APOLLONIO RODIO

Premessa

Va riconosciuto anzitutto che il testo “Storia e Testi della Letteratura Greca”, di Casertano-Nuzzo, risulta il più aggiornato e completo, fra quelli in circolazione, relativamente alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Tuttavia va anche riconosciuto che attinge molto, almeno nelle affermazioni più nuove ed originali, dall’ ”Introduzione alle Argonautiche” scritta a quattro mani da Guido Paduano e Massimo Fusillo. Ho riletto attentamente quell’introduzione, integrandola con altri studi, ed il frutto è questo lavoro che ha la pretesa di approfondire quanto afferma il testo sopra citato.

Apollonio e Callimaco.

Su Apollonio Rodio possediamo scarse informazioni: egli nacque ad Alessandria intorno al 295 a.C.; fu presto chiamato alla corte dei Tolomei e ottenne l’incarico di bibliotecario, succedendo a Zenodoto (ma a questa carica si accompagnava l’incarico di educare il principe ereditario, il futuro Tolomeo III Evergete). – Notizie contraddittorie, come abbiamo già notato, possediamo intorno ai suoi rapporti con Callimaco: le biografie antiche affermano che fu seguace della sua poetica, altre fonti parlano di una contesa letteraria fra i due; inoltre nell’Antologia Palatina un epigramma fortemente anticallimacheo è attribuito ad Apollonio, ma la notizia non è affatto sicura. Si tramanda inoltre che Callimaco abbia composto contro Apollonio un carme satirico, dal titolo Ibis; però Apollonio non compare nell’elenco dei rivali di Callimaco fornito dagli scoli fiorentini (ricordare quanto detto a proposito di Callimaco) e, nel complesso, non compare poi così lontano dal presunto rivale dai canoni della poetica callimachea, se si prescinde dal fatto che l’opera si presenta esteriormente come un poema di struttura tradizionale, un genere contro cui Callimaco polemizza fortemente (il mèga biblìon, mèga kakòn ne è un esempio, ma non è detto che si debba riferire proprio ad Apollonio). Più tardi Apollonio venne sostituito alla guida della biblioteca da Eratostene: per questo Apollonio si trasferì a Rodi (da cui il soprannome con cui è designato dalle fonti antiche), un’altra  delle capitali culturali del mondo ellenistico. Qui si dedicò a rimaneggiare il suo poema, le Argonautiche (Argonautikà), un poema già pubblicato in una prima edizione, ma a noi giunto nella seconda. Morì probabilmente a Rodi intorno al 215 a.C.

La rivalutazione dell’opera

Per lunghissimo tempo, fino a qualche decennio or sono, le Argonautiche non hanno avuto fortuna presso la critica letteraria. D’altronde non era facile comprendere il significato di un’erudizione, “che si giustifica sia nell’esigenza storica di un recupero dell’identica ellenica attraverso la tradizione della poesia, sia nel condizionamento imposto dalla lettura”( Dario Del Corno). L’opera destava un senso di freddezza intellettualistica, che la figura di Medea non riusciva a riscattare. Ma recentemente si è affermata una valutazione più positiva. L’opera, vista nel suo insieme, è stata considerata finalmente per quello che è, cioè il frutto di un’arte che risponde al gusto diffusa nell’epoca e nello stesso tempo dimostra una ricerca personale di effetti e  soluzioni narrative.

L’epica rinnovata

La rivalutazione del poema ha preso le mosse dal semplice riconoscimento che le Argonautiche hanno al loro centro non il fallimento di uno statuto eroico, ma la realizzazione di uno statuto antieroico. “Quando Apollonio sottolinea l’antichità del mondo narrato, non lo fa per salvaguardarne la superiorità nostalgica, ma al contrario per mettere in rilievo la rete sistematica di mediazioni che lo uniscono al presente, lo integrano e uguagliano all’attualità: e la cifra che definisce questa convergenza è l’universale, atemporale fragilità dell’uomo” (G. Paduano, Introduzione alle Argonautiche, capp.1-4, Milano 1998).

Già nella protasi si evidenzia una notevole differenza: Ciò che contraddistingue le protasi o proemi dei poemi omerici è l’invocazione alle Muse in apertura, fin dal primo verso, poiché il poeta è mediatore fra la Musa, depositaria della parola poetica e del canto, e il pubblico ( questo atteggiamento è tipico della cultura arcaica e dell’oralità). Apollonio Rodio parla in prima persona( rivendicazione della propria originalità), evocando Febo Apollo come ispiratore, esprime chiaramente la sua scelta diversa (e in un certo senso autonoma) dalla tradizione precedente, e attribuisce alle Muse un ruolo secondario (sono citate solo al v.22), anzi la sua invocazione sembra solo un omaggio formale.- Sulla sua scia anche Virgilio nell’Eneide introduce l’invocazione alla Musa solo al v.8, dopo aver parlato in prima persona della sua intenzione di cantare le vicende di Enea.

Apollonio, coerente con la poetica ellenistica, contiene il suo poema nei limiti imposti dalla Poetica (1459 b8 ) di Aristotele, secondo il quale il poema epico non doveva  superare i limiti della tetralogia tragica (tre tragedie e un dramma satiresco). Da questo punto di vista i 4 libri del poema costituiscono veramente un prodigioso lavoro di miniaturizzazione (su questa linea lo seguirà Virgilio che dimezzerà il numero dei libri omerici: è noto, infatti, che l’Eneide si estende per 12 canti). – Ora sia ben chiaro: Apollonio assimila i modelli classici dell’Iliade e dell’Odissea e si potrebbero citare molti punti di contatto, dalle profezie ai banchetti, dai cataloghi alle assemblee, e ancora: si pensi alle tappe comuni del viaggio di Odisseo e Giasone, come Circa, Scilla e Cariddi, l’isola dei Feaci, le Sirene e altri elementi; ma deve essere altrettanto chiaro che diversa è, come vedremo, la concezione dello spazio e del tempo;  nuovi sono gli inserti eruditi, etnografici,religiosi,onomastici, eziologici (ciò è particolarmente evidente nel tortuoso viaggio di ritorno, all’interno del quale Apollonio, con gusto tipicamente alessandrino, cerca di proporre una conciliazione fra le tradizioni locali legate al mito degli Argonauti stessi), che isolano le sequenze del testo conferendogli l’aspetto di una preziosa collana di episodi esteticamente autonomi.- Continuiamo. Mentre l’Iliade, l’Odissea e anche l’Eneide iniziano in medias res e raccontano di un solo momento, più o meno lungo, all’interno di una vicenda ben più ampia di quella narrata, il viaggio degli Argonauti è narrato per intero, andata e ritorno, in modo ciclico. A ciò si aggiunga che il viaggio degli Argonauti non è scelto da loro, non appartiene agli Argonauti ,  ma  è subìto solo per realizzare una richiesta di Pelia, che a sua volta non ha realmente a cuore il vello d’oro, ma spera che in un’impresa così pericolosa Giasone trovi la morte e venga così scongiurata la realizzazione della profezia che lo vuole ucciso dal figlio di Esone (la volontà di Pelia è investita da una sottile ironia, perché la sua rovina sarà causata proprio dal viaggio di Giasone: lo ucciderà Medea, compiendo la vendetta di Era, che il re aveva colpevolmente trascurato nei sacrifici: un vecchio topos folklorico): il viaggio non ha quindi un senso in sé né per chi lo compie: non sarà difficile cogliere in tutto ciò una metafora esistenziale che ben raffigura la condizione dell’uomo dell’ellenismo, ormai non più arbitro del proprio destino, ma pedina ininfluente di un gioco più grande di lui.

L’affermazione di sé, l’aretè degli eroi omerici, di cui erano parti immancabili la vendetta sui nemici e la gioia dell’aggressione, nelle Argonautiche vengono a mancare, anzi costituiscono proprio un’impossibilità, nel senso che si delinea come “migliore” un modello di comportamento che ad esse sostituisce l’accettazione del condizionamento esterno e limita la responsabilità umana allo svolgimento di obblighi e doveri (G. Paduano, cit.). In particolare, la passività di Giasone, capo della spedizione, la sua assenza di iniziativa svuota il modello eroico tradizionale : egli non solo esegue ordini, ma neutralizza anche la sua aggressività verso lo zio: è una scelta poetica di Apollonio; Giasone è un anti-eroe, un personaggio dimesso e conciliante. L’aristìa omerica è solo un ricordo: Giasone non possiede né la forza fisica né l’apparato militare degli eroi omerici: alla dimensione rinunciataria, di cui abbiamo parlato, si accompagna l’assenza di imprese e, addirittura, la realizzazione di imprese sconcertanti, che registrano ancora più nettamente la divaricazione con la cultura omerica (si pensi: l’aristia di Giasone si realizza contro Cizico, si realizza cioè nel tragico errore per cui gli Argonauti sono respinti dalla tempesta nella terra che avevano appena lasciato e uccidono i loro amici senza riconoscerli. Non abbiamo citato a caso questo episodio: esso mette in evidenza anche il tema dell’assurdità della guerra e quello del contrasto fra apparenza e realtà, già trattato da Euripide nell’Elena: come nel dramma di Euripide gli Achei credono di combattere sotto le mura di Troia per un’Elena, che poi si rivelerà un eidolon, così gli Argonauti dispiegano tutto il loro valore in una battaglia contro uomini che poco prima li hanno generosamente ospitati: se il modello di Apollonio è un Omero rivisitato, certo un’influenza enorme su di lui ebbe anche la tragedia, tanto che si può affermare che la sua opera va collocata fra epos e tragedia).- Ma non solo in Giasone, ma in tutti gli Argonautici vi è  un senso di inadeguatezza, che esprime contemporaneamente la convinzione della propria incapacità di agire (aspetto soggettivo-interiore) e la consapevolezza dell’impossibilità di opporsi alle forze avverse (aspetto oggettivo-esteriore). Spesso l’insieme di questi due aspetti è definito dalla parola amechanìa, impotenza, frustrazione impotente, che caratterizza con crudele incisività l’esperienza di tutti, non solo di Giasone, anche se il suo ruolo di capo gli fa sentire maggiormente questo senso di impotenza. La corrispondenza fra una psiche autosvalutativa e la realtà è chiarissimo: il vello non può essere conquistato con le forze che possiedono Giasone e compagni. La loro protettrice Era ricorre ad Afrodite nella consapevolezza che solo una persona estranea al gruppo e innamorata, la figlia di Eeta, Medea, e gli strumenti a sua disposizione, la magia e l’inganno, sono in grado di portare a compimento la missione. E con la figura di Medea entra un’altra novità a scardinare la struttura dei poemi omerici: l’eros. La dipendenza da Medea è una delle forme dell’amechanìa, della frustrazione impotente di Giasone;  fin dall’inizio, vi è una profonda disarmonia di coppia perché per Giasone Medea è un mezzo, per Medea Giasone un fine, perseguito fino all’ossessività. Ma sulla Medea di Apollonio ritorneremo

Spazio e tempo

Alla circolarità spaziale delle Argonautiche abbiamo già fatto cenno. – All’inizio dell’Odissea, una sorta di paradigma di partenza per Apollonio, l’eroe si trova lontano dalla sua patria e percorre un cammino irto di continui ostacoli; li supera tutti, avvicinandosi sempre più alla sua mèta. Quello di Odisseo è un viaggio in cui deviazioni e digressioni sono in funzione del sospirata arrivo a Itaca. Deviazioni e digressioni vi sono anche nelle Argonautiche, ma quello degli Argonauti è un viaggio circolare, intrapreso con la precisa coscienza che la sola meta definitiva è quella dolorosamente abbandonata, la Grecia. Come afferma Paduano, “la presenza emotiva dell’ideale del ritorno già nel viaggio di andata mette in luce l’inutitilità paradossale dell’impresa…”. Da qui deriva quel senso di amechanìa, di frustrazione impotente, che domina tutto il poema. – Va inoltre notato che il tono dominante nelle due parti del viaggio è profondamente diverso: alcuni studiosi hanno notato che il viaggio d’andata è dominato dalla razionalità e dalla tecnica, mentre quello di ritorno è affidato in larga misura ad interventi divini. Paduano ritiene troppo generica questa affermazione e la modifica sottolineando la “divaricazione fra investimento psichico e possibilità di intervento sul reale, fino a creare una paradossale equivalenza di negatività, fondata sulla compensazione di angosce diverse”. Prosegue Paduano: “Nell’andata, quando il viaggio è assolutamente vuoto di senso psichico, è fluido e perfettamente organizzato; l’immagine più rappresentativa può considerarsi Orfeo che ritma la fatica muscolare rapportandola all’attività intellettuale. Al contrario, durante il ritorno, quando il percorso si identifica con le proiezioni dell’ansia affettiva, si smarrisce ogni sicurezza e ogni dominio dello spazio” Almeno una volta, il viaggio assume per gli Argonauti connotazioni labirintiche: attraverso i molti bracci dell’Eridano, essi andrebbero a morire nell’Oceano se non li salvasse la benevolenza di Era. E come dimenticare quando la nave Argo è bloccata e diventa un peso da trasportare per dodici giorni attraverso il deserto di Libia? E, dopo il deserto, la nave tornerà in acqua con percorsi sinuosi e malfidi: quel mare che doveva fare intravedere la sospirata Grecia ha un volto orribile e connotati funerei.

Per quanto riguarda il tempo, già Del Corno aveva notato che lo schema del racconto “cela un’elaborata tridimensionalità, dove si incrociano passato, in cui si svolge la vicenda, il presente da cui il poeta –che a differenza dell’antica maniera epica si concede frequenti interventi personali- osserva lo svolgersi degli avvenimenti, e il futuro delle predizioni che sono un espediente tipico del poema”. Più o meno simile, ma più analitica, l’analisi di M. Fusillo (Introduzione a Le Argonautiche, a cura di Paduano,capp.1-4, e M.Fusillo, capp.5-8): “Le Argonautiche presentano un incrocio continuo di piani temporali, fra il passato delle saghe precedenti a quella argonautica, il presente costituito dall’azione primaria, la narrazione cioè del viaggio di Giasone, nei cui confronti tutti i riferimenti all’universo contemporaneo del poeta rappresentano il futuro. Questo comporta una piena attualizzazione del mito, che viene ad essere lo scarto più consistente dal codice omerico; Omero conosce infatti solo la dimensione del passato assoluto, epico, un non-tempo che, unito al racconto oggettivo dell’”egli” (una non-persona), produce un racconto oggettivo, in cui il poeta è semplice mediatore di una verità assoluta trasmessagli dalle Muse; al contrario Apollonio, tramite un uso frequente del presente e dell’io, relativizza l’organismo epico, presentandosi come poeta che compone ricercando il mito nelle tracce e negli indizi dell’oggi, in una continuità acronica fra saga mitica e scrittura erudita. Questa acronia è proprio l’opposto dell’atemporalità omerica, che è annullamento del mondo nella finzione del passato, mentre in Apollonio deriva dal convergere verso il presente di tutta la complessa temporalità, senza evoluzione diacronica”. In una parola, in Apollonio il tempo perde le sue coordinate di riferimento (presente,passato,futuro) e assume connotati che si potrebbero definire psichici: in tal modo il tempo risulta dall’intersezione di diversi piani cronologici, in cui si inseriscono gli interventi del poeta in prima persona, le analessi, le prolessi, creando come un gioco di specchi in cui presente, passato e futuro si riflettono l’uno nell’altro in modo ambiguo (acronia); nei poemi omerici, invece, le imprese degli eroi sono collocate in un’atmosfera lontanissima, remota, quasi rarefatta, autonoma rispetto al tempo della narrazione (atemporalità omerica).

Medea

Nei poemi omerici si incontrano figure femminili immortali, come Andromaca e Penelope, tuttavia in esse non ci sono segni di psicologia “moderna”, cioè di un processo che scavi nel profondo dell’animo il nascere e il manifestarsi delle passioni. Il primo poeta greco che affronta questa indagine è Apollonio Rodio. Egli è tanto consapevole della novità che introduce nell’epos che, quando si accinge a narrare l’amore di Medea per Giasone, all’inizio del III libro, colloca un nuovo proemio, dedicato a Erato, la Musa della poesia erotica. L’amore di Medea per Giasone è analizzato fin dal suo primo manifestarsi, eh ha i segni di una malattia che colpisce la fanciulla, e da cui non si può scampare. Medea è il precedente letterario della Didone virgiliana, è il modello di Didone: per questo si può dire che Apollonio Rodio crea un profilo femminile che sarà ripreso da Virgilio: è ovvio che su entrambi influisce la grande suggestione poetica della “Medea” di Euripide. Ha affermato Herman Frankel (Noten zu den Argonautika des Apollonios, Munchen 1968): “In Valerio Flacco, l’autore di un epos argonautico in età flavia, il conflitto psichico di Medea è visto come una guerra fra Amor et Pudor, fra amore e scrupolo: il suo Io, la sua persona, è poco più che un campo di battaglia in cui queste due forze si combattono sino alla fine della loro contesa e il premio per cui si battono. La Didone di Virgilio, in precedenza, in età augustea, è senz’altro molto più persona, ma resta sempre innanzi a se stessa una figura pubblica, una regina e la fondatrice della nazione cartaginese; anche se lo volesse, non potrebbe staccarsi di quando in quando dalla scena del mondo e ritirarsi in privato. La Medea di Apollonio al contrario è e resta nella sua lotta psichica del terzo libro una giovane fanciulla, e la sua esperienza appartiene a lei soltanto”.

Tuttavia il confronto che viene più spontaneo è quello con Euripide. La Medea di Euripide portava a dignità mai eguagliata due grandi temi: il capovolgimento del desiderio amoroso in aggressività implacabile e la subalternità maschile: la dipendenza di Giasone da Medea o meglio la capacità di Medea di determinare il destino di Giasone più ancora di quello proprio. Come si sa, ciò avviene attraverso l’uccisione dei figli, ma la tragedia sottolinea insistentemente che questo potere malefico non è che la controparte del potere benefico esercitato nell’antefatto (corrispondente agli eventi narrati da Apollonio), e non contraccambiato con la riconoscenza dovuta. Tutti e due questi temi sono diventati parte viva del tessuto poetico di Apollonio: il secondo attraverso la rappresentazione della passività dell’eroe; il primo, con un sapiente scavo psicologico che possono preludere al futuro euripideo. La dipendenza da Medea è una delle forme di amechanìa di Giasone, che nutre in lei una speranza prima scettica, poi trepida, ma mai controllata con vero dominio. E da ciò nasce la disarmonia della coppia della quale abbiamo parlato sopra. Lo spazio concesso da Giasone all’amore è assai scarso; di un innamoramento per Medea, il poeta parla tardivamente; Medea invece è posta dall’amore in un irreparabile conflitto con una parte del suo ambiente familiare; per lei la sola realtà autentica è quella interiore, l’amore per Giasone: in Euripide l’impulso erotico-aggressivo doveva contrastare l’amore materno, che esercitava la sua forza in senso opposto; nel poeta ellenistico lo scenario della libido è concepito come un campo di tensioni in cui al desiderio si oppone la remora: in altre parole, un sistema di remore, che, per quanto articolato, funziona con pesante e drammatica compattezza. Così Apollonio può a un certo punto formalizzare la lotta interiore come scontro fra himeros, “desiderio”, e aidos,” vergogna” (3,653), ma l’aidòs, illustre concetto che poteva ammettere come sua sottospecie il pudore femminile, può solo per sineddoche rappresentare la forza che trattiene Medea nel suo iter verso la sorella confidente, sostituto simbolico dell’iter verso Giasone(G. Paduano, cit.). Inizialmente l’eros di Medea si esprime sotto forma di pietà e preoccupazione per Giasone, poi si passa al sogno: il chiarimento avviene attraverso il linguaggio onirico, che porta Medea a scegliere Giasone e la Grecia contro il volere del padre. Dalla contemplazione (Medea guarda dentro se stessa e non sa scegliere) si passa all’azione (Medea sceglie Giasone e tradisce il padre). Ma forse il più significativo monologo di Medea avviene in una veglia insonne, consapevolmente opposta al sogno di prima. Qui Medea supera tutte le remore familiari, affettive, psicologiche, vince l’aidòs e compie la sua scelta definitiva: inizia il processo che si concluderà con l’uccisione del fratello. Ha notato Paduano che sono stati troppo calcati dagli studiosi le ipotetiche differenze fra III e IV libro, quasi esistessero due Medee, “ignorando che la Medea fratricida non è la maga crudele e indifferente, ma la persona arrivata al rendiconto della propria esistenza, e dunque al vertice dell’angoscia. Diversa è la violenza che esplode contro Giasone quando questi mostra di volerla abbandonare; non, come il fratricidio, disperata difesa dell’amore, ma pauroso segnale di un possibile rovesciamento dell’amore, e cioè preludio alla “Medea” di Euripide”.

Lo stile fra tradizione e innovazione

“Lo stile di Apollonio è un saggio singolare di calcolata complementarità fra tradizione e innovazione”: così affermava Del Corno che, preso atto che Apollonio si ispirava ad Omero, ne sottolineava anche le diversità, parlando con raffinatezza di “variazioni continue sul tema”. Anzitutto Apollonio evita le formule fisse, che avevano un senso nella recitazione orale, ma in uno scritto non facevano che appesantirlo con inutili arcaismi; come il suo modello ama le similitudini, ma non le chiude in quadri isolati, come Omero, bensì le collega finemente alla circostanza del racconto, che è spesso di carattere psicologico, e in esse, rispetto al naturalismo del modello, egli tende ad evidenziare il momento e l’effetto dell’immagine soggettiva. Inoltre Apollonio rimodella la lingua epica con il gusto virtuosistico del letterato ellenistico; sotto la veste epica si nota l’influsso di altri generi letterari, in primo luogo della tragedia; completamente estranei all’epos sono l’erudizione, gli aitia, il frequente uso dell’io narrante, la rinuncia a narrare per esteso e la preferenza accordata a un racconto a scansione episodica, che procede per scorci e allusioni. Conforma al gusto ellenistico è la tendenza al bozzetto, alla piccola scena realistica o patetica in cui si evidenzia il gusto del poeta alessandrino, capace con poche pennellate di delineare un atteggiamento o di fissare un’azione nel suo svolgimento. Il risultato stilistico è la sequenza di scene che sembrano in sé concluse e che danno un carattere sussultorio al poema. Per questo alcuni studiosi hanno parlato di “poema del frammento”, il cui valore consisterebbe non tanto nell’opera nel suo complesso, ma in una serie di epilli e bozzetti incastonati nel racconto. Ma si tratta di una valutazione complessivamente non accettabile perché la struttura narrativa dell’opera è progettata in ogni suo aspetto e costituisce anzi uno dei contributi al rinnovamento delle forme letterarie, con il suo dotto sperimentalismo che rinnova dall’interno l’epos tradizionale.