Memmio in Lucrezio e Catullo
E’ noto che in I,26 del “De rerum natura” Lucrezio dichiara di dedicare il proprio poema a “Memmiade nostro”, usando il patronimico perché “Memmio” non entrava nell’esametro. Gli studiosi tradizionalmente identificano il destinatario con quel Gaio Memmio che fu tribuno della plebe nel 66 a.C., pretore nel 58 e governatore di Bitinia nel 57/56; al suo seguito in questa spedizione troviamo Cinna e Catullo. Nel 54 Memmio tentò inutilmente la corsa al consolato, passando dai pompeiani ai cesariani: anzi, proprio in quell’occasione fu accusato di ambitus, cioè di “broglio elettorale” e costretto all’esilio ad Atene. – Ora non è un caso che Memmio sia il dedicatario dell’opera lucreziana: la protezione e il favore accordati da Venere a Memmio concordano perfettamente coi reperti numismatici che documentano l’adozione, dopo Silla, della Venus Physica da parte della gens Memmia.
Catullo seguì Memmio nella spedizione in Bitinia, quale membro di coorte. Sulle cause che spinsero Catullo a seguire Memmio si sono fatte molte ipotesi: forse il desiderio di arricchirsi; forse fu convinto dal padre, desideroso di far cambiare vita al figlio, che a Roma aveva anteposto la vita mondana a quella politica (ma il disprezzo e l’indifferenza per la politica erano un tòpos dei “poetae novi”), forse il desiderio di far visita al fratello, la cui tomba si trovava nella Troade, subito a ovest della Bitinia (cfr. carme 101: “Multas per gentes et multa per aequora vectus” ripreso da Foscolo ne “In morte del fratello Giovanni”). Sta di fatto che Catullo ha un pessimo ricordo di Memmio, come si evince dal carme 10, scritto subito dopo il ritorno dalla Bitinia: l’amico Varo ha condotto Catullo da una sua ragazza e l’argomento cade inevitabilmente sui presunti guadagni fatti dal poeta in Bitinia; la risposta di Catullo è amara e ironica:
“respondi id quod erat, nihil neque ipsis/nec praetoribus esse nec cohorti, cur quisquam caput unctius referret,/praesertim quibus esset inumato/ praetor, ne faceret pili cohortem” (X,9-13) : “risposi la verità, che nulla aveva fruttato né ai pretori stessi né alla coorte, di modo che qualcuno fosse tornato col capo più profumato (ungersi i capelli con olii odorosi era un uso dei ricchi: di qui l’uso della metafora di carattere popolare), soprattutto perché ad essi era toccato un maiale d’un pretore, che non stimava un pelo la coorte”. Ancora più duro il carme 28, indirizzato a Veranio e Fabullo, in cui Catullo instaura una sorta di paragone fra la spedizione che i due amici avevano fatto in Spagna al seguito di Pisone e quella che egli aveva fatto al seguito di Memmio: “Pisonis comites, cohortis inanis,/aptis sarcinulis et expeditis,/Verani optime tuque mi Fabulle,/quid rerum geritis? Satisne cum isto/ vappa frigoraque et famem tulistis?/ecquidnam in tabulis patet lucelli/expensum,ut mihi,qui meum secutus/pretorem refero datum lucello?/ O Memmi, bene me ac diu supinum/ tota ista trabe lentus irrumasti./ Sed, quantum video, pari fuistis/casu: nam nihilo minore verpa/ farti estis, Pete nobiles amicos!/ At vobis mala multa di dea eque/dent, oppobria Romuli Remique” : “Compagni di Pisone, coorte a mani vuote, con bagagli comodi e leggeri, mio ottimo Veranio e tu, mio Fabullo, come state? Avete sopportato abbastanza il freddo e la fame con questo fannullone? Forse sui registri compare, al posto del profitto, la spesa, come è accaduto, al seguito del mio pretore, a me, che registro come guadagno ciò che ho speso? O Memmio, ben bene e a lungo, mi hai fatto succhiare, mentre ero rovesciato indietro, questo tuo bastone. Ma, a quel che vedo, vi siete trovati nella stessa condizione: infatti siete stati infarciti da un cazzo non inferiore. E poi vai a cercare amici influenti! Ma gli dèi e le dee vi mandino molti malanni, vergogne di Romolo e Remo”.





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