Polemiche letterarie e poetica di Callimaco

Nella produzione superstite di Callimaco sono frequenti echi di polemiche letterarie. La stessa situazione letteraria del I giambo, in cui Ipponatte torna nel mondo dei vivi per raccomandare l’amicizia e la reciproca stima ai letterati alessandrini, rivela il clima di tensione e di invidia che Callimaco percepiva nello stesso ambiente di corte. Il suo Ipponatte pacificatore, così diverso da quello aggressivo della tradizione letteraria, è il segno dell’ironia e della misura che Callimaco vorrebbe portare nel dibattito letterario, ma anche di un fermo proposito di rinnovamento. Proposito che, nel caso della poesia giambica, comporta la rinuncia ai toni dell’invettiva, del biasimo dell’aggressività, all’aischrologhìa (l’oscenità del linguaggio) e alla loidorìa (ingiuriosa aggressività) in nome di uno stile che, essendo concepito per la divulgazione scritta, assume un carattere generalmente moralistico, che influenzò lo sviluppo della satira romana. La varietà dei moduli è dimostrata dall’uso della fiaba o dell’allegoria e non mancano riferimenti ad usi e costumi rari (d’altronde come non aspettarsi ciò dell’autore degli Aitia?).

Contro i Telchini

Ebbene, proprio gli “Aitia” iniziano con un prologo programmatico che si può considerare il “manifesto” della poesia ellenistica. Caposcuola della poesia ellenistica, du cui teorizzò i moduli espressivi con una lucidità non priva di spunti polemici, Callimaco fi il primo a incarnare la figura del poeta doctus, destinata a larga fortuna anche nella posteriore letteratura latina, con Catullo e i poetae novi, e in quella italiana da Petrarca in poi. Ma torniamo all’inizio degli “Aitia”. Un consistente gruppo di frammenti del prologo fu pubblicato nel 1927: si scoprì che in questa edizione il prologo non esisteva. Callimaco, infatti, lo premise soltanto alla seconda edizione, quando era ormai anziano e poteva permettersi di fare un bilancio della sua produzione. A giudicare da quanto leggiamo, le critiche dovettero superare i consensi; ma il poeta non sembra curarsene, attribuendole all’invidia e alla malevolenza degli altri letterati, nei confronti dei quali egli non adotta un tono di polemica aspra, ma il sereno distacco di chi è consapevole della propria superiorità. Anche un brano di così limitata estensione come l’introduzione agli “Aitia” evidenzia le caratteristiche della poetica callimachea: la concisione, la finezza formale, l’apparente semplicità di linguaggio che nasconde abilmente il “labor limae”, l’erudizione del contenuto. Quest’ultimo aspetto, in particolare, si nota nei riferimenti mitici di cui il passo è ricco fin dall’inizio: i detrattori di Callimaco sono paragonati ai Telchini, gli antichissimi abitanti dell’isola di Rodi (secondo altri, Creta o Cipro). I Telchini erano fabbri e maghi, ma la loro potenza si fondava soprattutto sulla magia: avevano infatti il potere di far cadere la pioggia, la grandine e la neve, e benchè fossero rappresentati come esseri anfibi, metà marini e metà terrestri, potevano mutare aspetto a loro piacimento ed assumere qualunque sembianza volessero. Erano molto temuti perché la credenza popolare attribuiva loro la facoltà di lanciare il malocchio (baskanìe); si diceva inoltre che i poteri magici di cui erano dotati avevano permesso loro di prevedere il diluvio con il quale Zeus distrusse il genere umano e che, per questo motivo, avevano abbandonato l’isola di Rodi e si erano dispersi nel mondo. Ma, al di là dell’allegoria, chi erano questi maligni Telchini? Un papiro che contiene scoli a Callimaco riporta un elenco di detrattori, fra i quali si leggono i nomi dei poeti Asclepiade e Posidippo, del grammatico Prassifane di Mitilene e due persone di nome Dioniso di identità controversa. Fra questi nomi non compare –ed è strano- l’odiato Apollonio Rodio,l’autore del poema epico-mitologico “Le Argonautiche”; compaiono, invece, i nomi degli epigrammisti Posidippo e Asclepiade. Il fatto riesce del tutto sorprendente, poiché l’epigramma, per la sua concettosa e raffinata brevità, parrebbe adattarsi in modo esemplare alla poetica callimachea. Del paradosso si sono tentate diverse spiegazioni: l’unica certezza è che i due ammiravano la raccolta elegiaca Lide di Antimaco di Colofone, che a Callimaco sembrava rozza e pesante. Resta comunque che queste polemiche attestano un ragionamento maturo sulla natura e sulle caratteristiche dell’opera letteraria, che ne considera le intenzioni e i risultati artistici secondo il loro autonomo valore.- Non è fuor di luogo sottolineare che nella I edizione gli “Aitia” iniziavano con un sogno nel quale Callimaco incontrava le Muse che cortesemente soddisfacevano la sua curiosità erudita e,rispondendo alle sue domande, gli spiegavano via via le ragioni ( aitia, appunto!) di usi e abitudini insolite e rare. Utlilizzando questo espediente narrativo, Callimaco si richiamava all’antico modello di Esiodo, uno degli autori prediletti dagli alessandrini, che nella Teogonia aveva raccontato la sua iniziazione poetica sull’Elicona da parte delle Muse; a sua volta, il modello callimacheo influenzò gli autori successivi, soprattutto latini, come ad esempio Ennio e Orazio, che utilizzarono il tòpos del sogno poetico. – Negli “Aitia” l’erudizione di Callimaco diventa poesia e l’opera sono la prima e fondamentale manifestazione dell’operare di un poeta doctus, nutrito di letture e capace di tradurle in versi perfetti e raffinati. Quest’opera costituisce anche, nella storia della letteratura occidentale, la prima manifestazione consapevole del principio dell’art pour l’art in cui il lavoro del poeta è svincolato da ogni considerazione che non riguardi la poesia stessa.

Contro Apollonio Rodio

A principi estetici era dovuta anche la polemica con Apollonio Rodio: mentre Callimaco contestava il valore artistico del poema epico di grandi dimensioni, ritenendo che la quantità fosse inevitabilmente una grande disgrazia (fr. 465 P.: “mèga biblìon, mèga kakòn), Apollonio, nelle sue Argonautiche, aveva cercato di far rivivere, in piena età alessandrina, la monumentale e ispirata poesia omerica. Sull’effettiva portata di questa contrapposizione, alla cui enfatizzazione ha probabilmente contribuito la sopravvalutazione o il fraintendimento di alcune testimonianze, occorre precisare sin d’ora che Apollonio Rodio, nella lucida e filologica emulazione dei poemi di Omero, è tutt’altro che estraneo al clima culturale della propria epoca e si rivela pure lui, come Callimaco, fautore di una poesia dotta, nata da una raffinata tradizione letteraria e intenzionata a rappresentare non la grandezza eroica, ma la complessità sfuggente della realtà.

L’epillio

L’Ecale, l’epillio di Callimaco, rappresenta la polemica risposta del poeta ai canoni stabiliti dalla tradizionale poesia epico-ciclica, per lui ormai superata e lontanissima dal gusto raffinato del pubblico al quale voleva rivolgersi. Il tema è offerto da un episodio della saga di Teseo, il grande eroe attico. Egli si è allontanato di nascosto dalla casa del padre Egeo per uccidere il feroce toro che imperversa a Maratona. Durante il viaggio lo sorprende un temporale e Teseo si rifugia nella modesta casa della vecchia Ecale, che lo accoglie in modo umile ma umano e cordiale. Teseo riparte e doma il toro; ma quando ritorna con l’animale legato fra le acclamazioni della gente, trova che Ecale è morta. Egli la piange, dà il suo nome al demo che fonda in quel luogo (ancora un aition) e dedica un santuario a Zeus Ecalio. L’Ecale era un epillio, cioè un “piccolo epos”; e il nuovo termine, insomma il diminutivo, non si riferiva solo alle ridotte dimensioni, ma soprattutto alla particolare prospettiva che del fatto mitico privilegiava non tanto l’azione eroica, quanto gli aspetti intimi e domestici, i toni sentimentali, il gusto per i dettagli (questo è il realismo di Callimaco) e le digressioni. A un certo momento veniva persino introdotta una cornacchia, che narrava antichissime leggende a una compagna (sempre il tema eziologico); ma entrambe si addormentano a metà del discorso, finchè non sorge l’alba e si diffondono i primi rumori della città, evocati con grande qualità artistica. Il poemetto era una miscela di arguzia, commozione, erudizione, ingenuità volontaria e illusionistica: con esso Callimaco volle trasporre in misura umana la tradizione sublime dell’epos-