“Sallustio, Tacito e l’imperialismo romano” di C. Questa

Tacito e Sallustio: punti di contatto

Le caratteristiche che accomunano Sallustio e Tacito sono principalmente tre: la prima è il fatto di essere propriamente storici romani: ciò significa che essi potevano ritenersi protagonisti della “ storia mondiale “, ovvero della storia di Roma. Questa poteva, nel complesso, essere davvero considerata una storia di vittorie, al contrario di quella greca, che invece, dal III secolo in poi, non poteva più vantare una simile fama. La seconda caratteristica è l’appartenenza alla classe dirigente più alta, l’essere quindi “ storici senatori “; essi avevano esperienza politica e militare e molto spesso partecipavano essi stessi alla vita politica, cosicché le loro opere letterarie spesso riflettono i loro ideali ed obiettivi politici, assumendo toni polemici ed impegnati. Lo stesso potrà dirsi, del resto, per i grandi storici fiorentini, quali Machiavelli e Guicciardini. La terza caratteristica che lega Tacito e Sallustio è la parentela stilistica: il primo fu modello del secondo, ed entrambi si ricollegano da un lato a Tucidide, dall’altro a Catone il Vecchio, anche lui storico senatore.

 

Sallustio

Sallustio “ rinnovò, rifondò lo stile storico latino “. Le idee alla base della sua storiografia sono la lotta contro i pauci potentes, lo sfavore per il secondo triumvirato ed il senso della crisi incombente prima della battaglia di Azio. Ma l’oggetto principale della meditazione storica di Sallustio è la classe dirigente dello stato romano, o meglio, le idee etico – politiche di questa. Il fatto, ad esempio, che lo storiografo consideri di maggior importanza gli avvenimenti ed i problemi interni piuttosto che la politica estera, è il segno della “ parzialità sallustiana “ : lo storico si pone da un punto di vista dal quale ogni avvenimento è ricollegato e valutato secondo il metro degli accadimenti interni di Roma e dei problemi che agitano la classe dirigente. Sallustio non ha interesse per la politica imperiale romana in sé, considerata come politica estera e rapporti con gli altri stati, e neppure per quei problemi ed eventi che si ricollegavano direttamente alla politica interna; essa gli interessa solo come riprova dello stato morale e politico della res publica. Sallustio non condanna mai l’imperialismo romano, semmai concentra la sua attenzione sui limiti dell’impero stesso, come ad esempio la perdita del metus hostilis e la corruzione morale della nobilitas; sembra infatti che egli polemizzi indirettamente contro il modo in cui questa classe sociale conduceva le guerre, mossa dalla cupido profonda imperi et divitiarum. Egli rivolge la sua attenzione anche ai nemici di Roma, Catilina e Giugurta, condannandoli storicamente, ma riscattandoli “ poeticamente “, ovvero esprimendo tutto il fascino e l’interesse psicologico e drammatico che questi personaggi esercitavano su di lui. Egli ammira la grandezza degli avversari, anche perché sa che sminuirli comporterebbe sminuire i Romani stessi.
In conclusione possiamo dire che Sallustio non solo si pone come storico delle lotte civili, ma soprattutto cerca di esprimere attraverso la sua opera la crisi che attanagliava classe dirigente italica;la crisi con la quale egli si trovò a trattare, infatti, era troppo grave per estendere il suo interesse anche agli avvenimenti al di fuori di Roma. Cesare Questa afferma “ dello storico di un impero egemone gli manca la capacità di considerare globalmente interessi contrapposti, luci ed ombre, classi in declino e classi emergenti “.

Tacito

Le differenze tra Sallustio e Tacito sono numerose: se il primo fece esperienza della lotta politica e della libera res publica prima e dopo Farsalo, il secondo può certamente vantare un autentica vicinanza al centro del potere ed una conoscenza capillare dell’impero. Fu proprio dall’esperienza della vicinanza al governo che Tacito potè ricavare i mezzi per studiare e giudicare il governo ed i suoi governanti in modo radicalmente diverso da quanto fece Sallustio; egli visse non solo nell’età di Cesare, e quindi era portato a considerare nella sua opera le grandi personalità politiche, ma anche in un periodo di profonda crisi e disfacimento della classe dominante, che divenne l’oggetto precipuo delle sue opere. Tacito invece, essendo un alto magistrato, aveva una prospettiva diversa, quasi ecumenica, che abbracciava non solo il popolo italico ma anche i popoli sottomessi all’impero.

L’interesse di Tacito per la politica estera romana è visibile, ad esempio, nell’Agricola, opera nella quale viene data molta rilevanza alla conquista della Britannia. Tacito non assume il ruolo di biografo aulico, quanto semmai di genero del conquistatore e di magistrato romano, di senatore con esperienze militari e governative. E proprio per questo motivo ( perché la biografia è opera di un uomo che ha avuto responsabilità di governo sia al centro che alla periferia dell’impero ) si potrebbe pensare che Tacito abbia attinto dalla sua esperienza personale di propretore di qualche provincia per comporre la biografia. Inoltre, egli travalica spesso il genere biografico spingendosi in campo storiografico, come testimoniano la curiosità etnografica e l’interesse storico. Il proposito di Tacito era mostrare il processo di colonizzazione ed assimilazione all’impero di una popolazione ai margini dell’impero, il cui stile di vita era diverso da quello canonico ellenistico – romano. Il nuovo modo di vita rappresenta per Tacito il mezzo migliore e più sicuro per legare e sottomettere i popoli a Roma: essi venivano certo privati della loro cultura originaria, che veniva per così dire sostituita da quella romana, ma spesso ricevevano in cambio agi materiali e garanzie politiche che solo l’impero poteva offrire. Secondo la tradizione romana, egli dà comunque parola e “ spazio ideologico “ ai vinti, anzi, spesso i mali del governo imperiale (i tria vitia: saevitia, avaritia e libido ) sono denunciati dalle vittime stesse dell’imperialismo romano. Nel quadro storiografico sembra strano il ritratto psicologico e morale del protagonista, la cui descrizione sembra quasi stereotipata, dando l’idea che l’opera non sia solo una biografia “ storica “, ma anche un manuale del buon generale romano, simile agli specula medievali. Non possiamo sapere tuttavia se la personalità di Agricola in realtà fosse aderente alla descrizione fornita da Tacito, se non fosse davvero portatrice di quei valori che comunemente attribuiamo alla idealizzazione letterario – filosofica.

Analizzando la struttura delle Historiae invece, è possibile notare la differenza fra gli interessi etnografici di Sallustio e quelli di Tacito: se nel primo era presente una “ digressione germanica “, nel secondo invece le osservazioni sono presenti in forma indiretta in tutta l’opera e sono direttamente ricollegate agli eventi. Inoltre in Tacito viene a mancare completamente il gusto per il “ meraviglioso “ presente invece sia nella storiografia di matrice ellenistica, sia in quella sallustiana; le Historiae rispecchiano pienamente l’impressione che l’autore ebbe dei Germani. Nonostante egli s’inserisca, con la sua opera, in una tradizione letteraria già consolidata nella tarda età augustea, quale poteva essere la storiografia, riesce non solo a legare i personaggi alla storia dell’impero, ma ne descrive anche le peculiarità etniche e psicologiche. L’attenzione di Tacito in quest’opera si concentra sullo scisma tentato dai Germani durante il periodo di grave crisi del potere centrale, mettendo dunque in luce il conflitto tra due civiltà e due culture: l’una egemone e, nonostante la crisi, ancora sicura di sé, l’altra oscura e diversa, ma ricca di potenzialità e sviluppi; conflitto che vedrà vincitori, ancora una volta, i Romani, poiché ormai l’integrazione della Germania nella compagine imperiale era giunta ad un punto tale da far sembrare assurda la possibilità, in realtà concreta, di uno scisma. Possiamo comunque notare come, mentre l’imperialismo dei Germani è espansivo ed intenzionato a rovesciare l’ordine dell’impero, quello romano sembra ormai assumere sempre di più il ruolo di difensore della posizione e degli interessi economici delle classi dominanti, a riprova della sfiducia che Tacito provava nei confronti della possibilità di un consolidamento delle frontiere renane ed alto – danubiane.