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Arte cretese e arte micenea
Scritto da A. Peron   


La civiltà cretese è stata scoperta grazie al lavoro di Arthur Evans, che avviò gli scavi del palazzo di Crosso tra il 1900 e il 1930.

L'isola di Creta si trova nel bacino orientale del Mediterraneo e ciò contribuì grazie agli scambi economici alle nascita di fiorenti civiltà fin dai tempi più antichi. La principale fonte di ricchezza per i Cretesi era il commercio; era una civiltà libera, senza sovrani assoluti, apparentemente priva di difesa: non sono state rinvenute città fortificate.

Arthur Evans oltre a condurre gli scavi nel palazzo di Cnosso, ne ha dato una datazione storica e lo ha ricostruito aggiungendo molti particolari; esso è stato giudicato simile ad una polis; ciò rende l’idea del tipo di costruzione e delle funzioni del palazzo: era un complesso che si sviluppava attorno a una grande corte centrale rettangolare (megaron) con funzione di nucleo; intorno si dispongono molti ambienti diversi nel rispetto della morfologia del territorio: infatti l’architettura si adattava alla sua conformazione. Compaiono tra i vari ambienti gli appartamenti del re con la sala del trono, gli appartamenti della regina; ci sono anche ambienti con funzione di magazzini che coprono intere aree del palazzo, nei quali sono state trovate anche numerose tavolette che indicano la presenza di una scrittura con segni numerici e segni geroglifici che si riconducono a quelli della lineare B, che sta all’origine dell’alfabeto greco; in tali magazzini erano conservati i manufatti prodotti nel palazzo, prima che venissero collocati sulle navi e portati nelle basi commerciali che i Cretesi avevano nel bacino orientale del Mediterraneo. Vi sono poi un santuario, chiamato della Doppia ascia o ascia bipenne, e una zona del teatro, periferica rispetto al cortile centrale; quest’ultima area non aveva la valenza dei teatri greci, ma era uno spazio rettangolare con delle gradinate e serviva per riti religiosi o esercizi ginnici con connotazione religiosa.

Il re era anche sacerdote ed aveva politici, giuridici e religiosi; la mitologia ci ha tramandato il termine di Minosse, che indica il sovrano. La doppia ascia si trovava dipinta soprattutto nel santuario dell’ascia bipenne, ma anche come simbolo nel luoghi riservati al re-sacerdote; il termine greco che la designa è labris, da cui deriva la parola labirinthos. Ciò spiega che il labirinto corrisponde al luogo in cui si trova il santuario legato alla doppia ascia, che rappresenta il potere universale; questo simbolo è comune a molte civiltà antiche: nei graffiti della Val Camonica compare la paletta dei Camuni; tra i tesori rinvenuti da Schliemann appaiono altri strumenti simili all’ascia bipenne dette asce martello, che appartenevano a re-sacerdoti di civiltà antichissime: avevano una parte con una lama, un’altra più cilindrica; tutti questi strumenti sono simboli del potere universale. La parola labirinto coincide con il palazzo di Cnosso per la mancanza di indicazioni precise sulla disposizione degli ambienti che lo costituiscono; viene così spiegato il significato del mito anche attraverso gli scavi archeologici.

Il palazzo era decorato da affreschi all’esterno e all’interno, molti dei quali ora si trovano nel museo di Iraclion per ressere protetti dalle escursioni termiche; i colori erano forti e accesi ed avevano vari soggetti: quelli del bagno della regina avevano dei temi marini, collegati con la presenza dell’acqua; nella sala della doppia ascia si trovava più volte il simbolo; nella sala del trono, accanto a quest’ultimo, si trovano simmetricamente due grifoni dipinti: i due animali messi in questo modo hanno la funzione di proteggere il re che sta sul trono e di tenere lontano il male dal luogo (significato apotropaico).

Il trono era una semplice seggiola con schienale, appoggiata alla parete, in alabastro, priva di ornamenti preziosi, in una stanza anch’essa relativamente modesta; il re infatti non opprimeva le classi subalterne, le distanze tra il sovrano e le altre classi sociali non erano invalicabili.

Le colonne in genere sono rastremate: il termine rastrematura significa restringimento, assottigliamento progressivo dal basso verso l’alto. Nel caso dell’arte cretese le colonne sono inversamente rastremate: il restringimento avviene dall’alto verso il basso.
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L’arte micenea riguarda soprattutto l’archeologia delle rocche: oltre a quelle di Micene, la più famosa, sono state rinvenute quelle di Tirinto e Argo; l’archeologo che ha scoperto la rocca di Micene fu Schliemann. Si evidenzia che i caratteri dell’arte micenea sono opposti a quelli dell’arte cretese: si tratta di rocche fortificate, mura difensive, più cinte murarie concentriche, torri, alloggiamenti per le guardie, porte fortificate; questa civiltà era infatti guerriera ed il mestiere dei Micenei era quello di combattere.

Anche nella scelta dell’ubicazione delle rocche contava un luogo già difeso da ostacoli naturali (le cime di colline) oppure, come nel caso di Tirinto, un luogo strategico per le vie di comunicazione.
Le mura erano realizzate a secco, cioè senza malte o cemento, così che i massi molto pesanti si incastrano gli uni con gli altri e stanno insieme solo per la forza di gravità; queste mura hanno uno spessore variabile a seconda dell’ubicazione della rocca o dell’esposizione della rocca stessa ai pericoli: in presenza di difese naturali le mura sono meno spesse.
Nei poemi omerici per la rocca di Tirinto si parla di mura ciclopiche (costruite dai ciclopi): il loro spessore era molto elevato, anche fino a 17 metri, poiché non esistono difese naturali.
Nelle mura, a monte, è presente un ampliamento dell’ultima cerchia, dovuto alla necessità di creare un accesso al pozzo sotterraneo: la presenza di acqua era indispensabile per l’approvvigionamento della rocca; se mancava un pozzo all’interno delle mura, si doveva cercare una fonte d’acqua sotterranea all’esterno, alla quale accedevano attraverso un tunnel protetto.

L'ultima cerchia comprende anche all’interno un recinto circolare A: in esso si trovavano le tombe più antiche dei re sacerdoti, i primi dominatori della rocca di Micene; queste tombe che risalgono al 1600 a. C. sono state rinvenute da Schliemann e contengono molti oggetti aurei, tra cui le maschere auree. Schliemann partì dai poemi omerici per i suoi scavi ed ancora oggi chiamiamo queste maschere di Agamennone e dei Principi degli Achei: in realtà esse però sono precedenti alle vicende della guerra di Troia.

Le porte erano due: la principale, preceduta da una rampa in terra battuta che conduceva all’accesso, e una secondaria; la rampa prima della principale nei pressi dell’accesso si trasforma in un dromos fortificato: era protetta da due muri che costituivano un passaggio obbligato e veloce, per non essere controllati dalle sentinelle; la porta era in legno rivestito da lastre metalliche, di solito bronzee. La porta dei Leoni, la principale della rocca di Micene che dà accesso alla cerchia muraria più grande, è formata da quattro monoliti: uno è la soglia o pietra limitare, due gli stipiti che si assottigliano verso l’alto, il quarto ed il più grande l’architrave; questi monoliti consentono di appoggiarci i due battenti di legno rivestiti di bronzo, che permettevano un’apertura e una chiusura più rapida rispetto ad uno solo. La porta era alta ed ampia tre metri, una grandezza sufficiente per permettere ai carri e ai soldati di entrare, ma difendibile.
La porta secondaria era piccolissima, perché non costituisse un ulteriore punto di debolezza nelle mura.

Il megaron delle rocche micenee è una struttura alta il doppio delle altre costruzioni, a pianta rettangolare e tripartita, divisa in tre parti, tre ambienti comunicanti: un porticato, detto aithousa, di forma rettangolare che si affaccia su un piccolo cortile, ha due colonne su un lato, sull’altro un muro con tre porte d’accesso all’ambiente intermedio; un prodomos, un ambiente di passaggio, decorato a fasce con elementi di ceramica e statue, ha una sola porta d’accesso al terzo ambiente; il domos, il più grande dei tre, una stanza al centro della quale si trova un grande focolare rotondo (quello di Tirinto è stato rinvenuto ben conservato) con un diametro di tre metri, lungo i muri c’erano dei sedili che venivano occupati dai dignitari, e su un lato, non di fronte alla porta per motivi strategici, c’era il trono; le pareti del domos erano interamente rivestite di affreschi, ne sono stati rinvenuti di simili a quelli cretesi come fisionomia di figure; accanto al focolare c’erano quattro colonne che sorreggevano il soffitto e formavano un quadrato, all’interno, nel soffitto, c’era un’apertura che consentiva l’uscita del fumo prodotta dal focolare; sopra l’apertura c’era una specie di comignolo, rialzato e sostenuto da quattro piccole colonne, che proteggeva la sala dagli agenti atmosferici.

C’è grande identità tra i reperti archeologici ed i poemi omerici: la descrizione del megaron si trova nell’Odissea, quando Ulisse entra nel regno di Alcinoo; Ulisse fu fatto dormire all’aperto nel cortiletto.

Erano presenti all’esterno della rocca numerose strutture a pianta circolare sormontate da una cupola o una pseudocupola; questi edifici sono chiamati toloi (il termine tolos è riconducibile alla forma e si diffonde a partire dal IV secolo a. C.). Il cerchio è una forma magica fin dall’epoca primitiva: in alcuni incisioni o pitture rupestri il cerchio segna il concetto di possesso, del limite, le capanne avevano questa forma. Il cerchio rappresenta anche la ciclicità della vita, la nascita e la morte; la radici th della parola tolos ha forse origine indoeuropea ed è connessa con la creazione; la forma circolare è la forma sacra e ritorna spesso nella storia dell’arte, legata a tombe, templi, soprattutto nel mondo antico ma anche nel Rinascimento, legata alla pianta di edifici e ad altre espressioni, a rappresentare la spiritualità, la perfezione…
Le tombe a tolos fuori dalla rocca sono più recenti di quelle del recinto circolare A.

 

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