Se in Italia si fa a meno di storia dell’arte…
Come afferma Daniel Barenboim, eccelso musicista contemporaneo: “Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità”. E dunque ai posteri spetta l’arduo compito di preservare tali creazioni, in maniera il più possibile conforme al modello originariamente ideato nonché quello, che a noi studenti interessa in prima persona, di far sì che il valore artistico di ciò che, obiettivamente o meno, è considerato un’opera “riviva” tramite lo studio della disciplina in questione. E qui potremmo sbizzarrirci con esempi di indiscussi capolavori che molti conoscono nel minimo dettaglio, ma che altri magari, di formazione differente, non saprebbero nemmeno collocare nel loro contesto storico; tale fenomeno è comunissimo in ogni branca del sapere, ma a maggior ragione siamo chiamati in quanto italiani, dunque eredi di una varietà artistica incommensurabile (basti pensare che il Belpaese possiede da solo il 5% del patrimonio artistico mondiale riconosciuto dall’Unesco) a far sì che la comprensione artistica non si limiti alla sola “contemplazione”. Purtroppo i nostri politici non hanno ancora compreso che per sperare in un futuro ben più roseo e stabile, ciò che non bisognerebbe assolutamente lenire sono il mondo della sanità e dell’istruzione, pietre d’angolo del grande edificio che sarà “questo Belpaese pieno di pretese” (passatemi la citazione gaberiana) dopo la crisi.
E dunque, ahimè, non mi stupisce più di tanto il fatto che il ministero dell’Istruzione, sempre più incline a “tagli” di ogni sorta, stia per applicare una riforma a mio avviso confusa, che riduce le ore di storia dell’arte nei licei e che fornisce la possibilità che in alcuni istituti tale disciplina venga addirittura abbandonata. Un italiano medio che non conosca minimamente l’arte sarebbe come un pescatore che va al lavoro senza rete, un Don Giovanni senza una tresca, un arrampicatore senza imbracatura. Intendiamoci l’arte non regala il pane e sapere il significato della “Venere” di Botticelli non servirà forse a molti per arrivare a fine mese, ma è inconcepibile che uno studente del liceo turistico, al termine di 5 anni di formazione, possa lavorare come guida per gli stranieri avendo appena memorizzato nozioni da Wikipedia o quant’altro raffazzonando, pur con impegno, una conoscenza povera di termini specifici di analisi superficiale, impossibile da battere se non con lo studio.
Diamo per assodata la triste verità: nei momenti di crisi si crea ciò che Franklin D. Roosevelt chiamò “il culto del concreto” e accettiamo anche che non tutti possano avere un’innata passione per l’arte, ma confido ancora nel buonsenso di noi giovani, che spesso siamo in grado di farci valere e di leggere le situazioni ben più a fondo del mondo dei “grandi”, magari riuscendo ad evitare che i nostri nipoti dicano “Giotto chi? Come le matite?”





veritiero e bello!