Governo Monti, due punti di vista
La validità di un principio continua ad essere affermata indipendentemente dalle necessità che qualsiasi situazione comporta, anche in una società che pretende di essere pragmatica e duttile come la nostra. Poiché il principio per cui il Parlamento ed il Governo dello Stato sono scelti dal popolo è la base di ogni democrazia degna di questo nome, non possiamo fare a meno di continuare ad affermarlo. Oggi esso è disatteso per motivi legati alla precarietà della situazione economica e per l’incapacità della politica nazionale di saper trovare momentanea coesione. Incapacità che si è tradotta in sfiducia da parte dei mercati finanziari, in un’ottica errata per cui l’incertezza delle piazze affaristiche determina la salvezza o meno di un legittimato Governo, provocando la sottomissione della politica al mondo della finanza. E’ ingiusto equiparare la formazione di un Esecutivo tecnico alla sospensione della democrazia, e gli ineluttabili provvedimenti presi (pur nella loro discutibilità), come evitabili costrizioni. Concedetemi però d’affermare che tale evento sancisce l’incapacità e l’inadeguatezza della classe politica, che, invece di reclamare all’ unanimità il ricorso allo strumento democratico elettivo, per permettere ad un Governo legittimato e con una maggioranza stabile di assumere le necessarie decisioni, ha fornito un’immagine convulsa, di impreparazione. La comune richiesta di elezioni avrebbe determinato l’assunzione di precise responsabilità da parte dei partiti, concedendo la forza per resistere alle diffidenze di un direttorio economico-politico europeo incapace di prendere altrettanto significative decisioni. Non si può non comprendere il carattere d’urgenza dell’attuale Governo e l’augurio è che possa allontanare la nave della nostra economia dalla tempesta, ma rimane l’amarezza in chi ha sempre creduto in un’idea di politica forte, decisionista e responsabile.
Riccardo Lobascio
Come può tuttavia definirsi democratica una nazione sorretta da un governo, soggetto all’ autorità del parlamento e di enti sovranazionali condotti da interessi economici, ma svincolato alla sovranità popolare? Merkel e Sarkozy hanno approvato i provvedimenti del nuovo governo italiano prima che fossero stati comunicati ai cittadini. Si delinea l’assetto istituzionale di un quadro dove, assenti i principi elettivi, decadono i rivestimenti demagogici, la mera funzione di una leadership del XXI secolo: bilanciare la contabilità statale, quindi eseguire l’interesse collettivo ossia, dinnanzi all’ urgente necessità di evitare il naufragio, perseguire le istanze degli enti che sappiano imporsi sulla scena sociale, le cui priorità rappresentino gli obiettivi dello Stato e la sua sopravvivenza. Tematica principale il pensionamento (su cui ha insistito Confindustria). Verranno invece attuate liberalizzazioni e sgravi fiscali per le aziende investitrici in Italia ma, di fronte all’ esporto di capitali, è stato rivalutato il già introdotto scudo fiscale, seppur con variazioni sulla quota fiscale (l’1,5%): la finalità è il rilancio dell’occupazione, alquanto dubbia nel momento in cui lo Stato annulla il proprio intervento come garante del dialogo tra lavoratori e aziende, quanto dubbio parrebbe il beneficio della ripresa se tale ricchezza, di cui possiamo beneficiare attraverso il welfare, non sia ridistribuita a collettivo usufrutto. Fievoli le misure contro l’evasione fiscale, sulle quali il consiglio dei ministri si è appena soffermato, malgrado tali somme oscillino tra i 140 e i 400 miliardi di euro e il 90% degli introiti fiscali derivino da lavoratori e pensionati. Riguardo a Termini Imerese, segnali attualmente accettabili, domani un pericolo per la garanzia sul lavoro, senza escludere quanto altre imprese potrebbero seguire l’esempio della Fiat, durante una situazione in cui possono ricattare il governo, non costretto nella propria funzione di mediatore.
Sebastiano Corli





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