Il ritratto di Petronio

Anche il ritratto, come il discorso, la battaglia, ecc., è uno dei sottogeneri canonici della storiografia. Tacito vi ricorre spesso, e anche in questo caso il modello sembra essere stato quasi certamente Sallustio, che nelle sue monografie era spesso ricorso a ritratti come se volesse ricercare nella personalità, di volta in volta mite o violenta, decisa o irresoluta, virtuosa o viziosa, dei protagonisti della storia le cause stesse degli eventi. Tacito sviluppa e perfeziona l’arte sallustiana del ritratto, vivacizzando ulteriormente lo stile, ricorrendo in misura maggiore alla variatio e all’ellissi, e piegando ancor più la lingua a descrivere le pieghe più recondite dell’animo umano, con le sue contraddizioni e i suoi elementi irrazionali. Tuttavia, il ritratto di Petronio in particolare, dimostra l’interesse di Tacito, di ascendenza sallustiana, per il “ritratto paradossale”, cioè di personaggi che combinano in maniera inestricabile tendenze viziose ed eccellenti qualità: quello di Petronio è forse il meglio riuscito, elegantiae arbiter, gaudente raffinato, politico non sprovveduto, capace di morire con nonchalance, facendosi beffe di Nerone.

Si legga ora “Sul ritratto tacitiano di Petronio” di P. Soverini, “Eikasmòs”, 8, 1997.

L’accenno iniziale alla tematica dell’inversione reciproca tra attività proprie del giorno e della notte (illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis vitae transigebatur) presenta una connotazione diversa da quella che assume altrove in Tacito l’accenno a veglie notturne o a sonno diurno. In Annales,VI,4,4 lo spregevole Aterio è somno aut libidinosis vigiliis marcidus, mentre in XV,49,4 al congiurato Scevino è attribuita una dissoluta luxu mens e di conseguenza una vita somno languida: in entrambi i casi il comportamento anomalo è espressione di un deterioramento sul piano sia fisico sia morale, in stretto collegamento con gli eccessi di una vita totalmente abbandonata agli allettamenti voluttuosi del lusso e dei piaceri. Invece nel caso di Peronio lo storico evita qualsiasi espressa connotazione in negativo, presentando il suo agire come frutto di un scelta personale che non comporta necessariamente aspetti di corruzione o di rilassamento nei costumi: non per nulla, nell’accenno all’attività notturna, quest’ultima viene significativamente articolata in officia e oblectamenta vitae, quasi a suggerire che il personaggio sapeva comunque conservare alla sua esistenza una fondamentale dignità, dato che il trasferimento alla notte di ogni sua occupazione non coincideva per lui con il totale cedimento agli aspetti di dissolutezza legati per antonomasia alla scelta delle tenebre (lo stesso termine oblectamentum non comporta di per sè implicazione particolarmente negative). Ne esce sin d’ora l’immagine di un uomo pienamente padrone di se stesso, che sa mantenere in ogni occasione l’assoluto controllo sulla propria vita e sulle proprie azioni, le quali, “buone” o “cattive” che siano, risultano sempre il frutto di una scelta consapevole, che contraddistingue uno “stile” che il personaggio ha saputo abilmente crearsi. Quando poi passa alla trattazione degli aspetti che dovrebbero più specificamente configurare il personaggio come “vizioso” -nel senso già delineato da Sallustio, quello cioè di un’aperta e spregiudicata indulgenza verso il godimento dei piaceri che una vita condotta nel lusso è in grado di offrire-, ecco che Tacito preferisce lasciar parlare gli altri, limitandosi a descrivere l’impatto che aveva sull’”opinione pubblica” (naturalmente quella che più contava nelle alte sfere del potere politico) lo spettacolo di un personaggio cos’ “particolare” e “”interessante”: e ci accorgiamo subito che il “paradosso” che maggiormente lo storico vuole sottolineare non sta tanto -o almeno solo- nelle mescolanza di qualità e contegni contrastanti nel suo carattere e nella sua condotta, ma nella singolare incongruenza fra gli aspetti oggettivamente “negativi” del suo comportamento e il giudizio sostanzialmente “positivo” suscitato dall’”immagine” che comunque egli riesce a dare di sè. La fama che ha saputo -appunto “paradossalmente”- raggiungere attraverso l’ignavia anzichè l’industria non ha nulla a che vedere con quella -totalmente negativa- che, ad esempio, circondava Scevino, facendo apparire contraddittoria da parte di una dissoluta luxu mens un’iniziativa ardimentosa come la partecipazione alla congiura pisoniana contro Nerone; quella di cui godeva Petronio era una fama di ben altro tipo, capace di distinguerlo da quanti tenevano comportamenti apparentemente analoghi, almeno nei risultati oggettivi (Habebatur non ganeo et profligator ut plerique sua haurientium),e di connotarne positivamente i mores pur nell’ambito di una ratio vivendi tradizionalmente configurata in chiave negativa (sed erudito luxu). Del resto la variatio sostantivo/complemento di qualità risponde qui a una precisa funzionalità espressiva: non era evidentemente possibile qualificare nel senso voluto un simile personaggio ricorrendo a un comune appellativo, ma occorreva una definizione più articolata che, nella sua natura ossimorica, fosse in grado di connotare in positivo il luxus presente in maniera caratterizzante nello stile di vita di quell’uomo, sottolineando la netta differenziazione tra lui e la massa indistinta e grossolana dei sua haurientes. Foggiando magistralmente un’espressione come erudito luxu, Tacito ha tradotto con grande acume -quasi immedesimandosi nell’ottica di uno “spettatore”- l’impressione suscitata da un modo di agire in cui, al di là dell’ambito in cui si esplica, si riscontra qualcosa di “”speciale”, fatto di qualità a volte impalpabili, ma comunque sempre avvertibili, come la signorilità, il gusto sapiente, la finezza distaccata, proprie di chi sa mantenersi sempre una spanna al di sopra del mondo -del resto non rinnegato- che costituisce il teatro del suo operare.

Nel periodo successivo il “paradosso” tra comportamento “negativo” e giudizio “positivo” trova il suo perfetto compimento e, in certo modo, superamento, nella configurazione del come venivano recepiti i dicta factaque eius; anzi, la “paradossalità” giunge all’apice nella correlazione quanto… tanto gratius: non si tratta neppure più di contrappesare con una prospettiva favorevole un aspetto esistenziale oggettivamente criticabile, in quanto l’essere di Petronio solutiora et quandam sui negligentiam referentia perde già intrinsecamente ogni implicazione negativa, divenendo proprio in grazia di tali caratteristiche – recepite al di là di ogni possibile connotazione censurabile – oggetto di fascino e di favore, al punto da suscitare conclusivamente un’interpretazione pienamente positiva come quella enucleata nella formulazione in speciem simplicitatis accipiebantur. Su questa espressione si è dibattuto a lungo (…). Tacito in effetti non intende presentare una valutazione personale sull’operato di Petronio e sulle sue caratteristiche sotto forma di una nuova icastica definizione ad effetto, bensì focalizzare ancora una volta l’impressione che lo “stile” di comportamento del personaggio produce in quanti ne sono abitualmente “spettatori”, suscitando in essi una disposizione essenzialmente favorevole e la tendenza a giudicare comunque in positivo gli aspetti discitibili di esso; ma nel medesimo tempo suggerisce la sensazione che la simplicitas sia esattamente la species (l’aspetto, l’immagine) che il personaggio intendeva -riuscendovi con successo- dare di sè. (…).

A questo punto Tacito apre come uno squarcio “introspettivo” nella presentazione che sta conducendo: quasi a mettere subito in chiaro che la vera indole e la reale natura del personaggio non potevano comunque ricondursi alla componente “viziosa” della sua vita, introduce un brevissimo, ma significativo “stacco” sulla attività politica da lui svolta, che lo aveva visto governatore di province e console pienamente vigens et par negotiis. L’espletamento positivo dei negotia non si configura come elemento qualificante dello stile di vita, ma rimane confinato a potenzialità solo saltuariamente attuata, e come tale non in grado di rivestire in assoluto una funzione caratterizzante: una potenzialità che peraltro conferisce indirettamente una luce tutta particolare alla vera natura del personaggio.