfondimenti, precisazioni, ma sono state eliminate le ormai stucchevoli accuse di barocchismo (Casertano-Nuzzo, nonostante tutto, insistono…).- Si è osservato, per esempio, come il gusto della rappresentazione popolaresca possa radicarsi tanto in una forma di sympatheia verso gli umili quanto in un atteggiamento letterario di stampo squisitamente ellenistico (anche perché non pochi epigrammi dedicatori e funebri sembrerebbero piuttosto fittizi che reali). Così come alla sensibilità ellenistica, più che alla psicologia del poeta, deve essere attribuita la saltuaria propensione per l’orrido e per il macabro. Ha poi acquistato importanza, nella valutazione dell’ideologia di Leonida, fondata sul concetto di litotes, “semplicità”, “povertà”, il richiamo all’influsso dei cinici. E proprio nel contrasto fra litotes, condivisa dall’autore con i suoi personaggi, e il timbro aristocratico dello stile di Leonida si finisce per riconoscere la cifra stilistica del poeta e il fascino della sua poesia. D’altra parte, il poeta stesso si dimostra consapevole del valore della propria produzione poetica nell’”Autoepitafio” (Ant. Pal.VII,715): “Lontano dalla terra d’Italia io riposo, lontano da Taranto,/mia patria: e questo mi risulta più amaro della morte./Tale è la vita non vissuta degli uomini raminghi; ho però ricevuto/l’amore delle Muse, il loro miele come antidoto agli affanni./ Non è scomparso nel nulla il nome di Leonida: sono proprio i doni/delle Muse che di sole in sole mi tramandano per sempre”.(trad. di M. Beck).
Un poeta della scuola fenicia: Meleagro.
Meleagro di Gadara, in Palestina, fu un grande artista, nato verso il 130 a.C. a Tiro di Fenicia e morto intorno al 60, il più grande esponente di quella nuova corrente di epigrammi che si suole chiamare “fenicia” perché ha il suo epicentro nel vicino Oriente. Egli aveva seguito il suo conterraneo Menippo nella filosofia cinica e ad imitazione di Menippo compose una raccolta di poesie e prose satiriche (ricordatevi della “satira menippea”).- A lui si deve la più antica della raccolte passate poi nell’”Antologia Palatina”, la cosiddetta Corona, con il suo proemio giocato su un grazioso e ingegnoso letterario-botanico. Gli epigrammi di Meleagro sono 130; il suo tema prediletto è l’amore, ovviamente bisessuale; il suo ambiente il simposio. – Ma, a questo punto, è necessario fare una precisazione (cfr. G. Guidorizzi,Meleagro, “Epigrammi”, Milano 1992): per apprezzare Meleagro è necessario liberarsi dalla concezione di eros elaborata dal Romanticismo e non è certo un caso che la fortuna di Meleagro, considerato fino al XVIII secolo uno dei più grandi poeti d’amore, oltre che un modello di raffinatezza formale, sia rapidamente appassita. “In generale le composizioni di Meleagro hanno un andamento fastoso, quasi teatrale –cosa questa segnalata dalla tendenza alla scena dialogata,oltre che dall’uso del monologo e di altre forme stilistiche evidentemente derivate dalla tradizione teatrale- nello stesso tempo, il suo discorso si sviluppa in una direzione astratta e intellettualistica, che non mancò di esercitare il suo fascino in particolari momenti del gusto poetico successivo: il contributo di Meleagro,e degli altri epigrammisti greci, alla poesia dei metafisici inglesi come anche, dei barocchisti europei è un capitolo della storia letteraria che sarebbe opportuno scrivere (…)In ogni caso egli contribuì in modo significativo alla creazione di un linguaggio poetico della letteratura europea, a partire dai latini Catullo, Properzio e Ovidio, suoi attenti lettori e talvolta imitatori” (G. Guidorizzi,op.cit.). – Meleagro fu il primo poeta della letteratura antica di cui ci sia pervenuto un complesso di poesie costruito su personaggi anziché su situazioni. I suoi epigrammi,infatti, descrivono vicende amorose che coinvolgono varie donne (due in particolare, Eliodora e Zenofila) e una notevole schiera di giovinetti (soprattutto un ragazzo di Tiro chiamato Muisco, “topolino”), ma nessuna di questi amore delinea la storia di un sentimento, di un rapporto, come accade nei canzonieri di Catullo e Properzio. Gli epigrammi di Meleagro ci presentano un “amore-standard” (Guidorizzi): identici sono gli itinerari del desiderio, identica la sensibilità, fatta di un “Eros dal tenero pianto” (per usare le parole del poeta), identico è il cammino di un’anima ondeggiante fra paura e desiderio, da una parte trascinata verso la passione, dall’altra trattenuta sulla soglia di essa. L’epigramma, per sua natura, isola un momento singolo della storia d’amore; un istante di una vicenda erotica, un gesto, una sensazione: lo sguardo che lancia un messaggio (tema caro a Meleagro), una lampada che si spegne, una coppa sfiorata da due labbra: comunque a una civiltà come la nostra, abituata all’immagine, questa tecnica può risultare familiare: due occhi, una bocca….Ha notato ancora Guidorizzi che l’atteggiamento di Meleagro si potrebbe definire parestetico: è una contemplazione e un accartocciarsi attorno ai riflessi della bellezza altrui. I corpi dei suoi amanti non si toccano mai, sono lontani, oppure, se si trovano fianco a fianco, c’è sempre qualche ostacolo a separarli. In Meleagro lavorano il sogno, la fantasia, l’immaginazione, la contemplazione. Gli amori non sono amori, ma anatomie di amori, in quanto la persona amata appare sempre frammentata, destrutturata in segmenti. Tuttavia, se ci pensiamo bene, l’amore, quale lo descrive Meleagro, non è tanto diverso da quello degli altri poeti dell’Antologia Palatina, la quale, a sua volta, si collega con la concezione dell’amore dominante presso gli ambienti colti della società greca contemporanea: secondo questa prospettiva, l’eros, con i suoi turbamenti e la sua componente di visceralità, è uno dei principali ostacoli al raggiungimento della sapienza che predicavano le filosofie ellenistiche, le quali erano contrarie all’amore, incompatibile con l’autocontrollo, l’enkràteia, che doveva caratterizzare il comportamento del saggio.





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