Medea in Valerio Flacco
Gli Argonautica
Poche notizie possediamo sulla vita di Valerio Flacco, il cui nome completo è Gaio Valerio Flacco Settino Balbo (come risulta da un manoscritto): Settino sembrerebbe indicare il luogo di nascita, Setia, oggi Sezze, nel Lazio. Alla sua morte accenna Quintiliano, che è l’unico nell’antichità a fare il suo nome: Valerio quindi morì intorno al 90, prima della pubblicazione dell’Institutio oratoria di Quintiliano. Il proemio della sua opera è stato scritto molto probabilmente prima della morte di Vespasiano, a cui il poeta si rivolge; nei libri III e IV fa cenno all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
L’opera di Valerio Flacco ha un titolo a noi ormai noto, Argonautica: narra cioè le vicende della nave Argo. Il precedente più illustre, infatti, sono le Argonautiche di Apollonio Rodio, che, come abbiamo detto, si articolava in quattro libri assai lunghi, mentre Valerio scrisse otto libri, ma più brevi, che si interrompono bruscamente per la morte dell’autore. La vicenda segue nel suo complesso gli avvenimenti narrati da Apollonio Rodio, con una sola, notevole eccezione: l’inserzione della guerra tra Eeta e Perse, narrata nei libri V e VI,è dettata dal desiderio di avvicinarsi, nella tematica guerresca, all’Eneide, e causa ripercussioni sulla struttura dell’opera. La prima parte è costituita da una serie di episodi inseriti sull’asse narrativo del viaggio; la seconda presenta invece un intreccio unitario che parte dallo sbarco in Colchide, prosegue con il superamento delle prove e si conclude con la fuga dal paese di Eeta. Alla sostanziale tripartizione del poema di Apollonio (viaggio di andata; avventure in Colchide; viaggio di ritorno) si sostituisce una bipartizione, che almeno nell’impianto generale, ricalca l’opera virgiliana (in cui i primi sei libri corrispondono al viaggio; gli altri sei alla guerra). – La prima parte del poema segue abbastanza fedelmente Apollonio, la seconda si presenta più complessa e originale, con interventi divini che provocano l’innamoramento di Medea.
Medea
La Medea di Valerio è una donna impressionabile, dalla sensibilità esasperata, esperta di incantesimi e, nello stesso tempo, intensamente femminile. Come afferma C. Salemme (“Medea. Un mito antico in Valerio Flacco, Loffredo, Napoli 1991), “Su di lei, lacerata fra l’amor verso Giasone e il pudor, incombe una serie di tristi connotazioni che lasciano presagire gli amari sviluppi della vicenda. Non più la grazia sensuale dell’alessandrinismo, ma toni cupi, toccanti, che coinvolgono la sfera umana e quella divina. Non più le dee apolloniane descritte come cicalanti donne di corte, in un Olimpo umanizzato e pettegolo, bensì il disegno perverso di due dee, Venere e Giunone, rispetto al quale è difficile stabilire dove inizi e dove finisca la responsabilità di Medea innamorata. La Didone virgiliana si inseriva, pur col suo tragico destino, in un disegno provvidenziale. La Medea di Valerio Flacco resta una fresca fanciulla di un paese remoto, destinata a lasciare il suo mondo e ad abbandonarsi a uno straniero per un gioco malevolo di due divinità che quasi fisicamente, col loro contatto, le infondono una divorante passione. Anche Pindaro aveva sottolineato l’azione di Afrodite nell’innamoramento di Medea, ma lì il tutto era assorbito nella grande luce del mito, come sempre accade in Pindaro. In Valerio, del mito resta la trama, e resta una ritrosa fanciulla segnato da un oscuro destino. – La Medea di Valerio è figura letteraria, forse come nessun’altra, ma, nello stesso tempo, è figura resa viva da una coerente fantasia poetica, che ha trasfuso in essa la sensibilità tormentata e le perplessità del I secolo dell’età imperiale.(….) Rispetto ad Apollonio, che è il dato di riferimento, Valerio intensifica l’eros come pathos; rispetto alla Didone del classicismo augusteo di Virgilio, intensifica la registrazione di talora impercettibili moti interiori, di sottili suggestioni. Ciò che, appunto, colpisce è che Valerio ha saputo scoprire e rivelare sensazioni e suggestioni nuove da un tema letterario, come quello del mito degli Argonauti, ormai stremato, direi quasi sfinito da secoli di imitazioni e variazioni, con uno stile adatto a registrare le più delicate e morbose crisi dell’anima”. Apollonio Rodio aveva privilegiato la dimensione psicologica amorosa, subordinando ad essa la magia; l’aspetto magico, oltre che da Euripide, era stato sottolineato da Ovidio, che aveva introdotto la figura di Medea in due Heroides, la sesta e la dodicesima, presentando due versioni alternative del personaggio: la perfida maga nella sesta e la donna innamorata e tradita nella dodicesima. Nel libro VII delle Metamorfosi, poi, le due immagini erano state riproposte in due momenti successivi della saga: in Colchide, la fanciulla che si abbandona all’amore; in Grecia, la maga malvagia. Nel costruire la sua Medea, Valerio Flacco tiene conto di entrambi gli aspetti, creando una figura di potente ambiguità: principessa, donna innamorata e maga. Specialmente la donna innamorata è descritta con grande finezza psicologica, che non può non richiamare Apollonio Rodio, il cui modello viene sostanzialmente mantenuto, ma non senza evidenti suggestioni virgiliane. L’idea dell’amore che prevale è infatti quella della follia amorosa del IV libro dell’Eneide, che qui tuttavia prende la forma caratteristica della “cura” , di una estenuante ed ossessiva malattia dell’anima, che brucia e annulla la volontà ed esaurisce le energie psichiche in uno scontro sfibrante contro il “pudor”.
Giasone
Giasone subisce importanti modificazioni: non è più l’anti-eroe; Valerio gli attribuisce qualità come la virtus, la pietas, che lo assimilano ad Enea; inoltre egli ha la tempra del vero comandante. Certo, al Giasone di Valerio manca la statura morale di Enea, che faceva del personaggio di Virgilio un modello etico e che derivava da una particolare concezione eroica: un eroismo fatto di sacrificio, che trovava nella storia, nella futura grandezza di Roma, la sua giustificazione.





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