Dopo ogni viaggio

Esistono dei luoghi speciali. Luoghi magnifici, straordinari, che ti lasciano a bocca aperta; luoghi che stupiscono e che ti fanno sentire minuscolo, luoghi che celebrano la grandezza della natura e la piccolezza dell’uomo. Esistono luoghi che sembrano sovrannaturali: il monte Olimpo, che agli occhi dei Greci era altissimo, era diventata la casa degli dèi. E pensare che, rispetto a moltissime altre montagne, l’Olimpo non è niente. Eppure, per chi ci viveva, per chi non conosceva quant’è grande e diverso il mondo, la vetta dell’Olimpo era ciò che si avvicinava di più al cielo e a chi ci abitava. Questo è solo un esempio di un luogo considerato divino per com’è fatto, per la sua natura. Esistono invece altri luoghi che sono ricordati non per ciò che sono, ma per ciò che v’è successo. Le Termopili, per restare nel mondo greco che tanto bene conosciamo, anzi, che tanto bene ci è stato conosciuto dai nostri zelanti professori (che mi perdoneranno questa licenza, spero), dicevo, le Termopili non sono famose tanto per le loro sorgenti calde, quanto per l’impresa di Leonida e dei suoi Spartani (e anche dei Tespiesi, che tutti immancabilmente dimenticano), in particolare dopo quel bellissimo film su cui non mi pronuncerò (anche se devo dire che lo pseudo-Serse con i piercing ai capezzoli era particolarmente impressionante). Ecco, tra questi luoghi, la cui aura viva si può avvertire solo quando ci si trova là, ne esistono alcuni che sono considerati sacri perché lì si è manifestato qualcosa: un segno divino, la traccia lasciata da un’entità superiore che non può essere ignorata. Io mi considero scettico. Vedo a cosa hanno portato le religioni e gli uomini che si credevano dèi, e ne provo disgusto. Però ognuno in cuor suo non può nascondere di sentirsi parte di qualcosa di più grande; quando guardi il cielo, come puoi non chiederti cos’è, perché è, come è nato? Un conto è dire “Dio non esiste”, “Allah non esiste”, “Ahura-Mazda non esiste”; altro è dire “non c’è nessuno”, “non c’è niente né prima né poi”. Qualcosa oltre al corpo deve esistere, e non importa se si chiama spirito o psyche; nessuno può affermare con sicurezza di credere solo in ciò che vede, o almeno, nessuno con un briciolo di buon senso. È con questo spirito che ho vissuto Medjugorje: quel grande santuario della Madonna, quel borgo sperduto in Bosnia non è un luogo come gli altri; e lo dico da scettico, da disgustato. La Madonna non è una divinità, ma un personaggio la cui esistenza è attestata, una donna che ha vissuto, al di là del credere nella sacralità di Gesù, la morte di suo figlio. Forse per questo proprio lei, da parecchi anni, ha cominciato a comparire a profeti o visionari; lei è la santa più umana, perché ha sopportato un dolore inimmaginabile con la fede, che si può condividere o no, ma che le ha dato la forza di sostenere la vista del proprio figlio messo a morte. Mi aspettavo di vedere un’orda di malati, di visionari, di fanatici; e invece ho visto solo una folla ordinata e silenziosa, che osservava muta il nulla che c’era da osservare. Perché a Medjugorje non c’è davvero niente; è un paesello di negozi di souvenir, con una maggioranza italiana, croata e polacca. Una lunga via che straborda gingilli assolutamente più commerciali che spirituali è l’unico appiglio con il mondo reale perché, una volta abbandonata quella via, si entra nel silenzio, un silenzio mormorato e rispettoso, che zittiva perfino me (e ce ne vuole, ve l’assicuro). Io stesso mi sono ritrovato a pregare, cosa che non facevo da moltissimo tempo. Continuo a non credere, o meglio, a credere in quel qualcosa di indefinito; e anche se odio questo genere di frasi fatte, è vero che da ogni viaggio si torna diversi. Certo, non nego di aver sbuffato più di una volta, in particolare durante le due ore e mezza di messa in croato all’aperto, quando al tramonto una folla si è alzata a guardare il sole che cadeva e mormorava in ginocchio di vederlo tremolare (il che mi lasciava più che perplesso); ma per il resto, direbbe qualcuno, “è stata un’esperienza significativa”, nel senso che un significato l’ha avuto. Non mi sono  convertito, non sono tornato illuminato da una fede che sarebbe assolutamente ipocrita, ma qualcosa è cambiato, come sempre dopo ogni viaggio.